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	<title>scelte | Massimo Bustreo</title>
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	<title>scelte | Massimo Bustreo</title>
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		<title>Un bel respiro</title>
		<link>https://www.massimobustreo.it/un-bel-respiro/</link>
		<pubDate>Mon, 15 Dec 2025 20:41:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Viviamo esposti a una spossatezza emotiva e mentale che ci riconosce prima ancora che noi si possa riconoscere lei. Ammetterlo non è un lamento: è il primo atto di resistenza. Forse non si tratta solo di stanchezza. È l’esito di un rumore di fondo di un’epoca complessa. Troppo complessa per poterla comprendere con strumenti noti e già sperimentati. Ma riconoscere questo rumore è il primo passo per non esserne sopraffatti.</p>
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					<blockquote><p>Siamo solo stanchi? O siamo saturi? Possiamo resistere ancora? E quanto?</p></blockquote>
<p>Viviamo esposti a una <strong>spossatezza emotiva e mentale</strong> che ci riconosce prima ancora che noi si possa riconoscere lei. Ammetterlo non è un lamento: è il primo atto di <strong>resistenza</strong>.</p>
<p>Forse non si tratta solo di <strong>stanchezza</strong>. È l’esito di un <strong>rumore</strong> di fondo di un’epoca complessa. Troppo complessa per poterla comprendere con strumenti noti e già sperimentati. Ma riconoscere questo rumore è il primo passo per non esserne sopraffatti.</p>
<p>Da qualche tempo conviviamo quotidianamente con una forma particolare di stanchezza. Questa non è arrivata all’improvviso. Non si è presentata né fatta annunciare. Non ha bussato alla nostra porta. Lei fa così: <strong>ci precede,</strong> perché sa già dove andare mentre noi cerchiamo ancora la direzione. Come fanno le emozioni, d’altra parte.</p>
<blockquote><p>Che sia una stanchezza che nasce dal vivere in un mondo che accelera più dei nostri pensieri? In un mondo che cambia forma mentre cerchiamo le istruzioni per capirlo? In un mondo che sfugge alle categorie?</p></blockquote>
<p>La fatica di rincorrere tale vertiginosa <strong>volatilità</strong> conduce a una stanchezza sottile, stratificata, subdola, Non tanto fisica quanto cognitiva. Non tanto muscolare quanto affettiva. Non tanto individuale quanto relazionale.<br />
Nell’era della complessità, <a href="https://www.inspiringpr.it/verita-resistenti-a-inspiringpr-2026/"><strong>resistere</strong></a> come anche solo <strong>orientarsi</strong> e ancor prima <strong>comprendere</strong> è un lavoro faticoso. Troppo faticoso per degli esseri limitati come siamo.</p>
<p><span style="font-size: large;"><em><strong>Una presenza discreta</strong></em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">È una fatica che non alza la voce. Non è eroica. Non è epica. Non è instagrammabile. Eppure ci accompagna ovunque. Come un’<strong>ombra</strong> che conosce perfettamente il nostro passo. Di più: che lo anticipa e lo rende sempre più instabile.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">È la fatica di <strong>decidere per il meglio</strong> in un mondo che cambia troppo velocemente. Anzi: è la fatica di decidere per il soddisfacente. Che pure il bene ancor più che il meglio si sta allontanando sempre più.<br />
</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">È la fatica di comprendere. Di <strong>stare in equilibrio</strong> tra ciò che sappiamo e ciò che sfugge. Tra ciò che vorremmo e ciò che dobbiamo pensare, scegliere, agire.<br />
</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La sua materia prima è l’<strong>incertezza</strong>. Il suo rumore di fondo è il <strong>sovraccarico informativo</strong>. Il suo gesto quotidiano è lo <strong>spaesamento</strong>. Il suo volto è la <strong>maschera</strong> che la nasconde, e sempre meno discretamente.<br />
</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">È una fatica <strong>distribuita</strong>, sì, ma non uniforme. Per i più giovani pare essere come il peso di uno zaino che non hanno preparato loro, ma che loro si ritrovano in spalla. Una pressione che schiaccia e abbassa l’orizzonte dello sguardo sotto l’orizzonte. Per i meno giovani pare accompagnare ogni passo mosso su un terreno terreno che cambia consistenza sotto i piedi a ogni allungo. E per molti se non per tutti è il motore che gira in folle. A consumar benzina emotia.</span></p>
<p><span style="font-size: large;"><strong><em>Specchi e punti di frizione</em></strong></span></p>
<p>Per chi si occupa di educazione, di formazione e di divulgazione, la stanchezza si colora di tonalità e sfumature particolari. La fatica del mestiere mette sì alla prova la resistenza. Ma prima ancora emerge dalla frizione tra mondi e rappresentazioni. Tra realtà e narrazioni. Tra forme e contenuti. Tra <strong>verità e ragioni</strong>.</p>
<p>Perché chi insegna, chi comunica, chi educa non maneggia soltanto contenuti: prende in mano rappresentazioni, immagini, aspettative, paure, visioni, bisogni, desideri. Ogni tema complesso porta con sé anche il peso del <strong>contesto</strong> che fa da sfondo: economico, sociale, emotivo, relazionale, politico, valoriale, ideologico. Un contesto che oggi somiglia più a un mare livido in burrasca che a un cristallino torrente saltellante.</p>
<blockquote><p>Il rischio si ripresenta a ogni occasione: dire troppo e contribuire alla saturazione? Dire male e contribuire alla confusione? Dire poco e rendere lecito l’indifendibile?</p></blockquote>
<p>Il dovere di dire la verità senza avvelenare il pozzo. Parlare del contesto reale, con le sue ombre, senza diventare complici dello scoraggiamento, della saturazione, del cinismo strisciante. È una linea sottilissima. La manchiamo, a volte. Perché dobbiamo muoverci sul crinale di un <strong>equilibrio instabile</strong>: un passo più in qua illumina, un passo più in là affatica. Spesso non lo indoviniamo. Sempre inciampiamo. E sovente – se non ad ogni procedere – in <strong>errori</strong> che sono l’emersione del sincero.</p>
<p>C’è, infatti, un <strong>paradosso</strong> tra i tanti di oggi che vale la pena nominare: questa fatica non è solo un ostacolo. È <strong>forza rivelatrice</strong>. Ci mostra dove finisce il nostro <strong>sapere</strong> e dove inizia il nostro <strong>limite</strong>. Ci ricorda che, prima ancora di essere professionisti, siamo persone che attraversano la stessa complessità dei nostri interlocutori. In modo diverso, ma sovrapponibile.</p>
<p>E forse è proprio questa <strong>vulnerabilità condivisa</strong> a dare profondità vera alla relazione educativa. La fatica ci restituisce la misura.</p>
<blockquote><p>E la <strong>misura</strong> è una necessità per comprendere la realtà.</p></blockquote>
<p><span style="font-size: large;"><em><strong>Serve un limite che serva</strong></em></span></p>
<p>A volte basta spostare l’<strong>angolo di osservazione</strong> di qualche grado. Come ben c’insegna <strong><a href="https://www.massimobustreo.it/propongo/"><em>Soul</em></a></strong>.</p>
<p>Bisogna necessariamente <strong>esporsi</strong>. E farlo significa <strong>parlare con cura</strong>, sapendo che ogni parola può accendere un’immagine interna, una speranza, una paura, un dubbio. Significa <strong>cercare la verità</strong> allontanando la tentazione di trasmetterla come un macigno. Significa <a href="https://youtu.be/fKeHN8nQWj0?si=FQSLFLdPjzNJ9ulh"><strong>mettersi in gioco</strong></a>, tra onore di sé e oneri per sé e gli altri. Ma questo toglie il fiato.</p>
<p>Il <strong>limite</strong> non è un nemico. Non toglie, ma <strong>ordina</strong>. Non castra, ma permette di <strong>costruire</strong>.</p>
<p>Il limite è la cornice che ci <strong>protegge</strong> dal rischio di diventare cinici. E ci salva da quell’enorme buco nero che inghiotte tutto, anche ciò che potrebbe salvarci: l’<strong>indifferenza</strong>.</p>
<p>Per questo la fatica è un <strong><a href="https://www.audible.it/pd/Coaching-per-il-futuro-Audiolibri/B0CPYCDTN3?qid=1741702603&amp;sr=1-1&amp;ref_pageloadid=not_applicable&amp;pf_rd_p=67f8f22b-aed1-45a6-a456-d09beff03315&amp;pf_rd_r=SGBA3PGG7DAQEENCXFFG&amp;plink=AQK3ctv48tLRfVNq&amp;pageLoadId=hmT2ZwW79hDIQdx2&amp;creativeId=b2592cc9-1111-40d9-9474-98f67c8075cc&amp;ref=a_search_c3_lProduct_1_1">esercizio quotidiano</a></strong>, quasi ascetico: <strong>misurare</strong> ciò che sappiamo, <strong>riconoscere</strong> ciò che ignoriamo. Per farlo serve energia, serve <strong>resistenza</strong>. E questo accorcia il fiato. Soprattutto se ci si muove senza <strong>allenamento</strong>.</p>
<p><span style="font-size: large;"><em><strong>Servono domande prima delle risposte</strong></em></span></p>
<p>La fatica ci costringe a domandarci che <strong>storia</strong> sto raccontando.</p>
<blockquote><p>Che storia racconto a me stesso? Che storie sto raccontando agli altri? Che immagine sto evocando della realtà? Sto costruendo una via d’uscita? Un vicolo cieco? Un altrove che mi faccia da alibi?</p></blockquote>
<p>Dobbiamo scegliere consapevolmente quali <strong>immagini</strong> far lavorare dietro i nostri occhi. Perché da quelle immagini prende forma ciò che decidiamo. Ciò che comunichiamo. Ciò che siamo.</p>
<p>Forse il nostro tempo chiede proprio questo: riconoscerne la presenza di questa fatica. Capire da dove nasce. Ascoltarla. Trasformarla in un <strong>gesto generativo</strong>.</p>
<p>E la competenza da allenare meglio delle altre è oggi quella che permette di attraversare la <strong>complessità</strong> senza perdere <strong>lucidità</strong>.</p>
<p><span style="font-size: large;"><em><strong>Riprendere fiato</strong></em></span></p>
<blockquote><p>Dobbiamo resistere alla fatica? O forse conviene ascoltarla? Leggerla come un segnale? Rigettarla come fallimento? Riformularla come necessità?</p></blockquote>
<p>Per fare ciò dobbiamo riprendere contatto con quel <strong>luogo interno</strong> in cui <strong>emozioni</strong> e <strong>valori</strong> costruiscono la colonna portante della nostra persona. Dove la complessità non si semplifica, ma si comprende meglio e si <strong>risolve</strong>.</p>
<p>Per farlo, ovvero per iniziare, serve <strong>fermarsi</strong>. E agire un gesto minuscolo e potentissimo: <strong>un respiro</strong>. Un atto semplice e rivoluzionario. Un bel respiro, consapevole.</p>
<p>Un respiro che è<strong> varco</strong> per entrare dall’uscita. Un respiro che è<strong> occasione</strong> per smettere di inseguire. Un respiro che è<strong> tempo</strong> per ricominciare a vedere. Un respiro che riallinea l’<strong>attenzione</strong>. Un respiro che <strong>raccoglie</strong> le emozioni. E che, in un respiro, permetta a ciascuno di cominciare a <strong>far spazio</strong> alla necessaria consapevolezza emotiva.</p>
<p>In quel semplice quanto perduto atto del gonfiarsi e svuotarsi del torace riconquistato in tutta la sua <strong>arte</strong> la fatica si ridimensiona. Non scompare, ma torna a misura. E con lei riemerge qualcosa che spesso dimentichiamo di avere: un margine di <strong>scelta</strong>, un piccolo <strong>vantaggio</strong> evolutivo, una rinnovata <strong>motivazione</strong> per attraversare ciò che ci stanca senza smettere di andare avanti.</p>
<blockquote><p>«It’s only pain. Take a breath. Take a deep breath».</p></blockquote>
<p>Basta poco. Davvero. Un respiro.<br />
E il mondo, pur restando lo stesso, ci troverà più presenti.</p>
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		<title>L&#8217;umanista con il martello</title>
		<link>https://www.massimobustreo.it/umanista-con-il-martello/</link>
		<pubDate>Tue, 19 Nov 2024 19:38:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Ippocrate di Kos suggeriva di riflettere su come si possa costruire qualcosa di solido e duraturo partendo dalla conoscenza profonda della materia prima. Che per lui era l’essere umano. Prima di iniziare qualsiasi lavoro, bisogna fare la conta. Guardarsi negli occhi. Studiare la materia. Disegnare un progetto. Misurare con precisione. Pianificare ogni passaggio con attenzione. Fase cruciale questa: visione d’insieme, analisi di bisogni, risorse e obiettivi delle persone e dell’organizzazione.</p>
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					<p>Come ogni estate, da qualche anno, questo è il momento di <strong>darsi da fare</strong> per un lavoro speciale. Faticoso, serrato. A tratti asfissiante (ma solo per il caldo). E al contempo immensamente gratificante: garanzia di relazioni profonde, intense e divertenti (irresistibilmente divertenti, e non solo a tratti). È un’attività di modellazione. Un’opera di coordinamento di competenze dedicate. Un lavoro di progettazione e costruzione di strutture che non solo devono essere funzionali, ma anche solide. E belle. Ciascun elemento che passa <strong>prima in mente</strong> e <strong>poi tra le mani</strong> viene trasformato con cura e maestria. Diventa parte di qualcosa di più grande. Molto più grande. Ogni membro di questa squadra sa che ogni piccolo dettaglio ha un ruolo cruciale nella resa dell’evento finale. E nel raggiungimento dell’obiettivo: far bene, far del bene.</p>
<blockquote><p>«Ma tu, nella vita… fai l’artigiano?».</p></blockquote>
<p>Un antico filosofo greco, Ippocrate di Kos, suggeriva di riflettere su come si possa costruire qualcosa di solido e duraturo partendo dalla <strong>conoscenza profonda della materia</strong> prima. Che per lui era l’essere umano. Prima di iniziare qualsiasi lavoro, bisogna fare la conta. Guardarsi negli occhi. Studiare la materia. <strong>Disegnare </strong>un progetto. <strong>Misurare</strong> con precisione. <strong>Pianificare</strong> ogni passaggio con attenzione. Fase cruciale questa: visione d’insieme, analisi di bisogni, risorse e obiettivi delle persone e dell’organizzazione. Quindi: <strong>preparazione</strong> degli strumenti, ognuno con una funzione specifica. Attrezzi con cui modellare e manutenere. Con pazienza e destrezza: trasformazione del materiale grezzo in elementi funzionali precisi. Ogni colpo, ogni incisione, ogni rifinitura è eseguita con <strong>cura e attenzione</strong>. Conoscenza e abilità nell’utilizzo di questi processi determinano la qualità finale del lavoro.<br />
«In realtà no: plasmo, levigo, facilito relazioni tra elementi diversi con gesti precisi ma nella vita non faccio l’artigiano…».</p>
<blockquote><p>«Ah, allora fai il manutentore!».</p></blockquote>
<p>Una volta preparati i pezzi, si uniscono le parti con <strong>precisione </strong>e attenzione. L’intento è creare strutture stabili e armoniose. Ogni <strong>connessione</strong> dev’essere perfetta per garantire la resistenza e la durabilità dell’opera. Si lavora per <strong>unire le diversità</strong> in un tutto armonioso. Insieme al team, ché da soli non ce la si fa. La <strong>manutenzione</strong> richiede cura nel tempo per preservare bellezza e funzionalità. Come tutte le cose vive, la materia cambia. Si evolve. Per questo necessita di <strong>attenzione continua</strong>. Ugualmente le persone e le organizzazioni: han costante bisogno di supporto continuo, di aiuto a settare e a risolvere problemi, ad affrontare nuove sfide. Crescita e sviluppo sono processi dinamici che abbisognano di cura continua, essenziale per il benessere e il bellessere. Perché questo lavoro non è mera tecnica. È arte. È <strong>passione</strong>. Opera unica che porta con sé l’<strong>impronta personale</strong> di chi l’ha creata e di chi l’ha curata.<br />
«In realtà no: analizzo lo stato dell’arte, fornisco strumenti adeguati, accompagno il lavoro meticoloso e facilito la passione ma nella vita non faccio il manutentore…».</p>
<blockquote><p>«No? Allora nella vita fai il falegname!».</p></blockquote>
<p>Il falegname vede nel legno grezzo la<strong> potenzialità di forme e strutture</strong> che possono nascere solo grazie alla sua abilità e visione. Partire dalle <strong>radici</strong> per costruire un futuro ricco di significato e valore. Con pazienza, attenzione e <strong>rispetto</strong> per la materia che ha tra le mani, <strong>modellando e trasformando</strong> le esperienze in conoscenza e saggezza.<br />
«In realtà no: nella vita guardo più a ciò che sta sotto, la rete micorrizica delle connessioni sociali, per capire come si sviluppano in tronco e rami per trarne miglior utilità, ma non faccio il falegname…».</p>
<blockquote><p>«Reti e connessioni: allora fai l’elettricista!».</p></blockquote>
<p>Questo lavoro speciale porta luce e connessione dove prima regnava oscurità e separazione. La capacità di <strong>vedere oltre</strong> il visibile, di scrutare quello che c’è dietro i nostri occhi, di <strong>immaginare</strong> come le idee possono collegarsi e dar vita a qualcosa di nuovo e utile, ne è caratteristica essenziale. Portare <strong>energia e vitalità</strong>.<br />
«In realtà facilito sì l’accensione di idee, per far chiaro nella mente e creare nuove connessioni tra pensieri, persone ed esperienze ma… non faccio l’elettricista!».</p>
<blockquote><p>«Davvero? Allora ho capito: nella vita fai l’architetto!».</p></blockquote>
<p><strong>Analizzare</strong>, <strong>progettare</strong>, <strong>costruire</strong> spazi armoniosi e funzionali. Avere la capacità di guardare al di là. Avere una <strong>visione</strong>. Comprendere esigenze e desideri. <strong>Tradurli</strong> in realtà concrete. Pensare agli interlocutori finali. Fare bene, fare meglio. Ecco la parte centrale di questo lavoro speciale.<br />
«Contribuisco a pianificare aspetti e dettagli, con attenzione al progetto e alla sua realizzabilità, monitorando e misurando i progressi. E guardando sempre al risultato finale. Tuttavia… Non sono un architetto!».</p>
<blockquote><p>«Non sei un architetto? Allora fai il pittore!».</p></blockquote>
<p>Il pittore ha una sviluppata e allenata capacità nel <strong>catturare e trasmettere emozioni</strong> attraverso forme, colori, profondità, piani e connessioni. Crea opere che <strong>ispirano</strong>, <strong>provocano</strong> e <strong>fanno riflettere</strong>. Ha l’abilità di <strong>vedere la bellezza</strong> nel quotidiano. Di scorgere ciò che altri non vedono. Di comunicare sensi e significati altri agli altri.<br />
«Uh, mi sarebbe sempre piaciuto farlo ma no… nella vita non sono pittore».</p>
<blockquote><p>«Ho capito: fai il capo cantiere, è chiaro!».</p></blockquote>
<p>Il capo cantiere <strong>coordina e guida</strong> il lavoro di squadra. Garantisce che ogni elemento del progetto si <strong>integri</strong> perfettamente con gli altri. Sviluppa una fine <strong>capacità di leadership</strong> e quella <strong>visione strategica</strong> che risulta essenziale per chi desidera realizzare un progetto – proprio o di altri –, guidare un cambiamento e facilitarne la realizzazione e lo sviluppo futuro.<br />
«Mio nonno era capo cantiere…».</p>
<blockquote><p>«…e tu, allora, cosa fai nella vita?».</p></blockquote>
<p>«Mi lascio ispirare da mio nonno. Forse è proprio questo quello che faccio nella vita…».<br />
Per lavoro e per passione, <strong>coordino</strong> pensieri, emozioni e azioni. <strong>Facilito</strong> processi e relazioni. A livello individuale e collettivo. Lavoro per <strong>contribuire a costruire</strong> una società più coesa e armoniosa.<br />
«Nella vita sono e faccio l’umanista…»</p>
<p>L’umanista è colui che – con ragione e sentimento – <strong>esplora e interpreta l’essere umano</strong>. Con l’obiettivo ardito di comprenderne la complessità. Per farlo, utilizza strumenti come la <strong>curiosità</strong>, la <strong>riflessione critica</strong>, l’<strong>empatia</strong>, la <strong>cultura</strong>, l’<strong>arte</strong>, la <strong>psicologia</strong>. Per migliorare la condizione umana.<br />
Come un artigiano, l’umanista lavora con passione e dedizione. S’impegna costantemente a trovare <strong>nuove soluzioni a problemi sempre più complessi</strong>. Sa utilizzare una vasta gamma di <strong>strumenti intellettuali ed emozionali</strong> per costruire strutture di pensiero e relazioni significative. Come un abile artigiano, maneggia con destrezza concetti complessi. Li <strong>adatta</strong> alle esigenze del momento e del contesto. La sua abilità risiede nella <strong>capacità di integrare conoscenze</strong> provenienti da diverse discipline, creando un tessuto ricco e articolato di sapere ed esperienza.<br />
La forza dell’umanista risiede nella capacità di <strong>vedere oltre l’immediato</strong>. Di progettare soluzioni che tengano conto dell’interconnessione tra le varie componenti della realtà. L’umanista è a proprio agio nel <strong>navigare tra idee e persone</strong>. Che mira a coordinare e guidare con saggezza e sensibilità. Formazione ed esperienza gli permettono di affrontare le sfide con una <strong>visione chiara e strategica</strong>. Sempre orientata al miglioramento continuo e al benessere individuale e collettivo.</p>
<p>In un mondo sempre più dominato dalla tecnologia e dalla velocità, l’umanista rappresenta la figura capace di riportare l’<strong>attenzione sull’essere umano</strong> e sulle sue esigenze profonde. Con la sua capacità di comprenderne e interpretarne il comportamento, intende contribuire a costruire <strong>una società più giusta, inclusiva e sostenibile</strong>. Egli è il custode delle conoscenze passate. Il visionario del futuro. Il designer del presente. L’operaio del maglio del pensiero critico a forgiare un mondo migliore.</p>
<p>«Ecco… nella vita sono l’umanista con il martello».</p>
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		<title>Babbo Natale vi ha fatti più buoni?</title>
		<link>https://www.massimobustreo.it/babbo-natale-vi-ha-fatto-piu-buoni/</link>
		<pubDate>Tue, 19 Nov 2024 19:15:18 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Bisogna allenarsi a fare il bene: la generosità va manutenuta. Nelle dinamiche relazionali entrano in gioco l’immagine di sé, l’autostima, il sentimento di colpa nel temere di fare del male agli altri con le proprie decisioni. A molti non piace essere visti come professionisti duri, colleghi insensibili, persone cattive.</p>
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					<p>C’era una volta&#8230; il piccolo villaggio di Natale. Sì, proprio <em>il</em>, mica <em>un</em>. Quel villaggio dove <strong>a Natale si è tutti più buoni</strong>. I vicoli e le strade risplendevano di luci colorate. Nell’aria si respiravano profumi di pan speziato. Ogni passo era avvolto da carezze di dolci appena sfornati. Ogni giro di lancette vedeva le piazze affollarsi di persone che scambiavano sorrisi e auguri. Auguri e sorrisi. Tutti felici d’incontrarsi. E di riconoscersi. Come se un’<strong>atmosfera magica</strong> avesse trasformato ognuno in una versione più gentile di sé stesso. Nella calda e accogliente casa di Ada, una ragazzina dai riccioli d’oro, la famiglia si stava preparando per la <strong>cena di Natale</strong>. Il padre cantava allegro mentre impastava il pane, tenendo d’occhio il rosolare sui fornelli. La madre aggiustava l’allineamento delle decorazioni sull’albero, oscillando testa e spalle in una danza silenziosa. Il fratellino Otto giocava entusiasta con i suoi nuovi regali. Scambiando sguardi d’intesa e complicità con Ebe, la sorella più grande, a ogni suo sollevar il capo dalla lettura di quel tanto atteso saggio che voleva approfondire per la sua tesi in management. Ada ascoltava quell’armonia rassicurante. C’era tutto. Ed <strong>era tutto perfetto</strong>. Come se la gentilezza fosse un contagio invernale diffuso nell’aria. Ma tutto questo <em>c’era</em>. Perché mica <em>c’è</em> più. Come spesso accade, <strong>quando ciò che appare lascia spazio a ciò che è</strong>. Dopo cena, Ada si ritirò nella sua camera. Una matita in mano, un foglio color latte davanti a sé.</p>
<blockquote>
<p>«<strong>Caro Babbo Natale</strong>, oggi abbiamo aperto i doni che hai portato. Ed è stato un giorno meraviglioso. Ma… mentre guardavo intorno a me, mi son accorta che forse non tutti sono così buoni come sembrano. Ho visto rubare un biscotto dalla tavola dei dolci lasciando qualcuno senza. Ho sentito una risata invidiosa provenire dalla stanza accanto. Ho visto regali fatti per fare pace. E altri per un buon voto preso a scuola…».</p>
</blockquote>
<p>Ada continuava a scrivere. E più scriveva più i propri pensieri si ribaltavano.</p>
<blockquote>
<p>«Quindi, caro Babbo Natale… davvero trasformi le persone in individui migliori? O forse sei solo una grande illusione collettiva vestita di rosso?».</p>
</blockquote>
<p>Mentre chiudeva con cura la lettera per sistemarla sotto l’albero, Ada si rese conto che la <strong>gentilezza</strong> non era automatica solo perché era Natale. <strong>La bontà richiede sforzo</strong>. Ha bisogno di <strong>consapevolezza</strong>. E del <strong>desiderio</strong> sincero di esser gentili. Così Ada decise che, per rendere davvero speciale quel giorno, avrebbe dovuto impegnarsi ad esser gentile ogni giorno dell’anno.</p>
<blockquote>
<p>«Bisogna allenarsi a fare il bene: la generosità va manutenuta»</p>
</blockquote>
<p>aveva letto poche righe prima Ebe</p>
<blockquote>
<p>«Nelle relazioni professionali, ogni nostro interlocutore non è solo una risorsa. Non è solo un mezzo utile a conseguire l’obiettivo organizzativo. Ognuno è prima di tutto <strong>una persona unica, originale e irripetibile</strong>. Una persona con un proprio progetto esistenziale e lavorativo. Così in ogni relazione interpersonale siamo oggetti e <strong>soggetti di sentimenti ambivalenti</strong>. Il desiderio di stima, il bisogno di affetto e la necessità del consenso a volte si realizzano rendendo ostensibili i risultati positivi conseguiti nei compiti. A volte si realizzano estendendo il successo delle dinamiche relazionali. Qui entrano in gioco l’immagine di sé, l’autostima, il sentimento di colpa nel temere di fare del male agli altri con le proprie decisioni. A molti non piace essere visti come professionisti duri, colleghi insensibili, persone cattive».</p>
</blockquote>
<p>E qui Ebe aveva sollevato lo sguardo verso il papà.</p>
<blockquote>
<p>«Per questo, più che per educazione, evitiamo di dire e fare cose che possono risultare sgradite ai propri interlocutori»,</p>
</blockquote>
<p>lesse pensando alla sua mamma. Ecco – pensò fulminea Ebe – tendiamo a considerare <strong>“buono”</strong> chi privilegia le relazioni, chi difende le persone anche a scapito dei risultati e delle azioni di lavoro. E a considerare <strong>“cattivo”</strong> chi privilegia il compito di lavoro e i risultati a scapito delle persone. Sicuramente – Ebe ne era sempre più convinta – è da qui che nasce la preoccupazione principale del capo degli aiutanti di Babbo Natale: ciò che sta più a cuore a chi svolge funzioni direttive è di essere considerato buono o cattivo. O di apparire, <strong>oltre ogni dubbio di irragionevolezza</strong>, buono o cattivo.</p>
<blockquote>
<p>«E così, dopo che mese dopo mese i nostri luoghi di lavoro sono il palcoscenico di un <strong>sistema di valori</strong> guidato da quella cultura che Franco Fornari definisce <strong>paterna</strong> e volta a sostenere e promuovere meriti, competenze e differenze, ecco il cambio scena dell’ultima settimana dell’anno! Via alle quinte di quella che lo stesso psicoanalista definisce cultura<strong> materna</strong> e caratterizzata da una prevalenza affettiva centrata sui bisogni, sull’accompagnamento dei più necessitanti e sui sentimenti di uguaglianza. Un avvento che oggi abbandona la valorizzazione dei meriti e delle competenze a favore di una tutela dei bisognosi. Dell’appianamento delle differenze. Del diamo a tutti, perché siamo – appunto – più buoni».</p>
</blockquote>
<p>Che detto sotto l’albero – sussurrò tra i denti la saggia Ebe – è come se nei nostri luoghi lavorativi ci si aspettasse che il regalo da scartare sia oggi l’epifania di colleghi, capi e collaboratori che, abbandonate le vesti di meritocratici paladini delle competenze e del raggiungimento dei risultati, vestano gli abiti benevoli dei paladini delle relazioni interpersonali. Riprese in mano il libro.</p>
<blockquote>
<p>«Cosa distingue oggi il bene dal male? Chi guida le nostre opinioni su cosa sia <strong>giusto</strong> e cosa sia <strong>ingiusto</strong>? Come controlliamo le nostre<strong> percezioni</strong> per poter dire cosa sia equo e cosa sia iniquo? Anche in una società che finge di credere sempre meno a Babbo Natale, che s’illude di trasformare le <strong>dinamiche del dono</strong> in mutui affari per chi dà come per chi riceve, che ha assistito attonita al tramonto dei valori ritenuti immutabili dalla nostra tradizione, la percezione di cosa sia buono e di cosa sia cattivo rimane il fattore chiave. Una leva interpretativa capace di influenzare i nostri comportamenti. La nostra soddisfazione nell’agire il ruolo che abbiamo. La motivazione con cui facciamo il lavoro che facciamo. La nostra capacità individuale. Il nostro modo di stare nei gruppi di lavoro».</p>
</blockquote>
<p>Ma allora ha ragione Ada – urlò Ebe facendo tremare tutta la famiglia – conviene, quando serve, <strong>saper essere</strong> anche cattivi! Corse su per le scale. Entrò in camera sua. Aprì rapida tre cassetti prima di trovare quel foglio di carta da lettere. Si sedette alla scrivania. Sfoderò la stilografica delle grandi occasioni. Fece un gran respiro e scrisse la sua di lettera:</p>
<blockquote>
<p>«<strong>Caro Babbo Natale</strong>, ti chiedo di farmi diventare una manager. Un manager cattivo. Perché il mondo è pieno di gente buona. E tu solo sai quanto danno fa».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
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<p><span style="font-size: 10pt;">Nota: questo articolo è uscito nella rubrica <em>Creattivamente</em> di <a href="https://www.touchpoint.news/tag/magazine/">TouchPoint Magazine</a>, nr. 10, 2023-24 (pp. 10-11).</span></p>
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		<title>Qual è la pietra che sostiene il ponte?</title>
		<link>https://www.massimobustreo.it/qual-e-la-pietra-che-sostiene-il-ponte/</link>
		<pubDate>Tue, 12 Dec 2023 10:06:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Cosa sostiene la relazione tra persone che fanno parte di un gruppo? Uno spazio in cui scoprire nuove prospettive e connessioni, aprendo la strada a nuove opportunità di crescita e comprensione. Un luogo tensivo che offre quanto serve per la trasformazione personale. Esperienza essenziale nella nostra ricerca di significato e realizzazione sociale e comunitaria.</p>
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					<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>Non è detto che Kublai Kan creda a tutto quel che dice Marco Polo quando gli descrive le città visitate nelle sue ambascerie, ma</p></blockquote>
<p>d’altra parte, da qualche altra parte, è pur sempre una questione di <strong>fiducia</strong>. Non credete anche voi? Fiducia e credito. Due dimensioni intimamente intrecciate nelle <strong>relazioni umane</strong> in cui credere. Relazioni complesse, queste. In un mondo caratterizzato da informazioni in continua evoluzione, la fiducia diventa un <strong>atto di equilibrio</strong> delicato. E la credenza un passo pesante che richiede <strong>attenzione</strong>. Qui lo scetticismo dell’interlocutore ci ricorda il nutrimento della fiducia: le relazioni si costruiscono su di un patto fiduciario reciproco e si nutrono di quel sano discernimento che sta alla base della <strong>diffidenza</strong>, se</p>
<blockquote><p>certo l’imperatore dei tartari continua ad ascoltare il giovane veneziano con più curiosità e attenzione che ogni altro suo messo o esploratore.</p></blockquote>
<p>Eccola, la fiducia come <strong>processo dinamico</strong>. Ben più complesso del compito del riferire dimesso. Ben più audace del ricognitore che procede per sommi capi. Eccola, la fiducia basata sulla valutazione continua delle <strong>informazioni</strong> e delle <strong>azioni</strong> degli altri. Quella che solo attraverso la comprensione profonda e la trasparenza reciproca può essere coltivata in modo autentico nelle interazioni umane. Perché ambasciator non porta pene ma porta <strong>prove</strong>.</p>
<blockquote><p>Nella vita degli imperatori c’è un momento, che segue all’orgoglio per l’ampiezza sterminata dei territori che abbiamo conquistato,</p></blockquote>
<p>un momento che nasce di <strong>contrasto</strong>. Un momento in cui l’<strong>umiltà</strong> emerge come virtù essenziale. Questo momento segna una profonda riflessione sulla vulnerabilità umana e sulla transitorietà del <strong>potere</strong>. L’umiltà richiede un riconoscimento dell’infinitesimale dimensione dell’individuo di fronte all’immensità dell’universo. Davanti al quale nulla è l’ampiezza del <strong>proprio governo</strong>. Ma è un nulla che, accettato con umiltà, implica una <strong>connessione empatica</strong> con gli altri. Comprendendo che ognuno di noi è solo un piccolo ingranaggio di un meccanismo più grande. È attraversando l’umiltà, infatti, che i leader possono scoprire la <strong>saggezza</strong> più profonda, quella che sta nella capacità di apprendere dagli altri. Di <strong>ascoltare</strong>. E di riconoscere un’umanità condivisa, con cui ispirare attraverso l’esempio e la gentilezza e sostituirsi</p>
<blockquote><p>alla malinconia e al sollievo di sapere che presto rinunceremo a conoscerli e comprenderli;</p></blockquote>
<p>perché anche al leader più saggio la comprensione totale è spesso fuori dalla propria portata. La <strong>complessità delle relazioni</strong> <strong>e nelle relazioni</strong> è densa di misteri, di domande senza risposta, di indizi ingannevoli. Accettare la nostra limitata comprensione del mondo può portare a una pace interiore. Rinunciare alla ricerca ossessiva della conoscenza assoluta può liberarci dal peso dell’<strong>incertezza</strong>. Accogliere il <strong>limite</strong> permette di abbracciare il mistero e apprezzare la bellezza dell’incomprensibile. E di godere del suo fascino che deriva non da una rinuncia vissuta come atto d’ignoranza, quanto piuttosto da una saggezza agita nel ritrovare contezza nei propri limiti e <strong>contentezza nell’imperfetto</strong>. Fino a poter assaporare</p>
<blockquote><p>un senso come di vuoto che ci prende una sera con l’odore degli elefanti dopo la pioggia e della cenere di sandalo che si raffredda nei bracieri;</p></blockquote>
<p>chiedetelo a un musicista: cosa è il <strong>vuoto</strong> se non musica silenziosa tra due note? cosa è il <strong>silenzio</strong> se non una pausa, quiete in mezzo alla frenesia del mondo che urla? cosa è una<strong> pausa</strong> se non l’occasione per dare senso alle nostre emozioni e ai pensieri più profondi. E chiedete sempre allo stesso musicista: cosa può anche essere il vuoto se diverso da questo? Il <strong>luogo</strong> in cui evocare sentimenti di perdita e solitudine, di minaccia e paura, di disorientamento e perdita di centratura. Tuttavia, è proprio in questo spazio vuoto che dobbiamo scoprire nuove <strong>prospettive e connessioni</strong>, aprendo la strada a nuove opportunità di crescita e comprensione. Il vuoto che odora di fertile terreno per l’auto-riflessione e la <strong>trasformazione</strong> personale. Esperienza essenziale nella nostra ricerca di significato e realizzazione. Anche a rischio di provare</p>
<blockquote><p>una vertigine che fa tremare i fiumi e le montagne istoriati sulla fulva groppa dei planisferi, arrotola uno sull’altro i dispacci che ci annunciano il franare degli ultimi eserciti nemici di sconfitta in sconfitta, e scrosta la ceralacca dei sigilli di re mai sentiti nominare che implorano la protezione delle nostre armate avanzanti in cambio di tributi annuali in metalli preziosi, pelli conciate e gusci di testuggine:</p></blockquote>
<p>c’è forse leader che non abbia mai provato una vertigine che minasse la propria <strong>percezione</strong> del mondo? Le fondamenta delle proprie conquiste? La propria stabilità? È la complessità del tutto che mostra la fragilità delle scrostate ambizioni umane. Ossessioni di grandezza e di <strong>controllo</strong>. Un’umanità relazionale che si tende tra <strong>debito e credito</strong>, fin che</p>
<blockquote><p>è il momento disperato in cui si scopre che quest’impero che ci era sembrato la somma di tutte le meraviglie è uno sfacelo senza fine né forma, che la sua corruzione è troppo incancrenita perché il nostro scettro possa mettervi riparo, che il trionfo sui sovrani avversari ci ha fatto eredi della loro lunga rovina.</p></blockquote>
<p>Il tutto è di più della somma delle singole parti. Il tutto è un <strong>sistema complesso</strong>, un intreccio di entità minime, <strong>differenti e originali</strong>, che interagiscono fra loro. È necessario analizzarlo come sistema. Analizzarne la forma complessa e complessiva. Spesso celata.</p>
<blockquote><p>Solo nei resoconti Marco Polo, Kublai Kan riusciva a discernere, attraverso le muraglie e le torri destinate a crollare, la filigrana d’un disegno così sottile da sfuggire al morso delle termiti.</p></blockquote>
<p>Con un obiettivo: prendere <strong>consapevolezza</strong>. Di cosa? Dell’effetto che tali interazioni hanno fra di esse e che va ben al di là delle caratteristiche dei singoli elementi. Come? Concentrandosi sulla <strong>contrapposizione</strong> che genera significato. Sulle caratteristiche che derivano dalla <strong>relazione</strong> granulare tra i membri di una <strong>comunità</strong>. Perché?</p>
<blockquote><p>Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra.<br />
– Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? – chiede Kublai Kan.<br />
– Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra − risponde Marco, − ma dalla linea dell’arco che esse formano.<br />
Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo. Poi soggiunge: – Perché mi parli delle pietre? È solo dell’arco che m’importa.<br />
Polo risponde: – Senza pietre non c’è arco.</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: 10pt;">Nota: questo articolo è un personale e affettuoso omaggio a <em>Le città invisibili</em> (1972) di Italo Calvino ed è uscito nella rubrica <em>Creattivamente</em> di <a href="https://www.touchpoint.news/tag/magazine/">TouchPoint Magazine</a>, nr. 9, 2023 (pp. 10-11).</span></p>
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		<title>A Natale son tutti più buoni</title>
		<link>https://www.massimobustreo.it/a-natale-son-tutti-piu-buoni/</link>
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		<pubDate>Tue, 20 Dec 2022 13:05:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Ogni negozio, ogni supermercato, ogni bancarella del paesello abbellito a festa ne offre almeno uno. Basta avere naso per gli affari. Occhio per i messaggi pubblicitari. Vestiti sempre uguali tra sottrazioni, moltiplicazioni, percentuali e prezzi ribassati. E l’orecchio educato. A resistere ai jingle di seducenti sirene del mercato capaci di risucchiare meglio di Cariddi.</p>
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					<p>In questo periodo lo si capisce a <strong>naso</strong>. Non solo perché diventa più freddo e tendente al rosso. O esplode in starnuti incontrollabili, come ne fosse allergico. È un meccanismo di difesa naturale, si sa. Lo si capisce dal profumo inconfondibile che aleggia a mezz’aria.</p>
<p>E poi lo si intuisce pure a <strong>occhio</strong>. Sì, perché siamo più attenti ai particolari, non l’avete notato anche voi? Nulla sfugge alla nostra attenzione. O almeno così crediamo, ma questa è un’altra storia. D’altra parte, con quel costume così riconoscibile non è tanto da un particolare che lo si giudica. Anche se chi se li trova davanti &#8211; perché son sempre più d’uno &#8211; ne scruta anche il più piccolo segnale che riveli minacce di fregatura. O promesse di vantaggi sorprendenti.</p>
<p>Ma anche tendendo l’<strong>orecchio</strong> si comprende che è giusto dietro l’angolo. Un tintinnio continuo. Insistente e persistente. Un musica già sentita, più e più volte. Anzi, sempre: ogni volta che arriva. Un tormentone, possiamo dirlo. Un suono caratteristico che conosciamo bene. Ormai è una <strong>tradizione</strong>, dicono in molti. Anche se altri non son d’accordo. Ma ci credono lo stesso.</p>
<p><span style="font-size: large;"><em><strong>Arrivano i buoni</strong></em></span></p>
<p>Insomma, lo si capisce: a Natale arrivano i <em>buoni</em>. Anzi, sempre <em>più buoni</em>. Ogni negozio, ogni supermercato, ogni bancarella del paesello abbellito a festa ne offre almeno uno. Basta avere naso per gli <strong>affari</strong>. Occhio per i messaggi pubblicitari. Vestiti sempre uguali tra sottrazioni, moltiplicazioni, percentuali e prezzi ribassati. E l’orecchio educato. A resistere ai jingle di seducenti sirene del mercato capaci di risucchiare meglio di Cariddi.</p>
<p>Si avvicinano le festività natalizie. Con i loro <strong>riti e virtù</strong>. E annunciati dagli economisti classici, arrivano i <em>buoni affari</em>. Perché la riduzione dei prezzi spinge al consumo, dicono. Gli sconti spingono al consumo, dicono. La massimizzazione dell’utilità spinge al consumo, dicono.</p>
<blockquote><p>E in tutto questo spingi-spingi passano avanti le nostre decisioni irrazionali, altro che buoni affari. Dicono gli psicologi del consumo.</p></blockquote>
<p>Partecipare a un <strong>rito consumistico</strong>, affaticarsi nelle gare all’ultimo sconto, svalutare l’impatto di un piccolo acquisto dopo averne fatto uno grande, o ritenere, per effetto alone, vantaggiose anche offerte svantaggiose: ecco che si scioglie come neve al sole la razionalità delle nostre decisioni. Davanti alla chimera dei buoni affari è come se il nostro sistema cognitivo andasse in black out. Lasciando così spazio di manovra al <strong>Black Friday</strong>. Per quali motivi, infatti, il 70% della popolazione, e con irrilevanti differenze di reddito, si tuffa negli acquisti in tale occasione? Cosa c’è di razionale nello <strong>spendere tempo ed energie</strong> nel comprare un prodotto con uno sconto dall’impatto insignificante rispetto al proprio patrimonio? Perché acquistare qualcosa di cui non si ha affatto <strong>bisogno</strong>? Oggetti tecnologici, accessori di moda, articoli di design messi nel carrello a colpi di clic sono un <em>buon</em> affare? O rappresentano piuttosto un ottimo esempio di quei subdoli e potenti <strong>meccanismi psicologici</strong> tra i più studiati dagli economisti comportamentali?</p>
<p><span style="font-size: large;"><em><strong>Dietro ai buoni affari</strong></em></span></p>
<p>Davanti alla possibilità di fare un <em>buon</em> affare, oltre al piacere per l’acquisto esiste un piacere in più. Questo deriva dalla sensazione di <em>aver fatto un affare</em>. E affonda le sue radici nelle <strong>dinamiche affettive</strong>. Nel sentimento di <strong>autostima</strong>. Nel potere dell’<strong>emotività</strong>. È infatti l’esito emotivo del rapporto che esiste tra l’aumento del piacere del possesso del bene e la possibilità di contenere il <strong>dolore del pagamento</strong> a determinare l’acquisto. Un dolore ridimensionato se percepito come vantaggioso rispetto a un prezzo iniziale. Meglio se barrato con un bel segno rosso come l’abito del suo main sponsor.</p>
<blockquote><p>Figuriamoci poi quando questo <strong><em>pain of paying</em></strong> è polverizzato con un clic dai pagamenti smaterializzati, dai colpi di clic compulsivi o dai buoni che nemmeno lontanamente ricordano un legame con quel mezzo di pagamento chiamato denaro.</p></blockquote>
<p>Ma è ancor più l’esito emotivo che si attiva dalla percezione di aver trovato il buon <em>affare</em> <strong>a fare la differenza</strong>. Comprare a una cifra vantaggiosa provoca nel consumatore un piacere aggiuntivo. Che si somma al piacere dell’acquisto. Fa stare meglio: rinforza la considerazione di sé, fa sentire più scaltri, illude d’essere più intelligenti. E così si crede di diventar più bravi a fare i buoni. Affari.</p>
<p>Forse il Black Friday non si chiama <em>black</em> solo per il colore dell’inchiostro con cui un tempo sui libri contabili s’annotavano i buoni ricavi. Le <strong><em>buone</em> risorse</strong>. Forse black è anche il colore della lista in cui oggi s’annotano i cattivi nel <strong>mondo dei buoni</strong>. Perché sotto la lista dei buoni ci vogliono finire pure quelli che il giorno prima &#8211; il giorno del Ringraziamento &#8211; si son dimenticati di ringraziare. Facendo la <strong>figura dei cattivi</strong>. E quale miglior occasione di recuperare ingraziandosi il cielo attraverso questo rito collettivo del credito?</p>
<p>Forse oggi il Black Friday dovrebbe colorarsi di verde. No, non il verde dell’abito originale di quel corpulento e barbuto signore che ispirò il <em>Canto di Natale</em> in cui <strong>Charles Dickens</strong> rappresentò lo spirito della <strong>bontà del Natale</strong>. Bontà sua. Verde come il colore del semaforo che comunica il via a una gara consumeristica della durata di intere settimane di sconti, prezzi al ribasso ed emozioni al rialzo. E a tempo. Che con l’avvento di Internet il suo mercato è ritmato dalle scadenze dei Cyber Monday, i Shopping Thursday, i Gift Wednesday, i Sold-out Tuesday. Che mica c’è tempo per vivere l’altro avvento. E i guadagni ringraziano. Perché i buoni affari son sempre più <em>buoni</em> per qualcuno.</p>
<p><strong><em>T</em></strong><span style="font-size: large;"><em><strong>empo di esser cattivi</strong></em></span></p>
<blockquote><p>Oggi non c’è tempo per agire. Presi dalla chiusura dell’anno, dai programmi da definire, dai rapporti da non dimenticare, dagli incontri da recuperare: la mancanza di tempo mette fretta. E un <em>affare</em> appare così un <em>buon affare</em> solo prima che diventi troppo tardi.</p></blockquote>
<p>E oggi non c’è tempo per pensare. Presi dal fare, dalla necessità di difendersi dalle valanghe d’informazioni, dal gelo delle relazioni, dalle scadenze scottanti da rispettare, dalle influenze del mercato: un pensiero troppo veloce sostiene scelte esclusive che non permettono di pensarci due volte. E un affare appare così un <em>buon affare</em> solo per me. Ora.</p>
<p>Questo è il momento buono per esser cattivi, con se stessi. Allenandosi ad esser insensibili alle sirene del consumo. Maldisposti nei confronti dell’impulso a cedere ai richiami maliardi di bisogni insensati. Per diventare prigionieri di una gabbia di valori comportamentali e relazionali più consapevoli e responsabili. Resistenti alle decisioni volute da altri. E autori invece delle proprie scelte. Egoisti. Per far del bene.</p>
<p>È da questa responsabile consapevolezza che possiamo allora aggiungere una postilla alla nostra letterina da appendere alla stella cometa:</p>
<blockquote><p>«E per piacere non dimenticare, caro Babbo Natale, di metter sotto l’albero anche le istruzioni perché io possa orientare il mio comportamento in una direzione più sensata. PS: A Natale son tutti più buoni. Assaggiali e vedrai!».</p></blockquote>
<p><span style="font-size: 10pt;">Nota: questo articolo è uscito nella rubrica <em>Creattivamente</em> di <a href="https://www.touchpoint.news/tag/magazine/">TouchPoint Magazine</a>, nr. 10, 2022-23 (pp. 10-11).</span></p>
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		<title>Occhio al Carico</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Dec 2021 07:44:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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<h6 style="text-align: center;"><span style="font-size: small;">S. Silva Ramirez «Plimsoll Line» (Marghera, Venice, 2003)</span></h6>
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					<h3><span style="font-size: x-large;"><em><strong>Non siamo tutti sulla stessa barca</strong></em></span></h3>
<p>Non siamo tutti sulla stessa barca. Siamo stati e ancora ci troviamo nella <strong>stessa tempesta</strong>. Forse. Ma c’è chi la sta attraversando in zattera. Chi con la ciambella. E chi su un transatlantico. Ognuno con le proprie rotte. Ognuno con il proprio sestante. Ognuno con la propria capacità di leggere il vento e regolare vele e terzaroli. E soprattutto ognuno con il proprio carico. Un <a href="https://www.massimobustreo.it/ragione-e-sentimento-di-fronte-allincertezza/"><strong>carico emotivo e cognitivo</strong></a>. Relazionale, sociale ed economico. Un carico che negli ultimi mesi si è mosso pericolosamente. Sbandando tra dritta e sinistra. Tra poppe e prue. Carichi sospesi per naviganti sorpresi a navigare in acque nuove. E non bastan due occhi per <a href="https://www.massimobustreo.it/e-tutto-sotto-controllo-o-almeno-cosi-spero/">tenere d’occhio questi carichi</a>.<br />
Per questo chi va per mare conosce la <em>Linea di Plimsoll</em>. Ma anche chi sta a terra farebbe bene a conoscerla. Soprattutto se si occupa di carichi di mente e corpo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><span style="font-size: x-large;"><em><strong>Occhio alla Linea di Plimsoll</strong></em></span></h3>
<p>Parlamento britannico. 1870. Con un importante atto – di responsabilità prima che di legge – i deputati accolgono la proposta di <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Samuel_Plimsoll">Samuel Plimsoll</a>. Questo politico riformatore aveva trovato una <strong>soluzione</strong> capace di ridurre in modo significativo il numero di incidenti navali dovuti al carico delle navi, spesso eccessivo quando pure mal distribuito. Quale soluzione? Dare <strong>un occhio al carico</strong>. No, non si trattava di un marinaio dallo sguardo acuto dedicato alla stiva o alla coperta. Si trattava di aggiungere sullo scafo un <strong>segno</strong> convenzionale – una marca di bordo libero – per indicare la linea di galleggiamento al massimo carico consentito. Un’indicazione che potesse considerare le <strong>differenti condizioni</strong> climatiche di navigazione, da cui trarre la misura del limite di <strong>sicurezza</strong>. A garanzia di una riserva di spinta al natante in funzione del carico e delle contingenze ambientali. Così, le autorità britanniche decisero di consentire l’accesso ai propri porti da quel momento in poi solo alle navi dotate dell’Occhio di Plimsoll. Ovvero: un occhio non solo attento, ma discreto. Non un occhio che guarda ma <strong>un occhio a cui guardare</strong>.</p>
<p>Da quel giorno e dall’intuizione di Samuel Plimsoll molte rotte sono state percorse. Molti carichi sono stati salvati. Da quel giorno è stato possibile tracciare rotte con un importante strumento in più. In mare e in terra.<br />
Perché oggi, quando ci troviamo a domandarci quanto riusciremo a <strong>sostenere</strong> ancora il peso di questa navigazione a vista, dobbiamo pure noi guardare all’Occhio di Plimsoll. La parola <em>sostenere</em> deriva dal verbo latino <em>sustinere</em>, composto da <em>sub-</em> ‘sotto’ e ‘tenere’: <em>reggere, portare su di sé il peso di qualcosa, sopportare, ossia <strong>tenere sopra un limite</strong>,</em> e quindi <em>sopportare, mantenere, mantenere il peso di, <strong>prendere su di sé</strong> un impegno</em>. Riuscire a sostenere il peso emotivo e cognitivo della nostra condizione significa, in primis, essere capaci di garantire il <strong>rispetto</strong> dei limiti di sicurezza del proprio mezzo di navigazione. Considerate le condizioni di navigazione. Ovvero, mantenere l’<strong>onere della responsabilità</strong>: la capacità di rispondere con impegno del proprio comportamento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><span style="font-size: x-large;"><em><strong>Un peso da sostenere</strong></em></span></h3>
<p>Poter sostenere il proprio carico significa essere capaci – nel senso letterale di coloro che, comprendendo, sono abili ad agire – di <strong>vivere entro le capacità di carico del sistema</strong> di cui si fa parte. E tale capacità di carico deve considerare limiti naturali e limiti artificiali.  Siamo persone che vivono in un sistema causale chiuso: la terra. Un sistema di interdipendenze che tendono alla stabilità, all’equilibrio e alla conservazione di quelle condizioni favorevoli alla vita e alla sua preservazione. A fronte di un evento che perturba tale equilibrio il sistema contrappone una reazione contraria e opposta al fine di contenere e annullarne gli effetti attraverso importanti processi di resilienza. Se poi tale perturbazione dell’equilibrio superasse le capacità di riassorbimento del sistema, lo stesso tenderebbe a creare un <strong>nuovo equilibrio</strong> basato sullo stesso evento perturbante. Oltre tale limite e nella peggiore delle ipotesi, il sistema potrebbe naufragare, collassare. La causa: un evento che porta il sistema stesso sotto il limite massimo di “sopportazione” del carico di perturbazioni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><span style="font-size: x-large;"><em><strong>Denaro, una difficile zavorra</strong></em></span></h3>
<p>Uno dei carichi più instabili che il genere umano ha imbarcato e dei cui movimenti in stiva è necessario porre maggiore attenzione di quella dedicata fino a ora è il <a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?Id=24656"><strong>denaro</strong></a>. L’iniqua distribuzione del reddito sta infatti devastando le economie di interi paesi. E non solo quei paesi cui chi sta meglio è solito guardare con distaccata pietà. Intere economie proprie a quei paesi che fino a ieri si sentivano più forti e avevano mercati stabili oggi traballano in balia delle onde.</p>
<blockquote><p>«È il consumo, bellezza!», urlano i balenieri.</p></blockquote>
<p>Il diabolico meccanismo della <strong>propensione al consumo</strong>. E la spinta al consumo è il vento che gonfia le vele. Anche e soprattutto dopo una bonaccia durante la quale non si è fatto il punto nave né s’è aggiustata la rotta. Ma solo inveito o pregato i numi perché tornassero a soffiare.<br />
In questo, noi siamo come una nave in navigazione nel mare aperto: galleggiamo sopra la nostra <strong>esistenza e sussistenza</strong>. Ciascuno con il proprio carico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><span style="font-size: x-large;"><em><strong>Parole, pensieri e comunicazione</strong></em></span></h3>
<blockquote><p>E nell’illusione diffusa del «Navigo, dunque so, no?».</p></blockquote>
<p>E questo è l’altro carico instabile: la <strong>comunicazione</strong>. Navigare in rete oggi – tempo in cui la notizia si fa più rapida della materia – significa percorrere rotte proprie alla <strong>società dell’informazione</strong>. Ovvero, significa considerare la comunicazione non come valore in sé, bensì come una rete estesa in cui ogni agente è un attore di tale rete relazionale, sconfinata e interconnessa. Tuttavia, se oggi si considera, spesso acriticamente, la Rete come uno strumento di connessione – o meglio, <em>lo</em> strumento di connessione – spesso lo si fa non valutando opportunamente – o peggio, sottovalutando completamente – che la sua azione sembra quella di mancare sempre più quella <strong>separazione</strong> che divide inesorabilmente chi sa andar per mare da chi improvvisa. Il navigante deve infatti saper bene su quali risorse poter contare. A quante affidarsi. E quante consumarne senza correre il rischio di rimanerne privo prima di arrivare al porto. Deve saper <strong>amministrare al meglio</strong> la propria stiva e il proprio equipaggio. Deve saper conoscere la <em><strong>carrying capacity</strong></em>, la capacità di carico della propria nave.<br />
Il concetto della capacità di carico applicato alla pratica della comunicazione obbliga una riflessione che considera non solo la quantità di informazioni o il numero di interlocutori che costituiscono la massa relazionale. Ma anche lo <strong>stile di comportamento</strong> di ciascuno. Il loro modo di consumare. Il generale flusso di informazioni generato dall’insieme delle loro interazioni. Tra produttori e consumatori come tra consumatori e mercato.</p>
<p>Ecco che torna la contemporanea linea di Plimsoll per la <strong>navigazione sicura, responsabile e sostenibile</strong>. Là dove non c’è una nave ma ognuno di noi. Là dove non c’è il mare ma l’universo delle parole, capaci di muovere i comportamenti. Parole che proprio in quanto onnipresenti nel tempo e nello spazio ben al di fuori dei loro propri confini opportuni e contestuali vengono sempre più violate, alterate e danneggiate, manomesse. Ed è proprio attraverso l’originale significato latino <em>manumissio</em> – in diritto romano, l’atto con cui il <em>dominus</em> proclamava la liberazione del suo proprio servo dalla schiavitù rinunciando nell’atto stesso alla potestà, la manus che aveva su di lui – che le <strong>parole</strong> devono essere liberate, riscattate, affrancate. Solo così facendo quello che sta sotto emerge: il significato originario, sincero, simbolico deve essere recuperato, issato a bordo, pulito dalle incrostazioni degli usi inappropriati che tali parole hanno subìto nell’eccessiva immersione nell’oceano della<strong> mistificazione</strong>. Le parole, soprattutto quelle che oggi troviamo immerse nel mare di Internet, vanno asciugate. Ricomposte laddove scheggiate nella loro robustezza delle origini. Ripensate nella loro contemporanea validità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><span style="font-size: x-large;"><em><strong>A scuola di navigazione</strong></em></span></h3>
<p>Proprio perché capaci di provocare comportamenti, le parole vanno usate nella piena <strong>consapevolezza</strong> del loro funzionamento. E chi ha il compito di portare a bordo della propria nave questi <strong>carichi di parole</strong> dense di sensi e di significati preziosi ha parimenti il dovere di proteggerle dall’occupazione piratesca, dalla loro manipolazione, dagli abusi dei loro usi. Tali capitani di lungo corso hanno l’obbligo morale di stare alla larga delle acque di Oceania che con i suoi flutti e sotto il dominio del bucaniere Winston Smith altera il senso della storia, la direzione del linguaggio, la capacità di intendere il pensiero, depauperandolo.</p>
<p>Le parole danno <strong>forma all’esperienza</strong>: sono il vento che gonfia le vele di ogni navigante, esperto o meno che sia. Ma è il navigante che deve tener d’occhio la linea di Plimsoll. E in questo, <a href="https://www.amazon.it/MIND-YOUR-FUTURE-coaching-del/dp/8894513114/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&amp;crid=34C9CMOBKQJ4I&amp;keywords=mind+your+future&amp;qid=1639985848&amp;s=books&amp;sprefix=mind+you%2Cstripbooks%2C489&amp;sr=1-1">possiamo diventare tutti più esperti</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: 10pt;">Nota: questo articolo è uscito nella rubrica <em>Creattivamente</em> di <a href="https://www.touchpoint.news/">TouchPoint Magazine</a>, nr. 5, 2021 (pp. 10-11).</span>
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		<title>Fare Ordine per il Futuro</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Dec 2020 16:34:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Il simbolico passaggio di data è per molti l’occasione per fare bilanci. Progettuali, economici, relazionali, emotivi. E rilanciare i buoni proposti rimasti inevasi. Oggi probabilmente con una ragione in più per farlo. Per questo è bene imparare a ricordare. Lavorare sulla consapevolezza, sulla capacità di adattamento e sulla creatività. Per permetterci di poter fare ordine nel nostro presente per progettare al meglio il futuro.</p>
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					<p>Il simbolico passaggio di data è per molti l’occasione per fare <strong>bilanci</strong>. Progettuali, economici, relazionali, emotivi. E rilanciare i <strong>buoni proposti</strong> rimasti inevasi. Oggi probabilmente con una ragione in più per farlo. Una ragione che ha trasformato la realtà, in modo inaspettato. Che ha esasperato <strong>emozioni</strong>, <a href="https://www.massimobustreo.it/ragione-e-sentimento-di-fronte-allincertezza/">ragione e sentimenti</a>, paure e speranze, esigenze e bisogni. Non solo per il futuro che non è più quello di una volta. Ma soprattutto nel modo di vedere il <strong>presente</strong>. Anche questo molto lontano da quello che era sempre stato. Come possiamo fare dunque ordine nel nostro presente per progettare al meglio il nostro futuro?</p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-size: x-large; font-weight: normal;"><strong><em>Ricordarsi della consapevolezza</em></strong></span></p>
<p>Da un punto di vista psicologico, fare un bilancio significa prendere <strong>consapevolezza</strong>. Fermarsi a riflettere su di sé. Comprendere come abbiamo reagito ad eventi e cambiamenti. Cosa è riuscito e cosa è mancato al raggiungimento dei nostri <strong>obiettivi.</strong> Significa prendere atto di cosa siamo disposti a <strong>rinunciare</strong> per stare meglio. Oggi più che mai. Oggi, nonostante noi.  Per fare questo è indispensabile <strong>ricordare</strong>. Ma per procedere, qui bisogna fermarsi.</p>
<blockquote>
<p><em>Fermati, davvero. E fai questo rapido esercizio mentale. Guarda dentro la tua mente, come fosse un luogo. Uno spazio in cui puoi entrare. Una stanza da esplorare. Sei entrato? Ora arriva là dove c’è quell’archivio chiamato </em>memoria<em>. Come è questo archivio? A cosa assomiglia? Un raccoglitore? Una biblioteca? Un magazzino? Una soffitta? Una valigia? Oppure assomiglia a un elaboratore elettronico? Una plancia di comando? Un impianto industriale? Una caverna? Una foresta? O cos’altro?</em></p>
</blockquote>
<p>Mi son ricordato di questo esercizio, suggerito da <a href="https://nuovoeutile.it/ricordare-per-creare">Annamaria Testa</a> qualche tempo fa. Un&#8217;idea di memoria non in termini astratti. Ma come percezione consistente. Un’analogia visiva. Un <strong>luogo da vivere</strong>.</p>
<p>Uno degli strumenti che abbiamo per poter elaborare una difficoltà è recuperare nella nostra memoria dei <strong>ricordi positivi</strong> che caratterizzano la nostra vita e le nostre esperienze. Rievocarli contribuisce, in un certo modo, a riviverli e di conseguenza a librare quelle sensazioni positive che hanno caratterizzato il tempo in cui tali esperienze si erano realizzate.</p>
<p><span style="font-size: x-large; font-family: Roboto Light;"><em><strong>Ricordarsi della progettualità</strong></em></span></p>
<p>La memoria è un sistema complesso. Anzi, ci sono <strong>le memorie</strong>. Memorie a breve termine: leggo queste righe e mi ricordo il titolo il tempo di digitarlo su un messaggio per suggerirlo ad un amico. Memorie a lungo termine: recito una poesia imparata da bambino. Memorie procedurali: avvio in sequenza le funzioni per aprire un documento sul computer. Memorie autobiografiche: i ricordi della mia vita. Memorie sensoriali: un odore che mi riporta a una relazione, a un luogo o a un’emozione. Memorie semantiche: comprendo parole, enunciati, idiomi. E poi ci sono memorie che lavorano con la creatività. Memorie che facilitano l’inventiva. Memorie che evolvono e cambiano. E false memorie.</p>
<blockquote>
<p>La memoria è il ricordo di un passato che sta <strong>davanti a noi</strong>, non dietro di noi. Una storia che si può ripercorrere e che può rigenerare.</p>
</blockquote>
<p>Il potere della memoria, in tal senso, può essere terapeutico. Ma soprattutto ci permette di <strong>progettare</strong> il futuro. Ecco l’importanza della memoria presente nel monito ebraico «Ricorda!». Il ricordo è bagaglio, è coscienza di ciò da cui proveniamo, ma anche <strong>patrimonio</strong> per <a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?Id=24656">affrontare il presente e progettare il futuro</a>. Un futuro che oggi non è più quello di una volta.</p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-size: x-large; font-weight: normal;"><em><strong>Ricordarsi dell&#8217;adattamento</strong></em></span></p>
<p>Se è vero, com’è vero, che dopo una malattia tendiamo a dimenticarci del dolore provato per poter sopravvivere al meglio al presente rinnovato in cui ci troviamo, nella nuova quotidianità è importante costruire una <strong>memoria futura</strong>. Una memoria che non svanisca con l’uscita da questa condizione in cui siamo stati messi, nonostante noi, di fronte a nuove gerarchie di valori, a dubbi sulle norme consolidate, a un <strong>ridimensionamento</strong> continuo di certezze personali, economiche e sociali.</p>
<p>La memoria che dobbiamo costruire deve partire dalla riorganizzazione di vecchi paradigmi comportamentali. Deve esser capace di costruire &#8211; ora, ma ancora di più dopo &#8211; <strong>nuovi paradigmi</strong> di vita, di comportamento, di comunità, locale quando globale. Personale quanto sociale.</p>
<blockquote>
<p>Come fa il nostro <strong>sistema immunitario</strong>, così dobbiamo costruire la memoria di quanto minaccia il nostro benessere e la nostra sopravvivenza.</p>
</blockquote>
<p>Non solo per poter far fronte ai nuovi e certamente differenti rischi che ancora arriveranno dall’esterno. Ma per poter e <strong>saper modificare</strong> dall’interno comportamenti, emozioni, valori e regole che ci garantiscono di essere più idonei al mondo che ci aspetta.</p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-size: x-large; font-weight: normal;"><em><strong>Ricordarsi di prendere appunti</strong></em></span></p>
<p>Ci sono delle cose che è bene appuntarsi. Così domani, passato il presente, il <a href="https://www.massimobustreo.it/linvenzione-del-tempo/">tempo</a> non annullerà questa memoria.  Apriamo il <strong>taccuino</strong> e annotiamo.  La differenza tra rispetto delle <strong>regole</strong> e l’abnegazione per chi le impone autoritariamente e senza un pensiero critico e ponderato. La valorizzazione della <strong>competenza</strong> e non la sua delegittimazione. L’importanza della <strong>fiducia:</strong> nella scienza, nell’autorevolezza, nelle relazioni affettive, nel tempo per noi, in noi e nell’Altro. Il senso di <strong>comunità</strong> come contenimento e ridimensionamento dell’egoismo. L’importanza di una <a href="https://www.massimobustreo.it/la-comunicazione-e-condivisione/"><strong>comunicazione</strong> efficace</a>, contro l’infodemia, l’informazione approssimativa e il sensazionalismo sottomesse al consenso oltre ogni buon senso.</p>
<p>Annotiamoci dell’importanza del <strong>silenzio</strong> riflessivo che argina lo sproloquio. L’importanza della <strong>parola</strong> usata come rassicurazione e strumento di relazione. L’importanza di una <strong>solidità emotiva</strong>, di un allenamento continuo all’<a href="https://www.christiancolautti.it/psicologia-e-salute/cronavirus-e-psicoeducazione-consigli-pratici-per-la-nostra-salute-emotiva/">educazione psicoemotiva</a>. La centralità dell’<strong>inclusione</strong> e i rischi dell’esclusione. Il rispetto per l’<strong>ambiente</strong> e non la sua sopraffazione, causa di quello che stiamo vivendo, dal Covid-19 al riscaldamento globale.</p>
<p>Annotiamo tutto in modo ben in chiaro. Soprattutto quello che qui ho dimenticato e che appartiene a ciascuna delle nostre <strong>esperienze</strong>. Così possiamo facilitare il monito del «Ricorda!». E permetterci di poter fare ordine nel nostro presente per <strong>progettare</strong> al meglio il futuro.</p>
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		<title>Ragione e Sentimento di fronte all’Incertezza</title>
		<link>https://www.massimobustreo.it/ragione-e-sentimento-di-fronte-allincertezza/</link>
		<pubDate>Tue, 21 Jul 2020 13:37:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>In un periodo di incertezza come quello attuale la terza metà di ciascuno di noi può offrire quegli strumenti utili a comprendere come il momento difficile che stiamo vivendo è inserito in un contesto più ampio. E in tale contesto ci sono sì minacce da temere ma per le quali esistono strategie per affrontarle. </p>
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					<h1 style="text-align: center;"><span style="color: #444444; font-size: small;">M. Bustreo</span><span style="color: #444444; font-size: small;"> «Lockdown in Campo San Giacometo, Venezia» (2 aprile 2020)</span></h1>
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					<p>Nell’incertezza e nell’impensabilità che caratterizza questo momento storico penso ci siano tre aspetti importanti da recuperare:</p>
<blockquote><p>1. la necessità di prendere consapevolezza della <strong>differenza che esiste tra paura, angoscia e comportamenti ragionevoli</strong><br />
2. la conferma che nella <strong>relazione</strong> rimane la ragione più importante che sostiene ogni dinamica di fiducia<br />
3. il fatto che esistono <strong>ottime risorse personali, sociali e professionali</strong> per affrontare questo momento.</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<h4><em><strong>Paura e angoscia</strong></em></h4>
<p>Paura e angoscia sono sentimenti non equivalenti.</p>
<p>La <strong>paura</strong> nasce di fronte a una <strong>minaccia determinata</strong>. È un <strong>meccanismo di difesa</strong> che ci permette di sopravvivere al meglio. Se noi dobbiamo saltare sopra un crepaccio, la paura di cadere, di fare un passo troppo corto, di mettere male il piede d’appoggio è uno <strong>strumento di controllo</strong> delle azioni, di valutazione e contenimento dei rischi. La paura è data sempre da un <strong>oggetto determinato</strong>: il crepaccio in questo caso. E in questo è uno strumento razionale molto efficace.</p>
<p>L’<strong>angoscia</strong> invece non ha un oggetto determinato. Ecco perché di fronte a un virus invisibile la maggior parte delle persone è angosciata. Perché questa minaccia non si vede. Non si sa da dove arriva né quando entra realmente in azione. E non permette di avere chiaro una fine, un limite. La <strong>mancanza di un’idea di futuro</strong> e il <strong>sentimento di insicurezza generalizzata</strong> attiva così un atavico bisogno di rassicurazione, un antidoto all’inquietudine, all’incertezza.</p>
<p>Ma è in presenza dell’angoscia che i comportamenti diventano <strong>irrazionali</strong>. Diventano irrazionali perché manca un riferimento chiaro al comportamento che può contenere tale minaccia: cosa fare e cosa non fare. E rischiano di estendersi ad altri comportamenti creando una situazione ancor più pericolosa di quella reale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><em><strong>L&#8217;importanza della relazione</strong></em></h4>
<p>Per chi fa della <strong>relazione</strong> <strong>uno degli strumenti</strong> del proprio lavoro, in una situazione come questa è ancor più importante ricordarsi che questa &#8211; la relazione, quella che io chiamo la <a href="https://www.amazon.it/faccia-moneta-dinamiche-guidano-relazione/dp/8891762687/ref=sr_1_1?adgrpid=59458331024&amp;gclid=EAIaIQobChMIha6bse-U6AIVVeDtCh3OmACLEAAYASAAEgK2ZPD_BwE&amp;hvadid=255115079982&amp;hvdev=c&amp;hvlocphy=1008966&amp;hvnetw=g&amp;hvqmt=e&amp;hvrand=5977192808589842193&amp;hvtargid=kwd-426956540544&amp;hydadcr=18603_1822691&amp;keywords=la+terza+faccia+della+moneta&amp;qid=1584013846&amp;sr=8-1"><em>terza faccia della moneta</em></a> &#8211; parte dalla <strong>cura di sé</strong> e quindi arriva alla <strong>cura degli altri</strong> e dei loro bisogni.</p>
<p>Rinforzare la cura di sé significa prendere consapevolezza che ciascuno di noi ha un <strong>centro profondo</strong> che la psicologia chiama «Sé».</p>
<blockquote><p>Il «Sé» è la nostra guida interiore. Una guida che segue un <strong>codice paterno che governa</strong> e un <strong>codice materno che genera</strong>.</p></blockquote>
<p>Nei momenti difficili come quelli che stiamo vivendo dobbiamo resistere alla <strong>tentazione di ascoltare le sirene</strong> esterne e lasciarci andare a decisioni e comportamenti impulsivi, soprattutto se mossi da uno stato di angoscia.</p>
<p>Dobbiamo invece governare i nostri comportamenti. E per farlo dobbiamo <strong>ascoltare</strong>. Ascoltare prima di tutto la nostra guida interna: la parte più profonda di noi. E poi garantire l’ascolto dei nostri interlocutori. In tal modo si favorisce il generare di immagini e soluzioni comuni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><em><strong>Quali risorse?</strong></em></h4>
<p>Ognuno di noi, in un momento difficile, deve ricordarsi di non essere un professionista in balia degli eventi, dell’incertezza e della minaccia. Sono e devo essere una persona che, con il giusto <strong>distacco emotivo</strong>, comprende quale sia il <strong>comportamento migliore da agire</strong>. Sono e devo essere una persona che prende precauzioni ascoltando le informazioni che arrivano da <strong>fonti autorevoli</strong>.</p>
<p>Sono e devo essere un professionista che <strong>difende il benessere</strong>: perché se la mente è occupata dalla paura e dall’angoscia i comportamenti che si mettono in atto saranno più rischiosi. Invece, è in forza di tale rassicurazione sul benessere si rinforza <strong>la fiducia nella relazione</strong>, anche e soprattutto oggi.</p>
<p>Sono e devo essere una persona che <strong>ascolta i sentimenti</strong> di profonda incertezza, propri e altrui. E che sa <strong>intervenire per trasformare</strong> la relazione in supporto. Per poter <strong>trasformare la crisi in opportunità</strong> al di là della retorica. Per rinforzare una <strong>gestione attiva e tutelante</strong> del proprio benessere. Per <strong>agire e non subire il cambiamento,</strong> per quanto difficile e doloroso esso sia.</p>
<blockquote><p>Qui la terza metà di ciascuno di noi può rappresentare quegli strumenti utili a comprendere come il momento difficile che stiamo vivendo è inserito in un <strong>contesto più ampio</strong>. E in tale contesto ci sono sì minacce da temere ma per le quali esistono <strong>strumenti per affrontarle</strong>.</p></blockquote>
<p>Le paure possono e devono essere riportate a oggetti concreti da gestire con strumenti solidi ed efficaci. Strumenti che appartengono al nostro <strong>ruolo professionale</strong>, alla nostra <strong>esperienza personale</strong>, alla rete di <strong>relazioni</strong> <strong>umane</strong> nelle quali siamo inseriti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L&#8217;invenzione del Tempo</title>
		<link>https://www.massimobustreo.it/linvenzione-del-tempo/</link>
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		<pubDate>Thu, 19 Dec 2019 21:33:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Come si può uscire dagli ingranaggi cronometrici che fin dal linguaggio del nostro tempo tengono il giogo delle azioni possibili? «Non ho tempo... appena ho un attimo... recuperando il ritardo... devo finire in tempo...». Nella quotidiana lotta contro Caos ognuno di noi sublima l’arte del controllo illusorio dell'indaffarato Cronos. Come se l’orologio fosse regolato da qualcun altro.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Nella quotidiana lotta contro <strong>Caos</strong> ognuno di noi sublima l’arte del controllo illusorio dell&#8217;indaffarato <strong>Cronos</strong>. Il tempo che divora tutte le cose che egli stesso ha creato. Tempo contaminato, spesso rassegnato al ritmo della propria vita e a quello del proprio lavoro. Inerme e sconfitto. Come se l’<strong>orologio</strong> fosse regolato da qualcun altro.</p>
<blockquote><p>Come si può uscire dagli ingranaggi cronometrici che fin dal linguaggio del nostro tempo – «non ho tempo&#8230; appena ho un attimo&#8230; recuperando il ritardo&#8230; devo finire in tempo&#8230;» – tengono il giogo delle azioni possibili?</p></blockquote>
<h4><strong><em>Il mito di Caos e Crono</em></strong></h4>
<p>In principio era il Regno di Caos. Un disordine universale della materia. Una forma informe, indefinita e indefinibile. Un brodo indescrivibile che racchiudeva cielo, mare e terra. Ma non durò molto.<br />
Da <strong>Caos</strong> nacquero le tenebre (<strong>Erebo</strong>), la <strong>Notte</strong> buia e misteriosa che portava agli uomini buoni consigli e donava il riposo, le tre sorelle fatali (<strong>Mòire</strong>), la <strong>Discordia</strong>, la <strong>Vecchiaia</strong>. E il <strong>Destino</strong> (o Fato), una divinità generatrice di scenari favorevoli quanto ostili. Potentissima e inesorabile, a cui tutte le divinità erano sottomesse. L’ordine del Fato era inevitabile e nulla e nessuno poteva cambiare le sue disposizioni.</p>
<p>Solo più tardi nacquero divinità più clementi: la <strong>Concordia,</strong> l’<strong>Eros</strong>, il <strong>Giorno</strong>. E finalmente nacque <strong>Gea</strong>, la Terra, madre e principio di vita. Genitrice degli uomini e della stirpe divina. Fu così che dal Caos nacque l’ordine. Gea generò <strong>Urano</strong>, il Cielo, con cui si unì e che feconderà la Terra con una pioggia prolifica. Dall’unione di Urano con Gea nacquero i dodici <strong>Titani</strong>, tra cui <strong>Crono</strong> (per i latini Saturno), i tre <strong>Ecatonchiri</strong> (o Centimani) e i tre <strong>Ciclopi</strong>.</p>
<h4><strong><em>Il regno di Urano<br />
</em></strong></h4>
<p>Gea e Urano governavano l’Universo. Urano viveva però nel disgusto provocatogli dall’aspetto mostruoso dei suoi figli. Era ossessionato dall’idea che potessero privarlo un giorno del dominio dell’Universo. Per tale ragione li fece sprofondare al centro della Terra.</p>
<p>Gea decise di reagire. All&#8217;insaputa di Urano, costruì una falce con del ferro estratto dalle sue proprie viscere. Il più giovane dei suoi figli, il titano <strong>Crono</strong>, osò seguire il consiglio della madre. E, armato, si nascose nella Terra e attese l’arrivo del padre. Era infatti abitudine di Urano discendere la notte dal cielo per abbracciare la sua sposa nell’oscurità. Non appena Urano si stese sopra Gea, Crono comparve e con una mano immobilizzò il padre mentre con l’altra lo evirava con il falcetto.</p>
<p>Il sangue che sgorgava copioso dalla ferita fecondò <strong>Gea</strong>, dalla quale nacquero le <strong>Erinni</strong> (divinità infernali), le <strong>Meliadi</strong> (ninfe dei Frassini e protettrici delle greggi) e i <strong>Giganti</strong> (creature gigantesche dalla forza spaventosa, simbolo della forza bruta e della violenza sconvolgente della natura quali i terremoti e gli uragani). Dalla spuma delle onde creata dai genitali di Urano che cadevano nel mare, si generò <strong>Afrodite,</strong> la dea dell’amore. Urano ferito, riuscì a scappare lontano e da allora mai più si avvicinò alla Terra, sua sposa. Crono riuscì a impossessarsi del trono e a regnare sul Creato, dando inizio al Regno di Crono.</p>
<h4><strong><em>Il regno di Crono<br />
</em></strong></h4>
<p>Crono scelse come sposa <strong>Rea</strong> (Cibele), sua sorella, chiamata Madre degli dèi o la Grande Madre. Con Rea, Crono ebbe numerosi figli tra cui <strong>Poseidone</strong>, <strong>Ade</strong>, <strong>Zeus</strong>. Sotto il regno di Crono la terra conobbe l’Età dell’oro. Ma la sua tranquillità fu minata da un triste vaticinio: gli fu infatti predetto che il suo regno avrebbe avuto fine per mano di uno dei suoi figli. Terrorizzato, per tentare di ingannare il destino e non potendo ucciderli in quanto divinità immortali iniziò a divorare la sua stirpe non appena alla luce, tenendola così prigioniera nelle sue viscere.</p>
<p>Crono – più tardi assimilato con <strong>Chronos</strong>, il <strong>Tempo</strong> – fu il mito che spiegava i cicli dell&#8217;anno agricolo e gli aspetti connessi alla fecondità e alla successione del regno, finendo solo in un secondo momento ad assumere il nuovo significato del<em> tempo che divora tutte le cose che egli stesso ha creato</em>. Il suo culto ebbe per centro Olimpia: le feste in suo onore, le Cronie, si celebravano in Atene d’estate.</p>
<blockquote><p>Secondo la <strong>mitopsicologia</strong>, Crono è l’archetipo dell’istanza maschile che chiede senza donare, che domanda costantemente senza offrire nulla di sé, un predatore in ricerca perenne.</p></blockquote>
<p><strong>Rea</strong>, disperata, subito dopo la nascita del suo ultimogenito <strong>Zeus</strong> che partorì a <strong>Creta</strong> dove si era rifugiata, si recò da <strong>Crono</strong>. Anziché presentargli il figlio, gli consegnò una pietra avvolta nelle fasce. Crono la ingoiò, senza sospettare nulla.<br />
Nel frattempo il piccolo Zeus era stato portato in una caverna del monte <strong>Ida</strong> (nell&#8217;isola di Creta) e affidato alle cure delle ninfe <strong>Melissa</strong> (Ida) e <strong>Adrastea</strong>. E allattato dalla capra della ninfa <strong>Amaltea</strong>. Una capra che era l&#8217;orgoglio del suo popolo per le superbe corna ricurve all&#8217;indietro e per le mammelle ricche di latte, degne di allattare il grande Zeus.</p>
<p>Un giorno la capra si spezzò un corno urtando contro un albero perdendo metà della sua bellezza. Il corno fu raccolto da Amaltea che lo ricolmò di frutta ed erbe e lo donò a <strong>Zeus</strong>, il quale lo benedì (la <strong>cornucopia</strong>). Anche l’ape <strong>Panacride</strong> nutriva Zeus dandogli il miele e un&#8217;aquila gli portava ogni giorno il nettare dell&#8217;immortalità. I suoi pianti erano coperti dai <strong>Cureti</strong> che battevano il ferro per impedire ad alcuno di sentire i suoi vagiti.</p>
<div class="page" title="Page 4">
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<h4><strong><em>La guerra dei Titani e l&#8217;esilio del tempo<br />
</em></strong></h4>
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<p>Zeus, quando fu grande a sufficienza, salì in cielo. E con l’inganno fece bere a <strong>Crono</strong> una speciale bevande emetica preparata da <strong>Metis</strong>. Questa gli fece vomitare i figli che aveva divorato in precedenza. E insieme agli stessi dichiarò guerra al padre. Ebbe così inizio una lunga guerra che durò dieci anni e che vide da una parte <strong>Crono</strong>, al cui fianco si schierarono i Titani, e dall&#8217;altra <strong>Zeus</strong>, al cui fianco c&#8217;erano tutti i suoi fratelli.</p>
<p>La terra era devastata dai <strong>Titani</strong>. Con la loro forza cambiavano i contorni del mondo, distruggendo montagne scagliandole nell&#8217;<strong>Olimpo</strong>, il monte più alto della Grecia, dove Zeus e i suoi fratelli avevano stabilito il proprio regno. La guerra durò dieci anni e sarebbe andata avanti ancora per parecchio tempo se Gea non fosse intervenuta per consigliare a Zeus di liberare i Ciclopi e stringere un’alleanza con loro. I <strong>Ciclopi</strong>, per ripagare Zeus di avergli reso la libertà, fabbricarono per lui le armi che sarebbero entrate nella leggenda e con le quali avrebbe retto il suo regno dalla cima dell&#8217;Olimpo: le folgori.</p>
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<p>Zeus liberò anche gli <strong>Ecatonchiri</strong>, che con le loro cento braccia iniziarono a scagliare una quantità infinita di massi contro gli alleati di <strong>Crono</strong>. Questi, assieme alle folgori scagliate da Zeus, decretarono la vittoria finale. Terminava così il <strong>regno di Crono</strong>, secondo sovrano della divina famiglia.E aveva inizio quella di <strong>Zeus</strong>, terzo sovrano e suo figlio.</p>
<blockquote><p>Sulla sorte che <strong>Zeus</strong> fece fare al padre <strong>Crono</strong> ci sono diverse ipotesi. Secondo alcune versioni di interpretazioni orfiche, Crono divenne il sovrano di un mondo fantastico al di là della terra abitate: le <strong>isole dei Beati</strong>, ai confini del mondo. Secondi altri, fu condotto a <strong>Tule</strong> e sprofondato in un magico sonno. Secondo altri ancora, fu incatenato nelle più profonde viscere della terra.</p></blockquote>
<h4><strong><em>Cosa c&#8217;è al di là del regno di Crono?</em></strong></h4>
<p>«Che cos&#8217;è insomma il tempo?<br />
Lo so finché nessuno me lo chiede.<br />
Non lo so più, se volessi spiegarlo a chi me lo chiede»<br />
(Sant’Agostino, <em>Confessioni</em>, 11, 15, 18)</p>
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		<title>È Tutto Sotto Controllo. O Almeno Così Spero!</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Sep 2019 13:09:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Per metterci al riparo dal rischio dei piccoli naufragi quotidiani ognuno di noi tende ad anticipare scenari imminenti. Rispondere agli eventi secondo quanto le proprie aspettative propongono come più possibile. E monitora persone, oggetti ed emozioni. Tutto per rinforzare l'illusione di avere tutto sotto controllo. Ma funziona davvero?</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>«Ho tutto sotto controllo» disse il capitano prima di naufragare!<br />
Per metterci al riparo dal rischio dei <strong>piccoli naufragi quotidiani</strong> ognuno di noi tende ad anticipare scenari imminenti. Rispondere agli eventi secondo quanto le proprie <strong>aspettative</strong> propongono come più possibile. E <strong>monitora</strong> persone, oggetti ed emozioni. Tutto per rinforzare l&#8217;illusione di avere tutto sotto controllo. Ma funziona davvero?</p>
<h4><strong><em>Bias dell&#8217;illusione del controllo</em></strong></h4>
<p>Attraverso il <strong>controllo</strong> e l&#8217;anticipazione guidiamo i nostri comportamenti lontano dalle minacce di eventi nefasti o poco piacevoli. E soprattutto lo facciamo con un grande dispendio di glucosio, la nostra energia per far funzionare la mente. Tuttavia nel fare questo non sempre seguiamo la via più opportuna ed efficace. Cercando una soluzione all&#8217;<strong>ambiguità</strong> degli stimoli che ci si offrono di fronte siamo spesso ingannati da noi stessi nella ricerca delle cause o delle conseguenze reali. Senza nemmeno accorgerci che siamo <a href="https://www.massimobustreo.it/wp-content/uploads/2019/06/MF1_2019-Bustreo-pp-20-25.pdf">liberamente obbligati</a>. Che ci affidiamo alle immagini mentali dei problemi da risolvere, vedendo ciò che ci aspettiamo di vedere e sentendo ciò che vogliamo sentire.</p>
<p>Vogliamo illuderci di controllare gli eventi che appartengono alla nostra vita per proteggerci. Per non farci trovare impreparati. O peggio, vulnerabili (ai nostri occhi, prima che agli altri). Così crescendo rinforziamo la nostra <strong>capacità di prevedere</strong>. Ma prevedere significa &#8220;vedere prima che le cose accadano&#8221;. A volte è un bene. Se prevedo che quell&#8217;auto esce dallo stop senza darmi la precedenza, posso rallentare (ed evitare un incidente). Prevedere la reazione di mia moglie mi può far cambiare il mio comportamento ancor prima di metterlo in atto (e salvare un matrimonio). Quando prevedo che il mio capo leggerà questi dati del report e non altri, posso preoccuparmi di scriverli nel modo più adeguato (e meritarmi un premio). A volte non è così bene. Se prevedo che una reazione del collega sia uguale a quella che ha sempre messo in atto, rischio di non cambiare il mio approccio con lo stesso. Prevedere la soddisfazione della moglie all&#8217;ennesima proposta di &#8220;cena fuori&#8221; rischia di far diventare routinaria una storia romantica. Quando prevedo che un problema abbia quelle soluzioni «perchè è sempre stato così» ho la certezza che mi sto precludendo ogni ulteriore possibile soluzioni. Magari più efficace.</p>
<h4><em><strong>Risolvere i problemi con la magia</strong><br />
</em></h4>
<p>Ecco una <a href="https://www.massimobustreo.it/propongo/"><strong><em>magica</em> proposta</strong></a> per lavorare sulle strategie di decision making partendo da un migliore <strong>problem setting</strong> visto da un’innovativa prospettiva: quella dell’<strong>astuzia</strong>. L&#8217;astuzia non come sotterfugio che permette al soggetto di “aggirare” il vero problema quanto come quell’opportuno insieme di attenzione, approccio creativo, stratagemmi e pensiero laterale che permette di risolvere uno “snodo decisionale” prima che diventi un problema. Consapevoli del fatto che <a href="https://www.massimobustreo.it/il-piu-temibile-hacker-della-nostra-mente-noi-stessi/">è la nostra mente che costruisce i problemi</a> che nella realtà non esistono se non come generiche difficoltà.</p>
<p>«È la mente a creare i problemi» significa ribaltare quella prospettiva che porta il <strong>risolutore di enigmi</strong> (di qualsiasi natura professionale essi siano) ad andare alla ricerca di soluzioni note, magari già sperimentate, per una loro risoluzione. E favorire così un approccio più &#8220;strutturale&#8221; al problema che parta dalla sua&#8230; creazione! È infatti solo comprendendo come si creano i problemi che è possibile imaprare a gestirli e risolverli.</p>
<blockquote><p>E chi meglio di un <strong>illusionista</strong> possiede la nobile arte di saper creare problemi apparentemente insolubili?</p></blockquote>
<p>Statue della Libertà che spariscono davanti a migliaia di occhi attenti. Donne che levitano a mezz&#8217;aria. Carte che vengono ritrovate dopo esser state perdute o bruciate. Monete che si moltiplicano e sparisono a un palmo da naso dell&#8217;interlocutore. Grossi gorilla neri che attraversano una scena senza che il pubblico noti alcunché.</p>
<h4><em><strong>Il contrario di ambiguità non è univocità!</strong><br />
</em></h4>
<p>Creare situazioni di (apparente) <strong>impossibilità</strong>, di (indecifrabile) <strong>ambiguità</strong>, di (ignote) <strong>logiche</strong> fisiche o meccaniche è una specifica abilità di creazione immaginativa e tecnica che permette agli illusionisti di <strong>costruire una realtà</strong> (ovvero un problema da risolvere, per gli spettatori) apparentemente impossibile. Impossibile per gli spettatori solo perchè questi non hanno a disposizione ulteriori e <strong>differenti modelli interpretativi</strong>. O informazioni sul come quel problema è stato costruito.</p>
<blockquote><p>Ecco la magia del problem solver: l&#8217;esercizio a quell&#8217;ideazione creativa necessaria per costruire (e quindi risolvere) problemi apparentemente insolubili. Il contrario di &#8220;ambiguità&#8221; non è infatti &#8220;univocità&#8221; ma &#8220;<strong>nuovo ordine</strong>&#8220;!</p></blockquote>
<p>È possibile trattare i modelli e gli approcci ai dilemmi decisionali partendo da un’analisi dei metodi di problem setting propri ad alcune figure professionali particolarmente esemplificative in tal senso: <strong>detective, enigmisti, maghi e illusionisti</strong>. Conoscere gli approcci &#8211; non certo i trucchi, anche se&#8230; &#8211; attraverso cui tali professionisti approcciano i propri problemi professionali (routine di magia, giochi illusionistici ed enigmi logico-linguistici) significa potersi avvicinare a come la mente, di fronte a una condizione di ambiguità percettiva e cognitiva, riesca a <strong>ideare nuove soluzioni</strong>, spesso inusuali, in risposta alle sempre differenti situazioni che il problem solver deve affrontare nella sua quotidianità professionale. Significa imparare a cercare ogni volta <strong>interpretazioni molteplici</strong> e non scontate di ciò che abitualmente si considera dotato di un significato univoco.</p>
<h4><em>Cosa c&#8217;è di possibile nell&#8217;impossibile<br />
</em></h4>
<p>Conoscenze scientifiche e abilità illusorie permettono così di comprendere un po’ meglio quali sono i <strong>processi mentali</strong> che possono o devono essere attivati di volta in volta per produrre le soluzioni più adeguate in determinate circostanze. Anche quelle considerate così difficili da apparire “impossibili”.</p>
<p>Un esempio coinvolgente e originale lo trovate ora nella conferenza-spettacolo <a href="http://www.neuromagia.it">«Neuromagia. Quando la magia &#8220;svela&#8221; il nostro rapporto con il denaro»</a>, unica realtà italiana di educazione al denaro e ai processi decisionali che unisce psicologia del denaro e illusionismo!</p>
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