«Ho tutto sotto controllo» disse il capitano prima di naufragare!
Per metterci al riparo dal rischio dei piccoli naufragi quotidiani ognuno di noi tende ad anticipare scenari imminenti. Rispondere agli eventi secondo quanto le proprie aspettative propongono come più possibile. E monitora persone, oggetti ed emozioni. Tutto per rinforzare l’illusione di avere tutto sotto controllo. Ma funziona davvero?

Bias dell’illusione del controllo

Attraverso il controllo e l’anticipazione guidiamo i nostri comportamenti lontano dalle minacce di eventi nefasti o poco piacevoli. E soprattutto lo facciamo con un grande dispendio di glucosio, la nostra energia per far funzionare la mente. Tuttavia nel fare questo non sempre seguiamo la via più opportuna ed efficace. Cercando una soluzione all’ambiguità degli stimoli che ci si offrono di fronte siamo spesso ingannati da noi stessi nella ricerca delle cause o delle conseguenze reali. Senza nemmeno accorgerci che siamo liberamente obbligati. Che ci affidiamo alle immagini mentali dei problemi da risolvere, vedendo ciò che ci aspettiamo di vedere e sentendo ciò che vogliamo sentire.

Vogliamo illuderci di controllare gli eventi che appartengono alla nostra vita per proteggerci. Per non farci trovare impreparati. O peggio, vulnerabili (ai nostri occhi, prima che agli altri). Così crescendo rinforziamo la nostra capacità di prevedere. Ma prevedere significa “vedere prima che le cose accadano”. A volte è un bene. Se prevedo che quell’auto esce dallo stop senza darmi la precedenza, posso rallentare (ed evitare un incidente). Prevedere la reazione di mia moglie mi può far cambiare il mio comportamento ancor prima di metterlo in atto (e salvare un matrimonio). Quando prevedo che il mio capo leggerà questi dati del report e non altri, posso preoccuparmi di scriverli nel modo più adeguato (e meritarmi un premio). A volte non è così bene. Se prevedo che una reazione del collega sia uguale a quella che ha sempre messo in atto, rischio di non cambiare il mio approccio con lo stesso. Prevedere la soddisfazione della moglie all’ennesima proposta di “cena fuori” rischia di far diventare routinaria una storia romantica. Quando prevedo che un problema abbia quelle soluzioni «perchè è sempre stato così» ho la certezza che mi sto precludendo ogni ulteriore possibile soluzioni. Magari più efficace.

Risolvere i problemi con la magia

Ecco una magica proposta per lavorare sulle strategie di decision making partendo da un migliore problem setting visto da un’innovativa prospettiva: quella dell’astuzia. L’astuzia non come sotterfugio che permette al soggetto di “aggirare” il vero problema quanto come quell’opportuno insieme di attenzione, approccio creativo, stratagemmi e pensiero laterale che permette di risolvere uno “snodo decisionale” prima che diventi un problema. Consapevoli del fatto che è la nostra mente che costruisce i problemi che nella realtà non esistono se non come generiche difficoltà.

«È la mente a creare i problemi» significa ribaltare quella prospettiva che porta il risolutore di enigmi (di qualsiasi natura professionale essi siano) ad andare alla ricerca di soluzioni note, magari già sperimentate, per una loro risoluzione. E favorire così un approccio più “strutturale” al problema che parta dalla sua… creazione! È infatti solo comprendendo come si creano i problemi che è possibile imaprare a gestirli e risolverli.

E chi meglio di un illusionista possiede la nobile arte di saper creare problemi apparentemente insolubili?

Statue della Libertà che spariscono davanti a migliaia di occhi attenti. Donne che levitano a mezz’aria. Carte che vengono ritrovate dopo esser state perdute o bruciate. Monete che si moltiplicano e sparisono a un palmo da naso dell’interlocutore. Grossi gorilla neri che attraversano una scena senza che il pubblico noti alcunché.

Il contrario di ambiguità non è univocità!

Creare situazioni di (apparente) impossibilità, di (indecifrabile) ambiguità, di (ignote) logiche fisiche o meccaniche è una specifica abilità di creazione immaginativa e tecnica che permette agli illusionisti di costruire una realtà (ovvero un problema da risolvere, per gli spettatori) apparentemente impossibile. Impossibile per gli spettatori solo perchè questi non hanno a disposizione ulteriori e differenti modelli interpretativi. O informazioni sul come quel problema è stato costruito.

Ecco la magia del problem solver: l’esercizio a quell’ideazione creativa necessaria per costruire (e quindi risolvere) problemi apparentemente insolubili. Il contrario di “ambiguità” non è infatti “univocità” ma “nuovo ordine“!

È possibile trattare i modelli e gli approcci ai dilemmi decisionali partendo da un’analisi dei metodi di problem setting propri ad alcune figure professionali particolarmente esemplificative in tal senso: detective, enigmisti, maghi e illusionisti. Conoscere gli approcci – non certo i trucchi, anche se… – attraverso cui tali professionisti approcciano i propri problemi professionali (routine di magia, giochi illusionistici ed enigmi logico-linguistici) significa potersi avvicinare a come la mente, di fronte a una condizione di ambiguità percettiva e cognitiva, riesca a ideare nuove soluzioni, spesso inusuali, in risposta alle sempre differenti situazioni che il problem solver deve affrontare nella sua quotidianità professionale. Significa imparare a cercare ogni volta interpretazioni molteplici e non scontate di ciò che abitualmente si considera dotato di un significato univoco.

Cosa c’è di possibile nell’impossibile

Conoscenze scientifiche e abilità illusorie permettono così di comprendere un po’ meglio quali sono i processi mentali che possono o devono essere attivati di volta in volta per produrre le soluzioni più adeguate in determinate circostanze. Anche quelle considerate così difficili da apparire “impossibili”.

Un esempio coinvolgente e originale lo trovate ora nella conferenza-spettacolo «Neuromagia. Quando la magia “svela” il nostro rapporto con il denaro», unica realtà italiana di educazione al denaro e ai processi decisionali che unisce psicologia del denaro e illusionismo!

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