Peter Demetz «The Perception» (ph Sossima Silva Ramirez, 2018)

Qual è il gioco più difficile che un bambino possa proporre a un adulto? La maggior parte di noi lo avrà provato almeno una volta con il proprio figlio, con un nipotino affettuoso o con un bimbo curioso. E molti di noi adulti hanno miseramente abbandonato, dichiarando «Hai vinto tu!» dopo un paio di …«Perché?».
Ecco la disciplina olimpica per i campionati del triathlon mentale, specialità 3C curiosità, conoscenza e creatività: il gioco del «Perché?». Questo semplice ma tutt’altro che innocente avverbio interrogativo nasconde dietro sé tanto il fascino esercitato dalla conoscenza quanto il terrore dell’ignoranza e il brivido della sfida creativa. Il bambino brama sapere come funzionano le cose, cosa sta dietro a ogni singola spiegazione degli eventi e s’ingegna per trovare una strada che gli permetta di scoprirla. Desidera fortemente sapere il perché dietro ad ogni «perché…». L’adulto, dal canto suo, teme di non sapere la causa reale che motiva gli eventi, affidandosi alle cose come stanno e come gli son note, nel tentativo di allontanare ogni ragionevole dubbio e sollevarsi dalla fatica di andare un po’ più in là.
Eh sì, perché ogni «perché» apre una porta sull’universo della conoscenza, avvia un percorso di indagine che può spingersi in profondità, molto in profondità. Ai limiti della vertigine. Per questo al contempo è promessa e minaccia per il mantenimento dello status quo del soggetto che si pone tale interrogativo. Speranza e timore. Opportunità e rischi. E per tale motivo l’adulto perde miseramente quasi sempre in questo gioco, sotto gli indifendibili «Perché… sì!» e «Perché… è così!».
Eppure noi stiamo a fatica in una condizione di non conoscenza: vogliamo sapere. Nasciamo curiosi, anche se troppo spesso crescendo tale nostra esigenza viene ridimensionata e sopita. «La curiosità è una risorsa importante, che ci aiuta a esplorare il mondo e ci apre nuove strade. Perché siamo curiosi? E perché è importante restarlo per tutta la vita?» si chiede in uno stimolante articolo Anna Rita Longo nel numero di febbraio di Le Scienze – MIND «Una vita da curiosi» (pp. 24-31) con la quale ho avuto il piacere di dialogare su questo tema che mi ha sempre… incuriosito!
Essere curiosi significa “prendersi cura” di sé attraverso il sapere. É il nostro modo di esplorare il mondo e uno di quelli preferibili per affrontare le decisioni nella nostra quotidianità. Un modo tanto necessario quanto costoso in termini di rischi e di energia, fisica e mentale (La terza faccia della moneta, 2018: pp. 19-27). Costi che affrontiamo proprio perché pre-disposti ad esser curiosi attraverso pensiero, linguaggio e creatività.
Predisposti non significa certo “disposti per tutta la vita”. Purtroppo. Crescendo lo spazio dedicato o concesso per “scoprire” il mondo e sperimentarlo con la propria esperienza lascia ben presto il posto alle occasioni di apprendimento imposto o passivo. Quanto siamo disposti, tra adulti, a giocare al gioco dei «Perché?» andando oltre i primi “giri”? Troppa fatica! Di fronte allo sforzo di dover immergersi in ragioni, cause e logiche da verificare e scoprire meglio optare per una soluzione di “superficie”, su cui galleggiare nello stagno sicuro di ciò che già si sa.
Tuttavia, preferire la situazione attuale e sicura in cui compiere le proprie scelte quotidiane è l’esito di un bias comportamentale: il Pregiudizio dello Status Quo. La situazione attuale è il solido riferimento da mantenere immutato, in cui ogni legame causale degli eventi è noto in modo rassicurante. E qualsiasi cambiamento – e non a causa di evidenti possibilità di peggioramento – viene considerato una perdita. Un’euristica questa che porta a conseguenze limitanti, conservative e non sempre opportune. Specialmente in un contesto di apprendimento e di conoscenza. Eppure, l’euristica – come indica l’origine greca del termine – dovrebbe ben rimandare al piacere della scoperta, alla gioia conseguente il ritrovamento di una ragione che spiega le cose.
Ecco perché è utile, se non necessario, conservare la predisposizione alla curiosità anche “da grandi”, oltre il nostro periodo infantile. La curiosità dovrebbe rimanere quella fondamentale e atavica spinta intima al desiderio di vedere, di sapere, di provare, di gustare. Proprio come l’atto del bambino che “introietta” il mondo esterno nel proprio sé “gustandolo” morso a morso, nel suo “mettere in bocca” parti del mondo da conoscere (Le Scienze – MIND: pp. 29-30).
La curiosità come premessa del conoscere è un potente stimolo intellettuale. La curiosità è benefica nel suo essere strettamente legata all’atto del prendersi cura di sé, come il bambino nell’esplorazione del mondo, degli altri e della relazione tra sé e gli altri.
Per evitare che la curiosità si perda con la maturità e con l’abbandono della modalità infantile – cioè propria dell’infanzia, ma non per questo meno efficace e produttiva di conoscere il mondo nelle occasioni adulte – è indispensabile che anche da adulti si sia capaci di recuperare il nostro approccio infantile alla scoperta del nuovo e la volontà di saper ascoltare anche la parte meno adulta di noi, quella più giocosa che è poi quella più vicina alla nostra terza metà. È la dimensione del gioco del bambino, libero, destrutturato, immaginifico, potente. Si tratta di una dimensione gratificante e fondata sulla fiducia su sé e sugli altri, nella relazione. Nella nostra relazione con il mondo tendiamo a “monetizzare” la relazione con gli altri (La terza faccia della moneta, 2018: pp. 95 e ss.). Noi, infatti, pensiamo, agiamo e decidiamo interagendo con il nostro ambiente, fortemente influenzati dal contesto, dalle cornici entro cui ci vengono raccontati i fatti e dai valori attribuiti dall’esperienza. Tuttavia, non sempre questa via porta al successo. Se da un lato siamo stati cresciuti per replicare azioni e comportamenti “di successo” perché in passato si sono già dimostrate efficaci, dall’altro abbiamo la tendenza in situazioni simili a replicare un comportamento che ha già funzionato. Ma questa è tanto una promessa di riuscita quanto una minaccia di fallimento. Lasciare o no la via vecchia per la nuova?
Da un punto di vista mentale ci attiviamo tanto per evitare di intraprendere una nuova via quanto per immaginare cosa ci sia al di là della vecchia: ma ecco che il “far succedere” diventa più importante di ciò che “è successo”. Questa è l’attivazione da recuperare, il prezzo da pagare: la curiosità quale strategia personale e professionale per far accadere le cose e prendersi cura di esse e delle relazioni che queste accompagnano, sempre. E senza paura di sbagliare ma imparando a sbagliare meglio. Anche giocando al gioco dei «Perché?». Perché c’è solo da guadagnarci!
Come conferma la testimonianza raccolta dall’articolo di Longo (p. 31) di Francesca Gino, docente di Business Administration alla Harvard Business School, avremmo «tutto da guadagnare dal fatto di preservare questa disposizione naturale per tutta la vita». Anche per un vantaggio offerto al “valore economico” dalla curiosità. Secondo gli studi di Gino

quando viene solleticata la nostra curiosità, noi ragioniamo più approfonditamente e più lucidamente sulle decisioni da prendere ed escogitiamo soluzioni più creative. Inoltre la curiosità permette ai leader di avere più rispetto da parte dei loro follower e induce i dipendenti a sviluppare reazioni fiduciarie e più collaborative con i colleghi.

Essere curiosi significa prendersi cura di sé, del proprio mondo come del mondo degli altri e quindi prendersi cura delle relazioni con gli interlocutori con cui abbiamo a che fare. Un atteggiamento curioso ed esplorativo sarà in grado di riscoprire il piacere dell’apprendimento quanto più sarà capace di trovare le risposte cercate. E soprattutto tanto più saprà porre delle buone domande.
Per iniziare a cambiare il nostro atteggiamento, infatti, è sufficiente iniziare a comprendere meglio le cose che facciamo. E iniziare, tra tutte, con la più importante delle domande: «Perché?». Meglio se resistendo alla tentazione di rispondere «Perché …è così!».

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