[estratto dalla relazione al TEDxUdine del 9 marzo 2019]

Chi hackera chi?
Nei prossimi 18 minuti il vostro cervello verrà hackerato più e più volte. E solo in due di queste non sarete voi a farlo!
Ma c’è di più: queste “intrusioni” non solo non verranno da “fuori”, ma non violeranno alcuna norma legale, etica o che abbia a che fare con la buona educazione. Non avranno bisogno di alcuna autorizzazione né di domande specifiche. E non saranno “visibili”. Anche perché, accadendo dentro alla nostra testa, è difficile poter “vederci qualcosa”. O forse no?
Oggi, in realtà, con raffinati strumenti di Neuroimaging Funzionale è possibile “vedere” e “valutare” le differenti funzionalità del nostro cervello.
Per far questo sono necessarie principalmente due cose:
1) un cervello in attività, oggetto non scontato né frequente, e
2) uno scanner RMF, oggetto che nemmeno scontato sarebbe stato possibile portare qui per “vedere” tutti i vostri cervelli al lavoro!
Sapendo di avere qui molti cervelli in attività ma nessuno scanner per sbirciare i nostri neuroni dentro la nostra scatola cranica, ho elaborato un efficace metodo per “portar fuori” i neuroni. Esaminiamolo insieme!
Allungate un braccio davanti a voi e aprite bene la mano. Ecco un’ottima rappresentazione di un neurone con il suo nucleo (qui, nel palmo della mano), i suoi dendriti (le dita) che ricevono i segnali e li propagano in direzione opportuna per la loro elaborazione, attraverso l’assone (il vostro braccio). Se alzate bene la manica potete vedere anche la guaina mielinica e le cellule di Schwann…!
Ora capiamo nel dettaglio come questo nostro affascinante sistema reagisce a una stimolazione esterna.
Per cortesia, alzatevi tutti in piedi.
Da questo momento fate esattamente quello che faccio io. Allungate le braccia e portatele parallele all’altezza delle spalle, palmo a palmo. Muovete le dita così: questi sono i vostri neuroni che reagiscono alle indicazioni vocali che vi sto comunicando: reattivi e rispondenti! Ottimo!
Continuate a fare esattamente quello che faccio. Fermate le dita. Girate le mani dorso contro dorso, sollevate il braccio destro portandolo sopra il braccio sinistro e unite le mani, intrecciando bene le dita e facendo molta attenzione che il pollice della mano sinistra – quella che appartiene al braccio che stava e sta sotto il braccio destro – si trovi tra il pollice della mano destra, sotto, e l’indice della mano destra, sopra. Allungate gli indici – i vostri dendriti – così e unite forte i polpastrelli. Osservatela bene: questa è una trasmissione sinaptica tra i vostri neuroni. Fermi così! Eccoli i neuroni che potete “toccare con mano” mentre eseguono un comando, senza accorgervi che, nel frattempo, altri neuroni hanno subìto un primo attacco hacker. Che è andato a “buon” fine se… non riuscite a fare così.

Il potere delle aspettative
Siamo sicuri che quello che avete visto proprio ora sia ciò che stava davanti ai vostri sguardi? In realtà non è proprio così.

Noi vediamo esattamente quello che ci aspettiamo di vedere. Mentre accadono cose là dove la nostra attenzione non riesce a cogliere eventi e cambiamenti.
Ciò significa che ognuno di noi agisce non tanto agli stimoli oggettivi provenienti dalla realtà stessa quanto in risposta a una serie di immagini mentali create da… qualcuno che lavora per noi. O contro di noi.

Noi vediamo quello che vogliamo vedere. E non mi riferisco solo alla vista.
Ovvero, siamo liberamente obbligati in molte delle nostre scelte quotidiane. Pensiamo in base a quello che già conosciamo, e ci illudiamo di essere liberi nel guidare noi il nostro pensiero. Ovvero, crediamo di essere liberi mentre l’hacker che è in noi sta obbligando le nostre decisioni, mettendo in relazione mente e realtà.
E il nostro modo di relazionarci con la realtà passa proprio di qui: non sempre lungo il sentiero più razionale, opportuno e lineare che si possa immaginare o volere, ma attraverso vie euristiche e bias, fallace percettive e distorsioni, pregiudizi e fallimenti sistematici del nostro modo di pensare. Spesso hackerati dall’esterno, sì (mercato, pubblicità, informazioni). Ma ancor più spesso da… noi stessi.

La comunicazione può infatti ingannare. Ma anche la mente mente. Anzi: la mente ci mente.

Il fatto è che noi affidiamo a lei ciò che vogliamo, e vogliamo fortemente, credere. Ma cosa significa “credere”? La radice della parola credere rimanda al credito: se noi ci fidiamo della nostra mente è perché le diamo credito! Quando non lo facciamo, quando dif-fidiamo, allora siamo motivati ad analizzare ogni singola parola, ogni singola azione per …smascherare una possibile minaccia! Ma se ci fidiamo di lei… ci affidiamo a lei.
Allo stesso modo, se noi diamo credito alla realtà che ci sta di fronte è perché ci fidiamo di essa.
Ma queste – la nostra mente e la realtà – sono solo due delle tre facce della medaglia! Perché c’è poi quella che io chiamo la terza faccia della medaglia.
La terza “metà” è il luogo relazionale dove si spende il nostro reciproco credito relazionale.
Ed è in questo luogo che noi spesso – molto spesso – ci sentiamo obb-ligati a fidarci. Obbligati: legati reciprocamente. O più precisamente: qui è la nostra mente che ci obbliga, ci lega in modo vincolante alle sue decisioni.

Liberamente obbligati
Nel gioco del «pacchetto di sigarette» ognuna di queste macchine (le nostre menti) è un “libro aperto” di fronte ai migliori pirati cognitivi! Avete lasciato spalancato il vostro firewall e l’hacker è entrato fin dalla presentazione delle regole del gioco. E poi da quella prima domanda che ha favorito un processo di associazione semantica tra “sigarette” e “pacchetto di sigarette”. Voi, o meglio, la maggior parte di voi si è sentita libera di rispondere in modo apparentemente generalizzato (scrivendo un qualsiasi numero tra 0 e 20, o alcuni numeri tra 0 e 20, o delle frasi tipo «non so… quelle che restano… dipende…») quando in realtà – e in modo completamente inconsapevole – era già stata obbligata – dalla propria mente – a costruire una risposta implicitamente coerente con l’associazione “sigarette-pacchetto di sigarette”. Il vostro amato hacker vi ha tenuti lontani da altre realtà seppur verosimili e plausibili. Infatti: a qualcuno di voi, alla prima domanda «Quante sigarette ci sono in un pacchetto?», è venuto in mente un pacchetto tipo questo (pacchetto di fazzoletti blu) o questo (pacchetto di caramelle giallo)? Per l’appunto: il sistema era già stato violato dal bias di conferma.

Nella seconda domanda, presa nelle trappole disseminate lungo il sentiero della comunicazione liberamente obbligante fin dall’inizio dell’elencazione delle tre (e solo tre) prescrizioni del gioco (seppur paradossali, come quella di non ridere) e della modalità di presentazione delle domande, la vostra mente ha operato un’ulteriore inferenza, confermando a voi stessi che si stesse parlando proprio di sigarette, allora… Allora avete risposto, o meglio la maggior parte di voi ha confermato la risposta precedente, o l’ha “aggiustata” sempre affidandosi all’immagine mentale di un pacchetto di sigarette. Un’immagine mentale ora ben più chiara e univoca, ma pur sempre un’immagine mentale. È l’euristica dell’ancoraggio e aggiustamento. Quell’euristica che ci àncora al primo prezzo comunicato in una contrattazione.

Infatti, tale sistema di inferenze procede e si rinforza nella terza domanda. Qui, il vostro hacker forza i file della vostra memoria, scassìna i ricordi della vostra esperienza e vi fa rispondere «10, 20, 25». È l’euristica della disponibilità. Risposte facilmente recuperabili in memoria perché disponibili nella nostra esperienza, coerenti con la mia esperienza. Ecco che, se conosco bene la Francia, ai numeri di prima posso aggiungere un «30 o 35». Ma la questione è: sono risposte relative a reali pacchetti esistenti di sigarette? E se qualcuno avesse risposto 19? Sarebbe una risposta accettabile? …Sì, per il fatto che il limite entro cui accettare tale risposta può trovarsi oltre le informazioni disponibili alla nostra esperienza, in modo che comprenda, ad esempio, i «pacchetti intatti» in commercio in Inghilterra (19 sigarette).

Ma arriviamo alla questione cruciale. È possibile rispondere in modo corretto alla quarta e ultima domanda? Oppure, dopo l’intromissione del vostro caro hacker, questa possibilità è svanita? Perché per dare l’unica vera risposta possibile all’ultima domanda non ci si può affidare all’immagine mentale del pacchetto di sigarette che il sistema hackerato ha non solo costruito attraverso le domande di questo gioco ma via via consolidato attraverso le proprie risposte come personale realtà cui ognuno di voi si è poi riferito. Eh sì, perché su quei foglietti c’è il tracciato mentale del vostro affidarvi a una immagine mentale. All’immagine mentale del “pacchetto di sigarette” e non più alla realtà, che è questo pacchetto di sigarette, reale e disponibile a tutti. Questo è il problema cui è necessario metter mano per poterlo risolvere. E si trova ben al di là di come la nostra mente ce lo racconta.

Per trovare la risposta giusta è qui necessario controllare le intrusioni e le violazioni del nostro sistema mentale – inferenze, generalizzazioni, ipotesi, conoscenze pregresse… – in modo da aiutarlo ad agire nell’unico modo corretto: riconsiderare le condizioni imposte dalle regole, agire all’interno di queste, dubitare dell’immagine mentale esistente (creata dalla mia mente) o diffusa (stimolata dalla comunicazione a me rivolta), verificare il contenuto del problema e risolverlo.

L’antivirus che è in noi
È la nostra mente che ci rende liberamente obbligati. Il nostro comportamento è esposto ai rischi di un hackeraggio mosso da noi stessi molto più spesso di quanto pensiamo.

Per questo mi piacerebbe che ci portassimo a casa 3 sneakers o ovvero 3 utili programmi che permettano al nostro caro hacker non solo di prendere consapevolezza dei nostri limiti ma soprattutto di migliorare le nostre prese di decisione:
1) dubitare delle informazioni a disposizione e verificarle
2) valorizzare gli errori, perché se la nostra mente è liberamente obbligata che lo sia nella più opportuna delle direzioni
e, infine, evitare di fumare ma
3) aprire non solo la nostra mente ma tutti i “pacchetti” che ci troveremo davanti!

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