Michael Beitz «Not Now» (2015)

In origine c’è la fiducia

In origine c’è la fiducia. Quella fiducia che anche oggi sta alla base del sistema di credito. E che sostiene la dimensione di circolarità dello scambio. Esattamente qui sta il riconoscimento che il bisogno dell’altro può incontrare un mio bisogno. E viceversa. Dato che ognuno di noi è un Altro per qualcun Altro. La soluzione per entrambi si trova così nella relazione che precede la nascita della moneta come garanzia di un accordo di utilità tra le parti.

La rete delle nostre relazioni sociali (dalla famiglia agli amici, dal condominio alla nazione) si fonda sul principio di dipendenza relazionale.

Oggi ne siamo più o meno (sempre meno) consapevoli. Abbiamo iscritto tutti (o quasi) i nostri comportamenti all’intero di una logica economica e commerciale secondo cui un oggetto messo a disposizione viene ricevuto e pagato, in una dimensione lineare e unidirezionale. Ma il denaro pagato per un bene o un servizio chiude definitivamente la relazione: e nulla più è dovuto. Nello scambio che precede la dimensione economica, invece, la transizione apre una relazione.

Il dono è relazione

Chi dona si espone alla libertà di chi riceve il dono di contraccambiare con un contro-dono. Ciò alimenta la relazione. Chi riceve condivide consapevolmente o meno la necessità profonda di ricambiare. Tale restituzione si presenta esattamente come una re-istituzione di un legame ed è psicologicamente sostenuta dalla corrispondente necessità di rispondere alla condizione di debito in cui il dono proietta il beneficiario. Questo manteniene viva la relazione. Dall’altro lato, chi dona si espone al rischio di non essere ricambiato. E quindi di non veder ricambiata la richiesta di relazione. Ma è proprio da questa dinamica in cui il dono si caratterizza per l’assenza di garanzia relazionale che emerge l’importanza della fiducia negli altri. Più chi riceve un dono è libero di ricambiare come, quando e quanto desidera e sente, più chi dona attribuirà valore a tale restituzione proprio perché segnale di volontà di costruire insieme una relazione.

Donare significa instaurare relazioni costruite sulla dinamica della fiducia. Esattamente al contrario di quanto fa l’utilitarismo dominante, in cui il consumatore è considerato un soggetto che persegue i propri interessi, che paga per avere ciò che desidera o necessita.

E che vive il dono nella sua errata equivalenza con il regalo o la donazione filantropica. Mentre questa fa per gli altri, laddove invece il dono fa con gli altri.

L’ambiguità dei tempi contemporanei

L’uomo moderno si allontana sempre più dalla dimensione della comunità, non potendo più contare sulla presenza dell’aiuto solidale del gruppo né delle istituzioni. E vive ognun per sé, forte della fede riposta nel nuovo oggetto onnipotente che è il denaro. La moneta resta un segno – aliud pro alio – di quella (oramai perduta) fiducia nei confronti della società. Tale segno concreto, visibile e scambiabile apre un credito con il mondo esterno, dando a chi lo possiede la forza di credere in un futuro che è sicurezza anche nella propria quotidianità. Il denaro vuole oggi essere una riconquista del futuro. Ma lo fa sotto l’illusione capitalistica che lo ha ingannevolmente dipinto come tale.

È proprio da qui che nasce e si sta affermando sempre più quella volontà condivisa di accumulare non denaro ma relazioni. Non beni e provviste in magazzini, bensì reti sociali e rapporti diretti.

«La comunicazione è uno scambio di doni all’interno di mura comuni»

Così definiva la comunicazione Franco Fornari nel 1979. Anche le relazioni di scambio s’inseriscono in un terreno di condivisione di significati mirata al mantenimento della relazione stessa. Comunicare significa, infatti, dare e ricevere (scambio) significati e valori reciproci (doni) all’interno di un riferimento di senso condiviso (mura comuni) entro i cui confini le identità degli interlocutori stessi si confrontano e si affermano. Ogni singola parola può essere una porta per l’interpretazione della realtà o una prigione di lungo periodo (cum moenia, ‘mura di cinta’) entro cui condannare la propria visione del mondo.

Le parole utilizzate – e ancor di più quelle taciute – hanno una forza di attrazione e repulsione che influenza il nostro com- portamento e la nostra capacità di cambiamento.

Comunicare: da cum munus ‘mettere in comune dei doni’ creando un rapporto. Il dono si fa comunicazione nel momento in cui la rappresenta nella sua funzione più alta. La parola è per la comunicazione quello che il dono è per la relazione:

un valore che esiste nel momento in cui viene ceduto.

Ed è in tale momento che dono e parola obbligano chi li riceve a dover ricambiare.Come chi sente rivolgersi la parola deve rispondere (in modo che né chi ha parlato si senta svalutato né chi risponde si senta manchevole), così chi accetta un dono si assume il dovere di ricambiare. E si assume la libertà di farlo o meno. Con le conseguenze relazionali che la scelta finale comporta. Siamo così liberamente obbligati a ricambiare.

Non accettare il dono significa infatti rifiutare la generosità dell’altro e limitare la sua stessa libertà. Chiudendo per sempre il rapporto. E lasciando questo nel mondo dell’indifferenza e della non-reciprocità. Un peso così difficile da sopportare che l’uomo ha storicamente risolto con la moneta. Laddove il dovere di restituire diventa insopportabile per l’individuo ecco che lo stesso crea la moneta quale strumento di risoluzione e chiusura della catena di debito infinito che il dono ha aperto.

In questo si contrappongono dono e denaro ma ritrovandosi nella dinamicha della comunicazione. Il riconoscimento del gratuito che accompagna il dono dev’essere in qualche modo onorato nel momento in cui scaturisce dal riconoscimento dell’altro come mio interlocutore. Il grazie da lui agito e non solo verbalizzato deriva così dall’accettazione della gratuità che proprio nella sua origine esprime lo specifico valore della reciprocità e della fiducia.

Da: La terza faccia della moneta (M. Bustreo, 2018)

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