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	<title>denaro | Massimo Bustreo</title>
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		<title>Occhio al Carico</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Dec 2021 07:44:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Non siamo tutti sulla stessa barca. Siamo stati e ancora ci troviamo nella stessa tempesta. Forse. Ma c’è chi la sta attraversando in zattera. Chi con la ciambella. E chi su un transatlantico. Ognuno con le proprie rotte. Ognuno con il proprio sestante. Ognuno con la propria capacità di leggere il vento e regolare vele e terzaroli. E soprattutto ognuno con il proprio carico. </p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.massimobustreo.it/occhio-al-carico/">Occhio al Carico</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.massimobustreo.it">Massimo Bustreo</a>.</p>
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<h6 style="text-align: center;"><span style="font-size: small;">S. Silva Ramirez «Plimsoll Line» (Marghera, Venice, 2003)</span></h6>
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					<h3><span style="font-size: x-large;"><em><strong>Non siamo tutti sulla stessa barca</strong></em></span></h3>
<p>Non siamo tutti sulla stessa barca. Siamo stati e ancora ci troviamo nella <strong>stessa tempesta</strong>. Forse. Ma c’è chi la sta attraversando in zattera. Chi con la ciambella. E chi su un transatlantico. Ognuno con le proprie rotte. Ognuno con il proprio sestante. Ognuno con la propria capacità di leggere il vento e regolare vele e terzaroli. E soprattutto ognuno con il proprio carico. Un <a href="https://www.massimobustreo.it/ragione-e-sentimento-di-fronte-allincertezza/"><strong>carico emotivo e cognitivo</strong></a>. Relazionale, sociale ed economico. Un carico che negli ultimi mesi si è mosso pericolosamente. Sbandando tra dritta e sinistra. Tra poppe e prue. Carichi sospesi per naviganti sorpresi a navigare in acque nuove. E non bastan due occhi per <a href="https://www.massimobustreo.it/e-tutto-sotto-controllo-o-almeno-cosi-spero/">tenere d’occhio questi carichi</a>.<br />
Per questo chi va per mare conosce la <em>Linea di Plimsoll</em>. Ma anche chi sta a terra farebbe bene a conoscerla. Soprattutto se si occupa di carichi di mente e corpo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><span style="font-size: x-large;"><em><strong>Occhio alla Linea di Plimsoll</strong></em></span></h3>
<p>Parlamento britannico. 1870. Con un importante atto – di responsabilità prima che di legge – i deputati accolgono la proposta di <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Samuel_Plimsoll">Samuel Plimsoll</a>. Questo politico riformatore aveva trovato una <strong>soluzione</strong> capace di ridurre in modo significativo il numero di incidenti navali dovuti al carico delle navi, spesso eccessivo quando pure mal distribuito. Quale soluzione? Dare <strong>un occhio al carico</strong>. No, non si trattava di un marinaio dallo sguardo acuto dedicato alla stiva o alla coperta. Si trattava di aggiungere sullo scafo un <strong>segno</strong> convenzionale – una marca di bordo libero – per indicare la linea di galleggiamento al massimo carico consentito. Un’indicazione che potesse considerare le <strong>differenti condizioni</strong> climatiche di navigazione, da cui trarre la misura del limite di <strong>sicurezza</strong>. A garanzia di una riserva di spinta al natante in funzione del carico e delle contingenze ambientali. Così, le autorità britanniche decisero di consentire l’accesso ai propri porti da quel momento in poi solo alle navi dotate dell’Occhio di Plimsoll. Ovvero: un occhio non solo attento, ma discreto. Non un occhio che guarda ma <strong>un occhio a cui guardare</strong>.</p>
<p>Da quel giorno e dall’intuizione di Samuel Plimsoll molte rotte sono state percorse. Molti carichi sono stati salvati. Da quel giorno è stato possibile tracciare rotte con un importante strumento in più. In mare e in terra.<br />
Perché oggi, quando ci troviamo a domandarci quanto riusciremo a <strong>sostenere</strong> ancora il peso di questa navigazione a vista, dobbiamo pure noi guardare all’Occhio di Plimsoll. La parola <em>sostenere</em> deriva dal verbo latino <em>sustinere</em>, composto da <em>sub-</em> ‘sotto’ e ‘tenere’: <em>reggere, portare su di sé il peso di qualcosa, sopportare, ossia <strong>tenere sopra un limite</strong>,</em> e quindi <em>sopportare, mantenere, mantenere il peso di, <strong>prendere su di sé</strong> un impegno</em>. Riuscire a sostenere il peso emotivo e cognitivo della nostra condizione significa, in primis, essere capaci di garantire il <strong>rispetto</strong> dei limiti di sicurezza del proprio mezzo di navigazione. Considerate le condizioni di navigazione. Ovvero, mantenere l’<strong>onere della responsabilità</strong>: la capacità di rispondere con impegno del proprio comportamento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><span style="font-size: x-large;"><em><strong>Un peso da sostenere</strong></em></span></h3>
<p>Poter sostenere il proprio carico significa essere capaci – nel senso letterale di coloro che, comprendendo, sono abili ad agire – di <strong>vivere entro le capacità di carico del sistema</strong> di cui si fa parte. E tale capacità di carico deve considerare limiti naturali e limiti artificiali.  Siamo persone che vivono in un sistema causale chiuso: la terra. Un sistema di interdipendenze che tendono alla stabilità, all’equilibrio e alla conservazione di quelle condizioni favorevoli alla vita e alla sua preservazione. A fronte di un evento che perturba tale equilibrio il sistema contrappone una reazione contraria e opposta al fine di contenere e annullarne gli effetti attraverso importanti processi di resilienza. Se poi tale perturbazione dell’equilibrio superasse le capacità di riassorbimento del sistema, lo stesso tenderebbe a creare un <strong>nuovo equilibrio</strong> basato sullo stesso evento perturbante. Oltre tale limite e nella peggiore delle ipotesi, il sistema potrebbe naufragare, collassare. La causa: un evento che porta il sistema stesso sotto il limite massimo di “sopportazione” del carico di perturbazioni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><span style="font-size: x-large;"><em><strong>Denaro, una difficile zavorra</strong></em></span></h3>
<p>Uno dei carichi più instabili che il genere umano ha imbarcato e dei cui movimenti in stiva è necessario porre maggiore attenzione di quella dedicata fino a ora è il <a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?Id=24656"><strong>denaro</strong></a>. L’iniqua distribuzione del reddito sta infatti devastando le economie di interi paesi. E non solo quei paesi cui chi sta meglio è solito guardare con distaccata pietà. Intere economie proprie a quei paesi che fino a ieri si sentivano più forti e avevano mercati stabili oggi traballano in balia delle onde.</p>
<blockquote><p>«È il consumo, bellezza!», urlano i balenieri.</p></blockquote>
<p>Il diabolico meccanismo della <strong>propensione al consumo</strong>. E la spinta al consumo è il vento che gonfia le vele. Anche e soprattutto dopo una bonaccia durante la quale non si è fatto il punto nave né s’è aggiustata la rotta. Ma solo inveito o pregato i numi perché tornassero a soffiare.<br />
In questo, noi siamo come una nave in navigazione nel mare aperto: galleggiamo sopra la nostra <strong>esistenza e sussistenza</strong>. Ciascuno con il proprio carico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><span style="font-size: x-large;"><em><strong>Parole, pensieri e comunicazione</strong></em></span></h3>
<blockquote><p>E nell’illusione diffusa del «Navigo, dunque so, no?».</p></blockquote>
<p>E questo è l’altro carico instabile: la <strong>comunicazione</strong>. Navigare in rete oggi – tempo in cui la notizia si fa più rapida della materia – significa percorrere rotte proprie alla <strong>società dell’informazione</strong>. Ovvero, significa considerare la comunicazione non come valore in sé, bensì come una rete estesa in cui ogni agente è un attore di tale rete relazionale, sconfinata e interconnessa. Tuttavia, se oggi si considera, spesso acriticamente, la Rete come uno strumento di connessione – o meglio, <em>lo</em> strumento di connessione – spesso lo si fa non valutando opportunamente – o peggio, sottovalutando completamente – che la sua azione sembra quella di mancare sempre più quella <strong>separazione</strong> che divide inesorabilmente chi sa andar per mare da chi improvvisa. Il navigante deve infatti saper bene su quali risorse poter contare. A quante affidarsi. E quante consumarne senza correre il rischio di rimanerne privo prima di arrivare al porto. Deve saper <strong>amministrare al meglio</strong> la propria stiva e il proprio equipaggio. Deve saper conoscere la <em><strong>carrying capacity</strong></em>, la capacità di carico della propria nave.<br />
Il concetto della capacità di carico applicato alla pratica della comunicazione obbliga una riflessione che considera non solo la quantità di informazioni o il numero di interlocutori che costituiscono la massa relazionale. Ma anche lo <strong>stile di comportamento</strong> di ciascuno. Il loro modo di consumare. Il generale flusso di informazioni generato dall’insieme delle loro interazioni. Tra produttori e consumatori come tra consumatori e mercato.</p>
<p>Ecco che torna la contemporanea linea di Plimsoll per la <strong>navigazione sicura, responsabile e sostenibile</strong>. Là dove non c’è una nave ma ognuno di noi. Là dove non c’è il mare ma l’universo delle parole, capaci di muovere i comportamenti. Parole che proprio in quanto onnipresenti nel tempo e nello spazio ben al di fuori dei loro propri confini opportuni e contestuali vengono sempre più violate, alterate e danneggiate, manomesse. Ed è proprio attraverso l’originale significato latino <em>manumissio</em> – in diritto romano, l’atto con cui il <em>dominus</em> proclamava la liberazione del suo proprio servo dalla schiavitù rinunciando nell’atto stesso alla potestà, la manus che aveva su di lui – che le <strong>parole</strong> devono essere liberate, riscattate, affrancate. Solo così facendo quello che sta sotto emerge: il significato originario, sincero, simbolico deve essere recuperato, issato a bordo, pulito dalle incrostazioni degli usi inappropriati che tali parole hanno subìto nell’eccessiva immersione nell’oceano della<strong> mistificazione</strong>. Le parole, soprattutto quelle che oggi troviamo immerse nel mare di Internet, vanno asciugate. Ricomposte laddove scheggiate nella loro robustezza delle origini. Ripensate nella loro contemporanea validità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><span style="font-size: x-large;"><em><strong>A scuola di navigazione</strong></em></span></h3>
<p>Proprio perché capaci di provocare comportamenti, le parole vanno usate nella piena <strong>consapevolezza</strong> del loro funzionamento. E chi ha il compito di portare a bordo della propria nave questi <strong>carichi di parole</strong> dense di sensi e di significati preziosi ha parimenti il dovere di proteggerle dall’occupazione piratesca, dalla loro manipolazione, dagli abusi dei loro usi. Tali capitani di lungo corso hanno l’obbligo morale di stare alla larga delle acque di Oceania che con i suoi flutti e sotto il dominio del bucaniere Winston Smith altera il senso della storia, la direzione del linguaggio, la capacità di intendere il pensiero, depauperandolo.</p>
<p>Le parole danno <strong>forma all’esperienza</strong>: sono il vento che gonfia le vele di ogni navigante, esperto o meno che sia. Ma è il navigante che deve tener d’occhio la linea di Plimsoll. E in questo, <a href="https://www.amazon.it/MIND-YOUR-FUTURE-coaching-del/dp/8894513114/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&amp;crid=34C9CMOBKQJ4I&amp;keywords=mind+your+future&amp;qid=1639985848&amp;s=books&amp;sprefix=mind+you%2Cstripbooks%2C489&amp;sr=1-1">possiamo diventare tutti più esperti</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: 10pt;">Nota: questo articolo è uscito nella rubrica <em>Creattivamente</em> di <a href="https://www.touchpoint.news/">TouchPoint Magazine</a>, nr. 5, 2021 (pp. 10-11).</span>
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		<title>La Comunicazione è un Dono</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Mar 2020 12:18:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Comunicare viene da cum munus ‘mettere in comune dei doni’ creando un rapporto. Il dono si fa comunicazione nel momento in cui la rappresenta nella sua funzione più alta. La parola è per la comunicazione quello che il dono è per la relazione: un valore che esiste nel momento in cui viene ceduto.</p>
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					<h1 style="text-align: center;"><span style="color: #444444; font-size: small;">Michael Beitz</span><span style="color: #444444; font-size: small;"> «Not Now» (2015)</span></h1>
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					<h4><em><strong>In origine c&#8217;è la fiducia</strong></em></h4>
<p>In origine c&#8217;è la <strong>fiducia</strong>. Quella fiducia che anche oggi sta alla base del sistema di credito. E che sostiene la dimensione di circolarità dello scambio. Esattamente qui sta il riconoscimento che il bisogno dell’altro può incontrare un mio bisogno. E viceversa. Dato che ognuno di noi è un Altro per qualcun Altro. La soluzione per entrambi si trova così nella <strong>relazione</strong> che precede la nascita della moneta come garanzia di un accordo di utilità tra le parti.</p>
<blockquote><p>La rete delle nostre relazioni sociali (dalla famiglia agli amici, dal condominio alla nazione) si fonda sul principio di <strong>dipendenza relazionale</strong>.</p></blockquote>
<p>Oggi ne siamo più o meno (sempre meno) consapevoli. Abbiamo iscritto tutti (o quasi) i nostri comportamenti all’intero di una logica economica e commerciale secondo cui un oggetto messo a disposizione viene ricevuto e pagato, in una dimensione lineare e unidirezionale. Ma il <strong>denaro</strong> pagato per un bene o un servizio chiude definitivamente la relazione: e nulla più è dovuto. Nello scambio che precede la dimensione economica, invece, la transizione <strong>apre una relazione</strong>.</p>
<h4><em><strong>Il dono è relazione</strong></em></h4>
<p>Chi dona si espone alla libertà di chi riceve il dono di contraccambiare con un contro-dono. Ciò <strong>alimenta la relazione</strong>. Chi riceve condivide consapevolmente o meno la <strong>necessità</strong> profonda di ricambiare. Tale restituzione si presenta esattamente come una <em>re-istituzione</em> di un legame ed è psicologicamente sostenuta dalla corrispondente necessità di rispondere alla <strong>condizione di debito</strong> in cui il dono proietta il beneficiario. Questo manteniene viva la relazione. Dall’altro lato, chi dona si espone al <strong>rischio</strong> di non essere ricambiato. E quindi di non veder ricambiata la richiesta di relazione. Ma è proprio da questa dinamica in cui il dono si caratterizza per l’assenza di garanzia relazionale che emerge l’<strong>importanza della fiducia</strong> negli altri. Più chi riceve un dono è libero di ricambiare come, quando e quanto desidera e sente, più chi dona attribuirà <strong>valore</strong> a tale restituzione proprio perché segnale di volontà di costruire insieme una relazione.</p>
<p>Donare significa <strong>instaurare relazioni</strong> costruite sulla dinamica della fiducia. Esattamente al contrario di quanto fa l’utilitarismo dominante, in cui il consumatore è considerato un soggetto che persegue i propri interessi, che paga per avere ciò che desidera o necessita.</p>
<blockquote><p>E che vive il dono nella sua errata equivalenza con il <strong>regalo</strong> o la donazione filantropica. Mentre questa fa <em>per</em> gli altri, laddove invece il dono fa<em> con</em> gli altri.</p></blockquote>
<h4><em><strong>L&#8217;ambiguità dei tempi contemporanei</strong></em></h4>
<p>L’uomo moderno si allontana sempre più dalla dimensione della <strong>comunità</strong>, non potendo più contare sulla presenza dell’aiuto solidale del gruppo né delle istituzioni. E vive ognun per sé, forte della fede riposta nel nuovo oggetto onnipotente che è il denaro. La moneta resta un segno – <em>aliud pro alio</em> – di quella (oramai perduta) fiducia nei confronti della società. Tale segno concreto, visibile e scambiabile apre un credito con il mondo esterno, dando a chi lo possiede la forza di credere in un <strong>futuro che è sicurezza</strong> anche nella propria quotidianità. Il denaro vuole oggi essere una riconquista del futuro. Ma lo fa sotto l’<strong>illusione capitalistica</strong> che lo ha ingannevolmente dipinto come tale.</p>
<blockquote><p>È proprio da qui che nasce e si sta affermando sempre più quella volontà condivisa di accumulare non denaro ma relazioni. Non beni e provviste in magazzini, bensì reti sociali e rapporti diretti.</p></blockquote>
<h3><em><strong>«La comunicazione è uno scambio di doni all’interno di mura comuni»</strong></em></h3>
<p>Così definiva la comunicazione Franco Fornari nel 1979. Anche le <strong>relazioni di scambio</strong> s’inseriscono in un terreno di condivisione di significati mirata al mantenimento della relazione stessa. <strong>Comunicare</strong> significa, infatti, dare e ricevere (<em>scambio</em>) significati e valori reciproci (<em>doni</em>) all’interno di un riferimento di senso condiviso (<em>mura comuni</em>) entro i cui confini le identità degli interlocutori stessi si confrontano e si affermano. Ogni singola parola può essere una porta per l’interpretazione della realtà o una prigione di lungo periodo (<em>cum moenia</em>, ‘mura di cinta’) entro cui condannare la propria visione del mondo.</p>
<blockquote><p>Le parole utilizzate – e ancor di più quelle taciute – hanno una forza di attrazione e repulsione che influenza il nostro com- portamento e la nostra capacità di cambiamento.</p></blockquote>
<p>Comunicare: da <em>cum munus</em> ‘mettere in comune dei doni’ creando un <strong>rapporto</strong>. Il dono si fa comunicazione nel momento in cui la rappresenta nella sua funzione più alta. La <strong>parola</strong> è per la comunicazione quello che il<strong> dono</strong> è per la relazione:</p>
<blockquote><p><strong>un valore che esiste nel momento in cui viene ceduto. </strong></p></blockquote>
<p>Ed è in tale momento che dono e parola obbligano chi li riceve a dover ricambiare.Come chi sente rivolgersi la parola <em>deve</em> rispondere (in modo che né chi ha parlato si senta svalutato né chi risponde si senta manchevole), così chi accetta un dono si <em>assume il dovere</em> di ricambiare. E si assume la libertà di farlo o meno. Con le <strong>conseguenze relazionali</strong> che la scelta finale comporta. Siamo così <strong>liberamente obbligati</strong> a ricambiare.</p>
<p>Non accettare il dono significa infatti rifiutare la <strong>generosità</strong> dell’altro e limitare la sua stessa <strong>libertà</strong>. Chiudendo per sempre il rapporto. E lasciando questo nel mondo dell’indifferenza e della non-reciprocità. Un <strong>peso</strong> così difficile da sopportare che l’uomo ha storicamente risolto con la <strong>moneta.</strong> Laddove il dovere di restituire diventa insopportabile per l’individuo ecco che lo stesso crea la moneta quale <strong>strumento di risoluzione</strong> e chiusura della catena di debito infinito che il dono ha aperto.</p>
<p>In questo si contrappongono <strong>dono e denaro </strong>ma ritrovandosi nella dinamicha della <strong>comunicazione</strong>. Il riconoscimento del gratuito che accompagna il dono dev’essere in qualche modo onorato nel momento in cui scaturisce dal riconoscimento dell’altro come mio <strong>interlocutore</strong>. Il grazie da lui agito e non solo verbalizzato deriva così dall’<strong>accettazione della gratuità</strong> che proprio nella sua origine esprime lo specifico valore della <strong>reciprocità</strong> e della <strong>fiducia</strong>.</p>
<p>Da: <a href="https://www.amazon.it/faccia-moneta-dinamiche-guidano-relazione/dp/8891762687/ref=sr_1_1?adgrpid=59458331024&amp;gclid=EAIaIQobChMIha6bse-U6AIVVeDtCh3OmACLEAAYASAAEgK2ZPD_BwE&amp;hvadid=255115079982&amp;hvdev=c&amp;hvlocphy=1008966&amp;hvnetw=g&amp;hvqmt=e&amp;hvrand=5977192808589842193&amp;hvtargid=kwd-426956540544&amp;hydadcr=18603_1822691&amp;keywords=la+terza+faccia+della+moneta&amp;qid=1584013846&amp;sr=8-1"><em>La terza faccia della moneta</em></a> (M. Bustreo, 2018)
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<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.massimobustreo.it/la-comunicazione-e-condivisione/">La Comunicazione è un Dono</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.massimobustreo.it">Massimo Bustreo</a>.</p>
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		<title>Il Più Temibile Hacker della Nostra Mente? Noi Stessi</title>
		<link>https://www.massimobustreo.it/il-piu-temibile-hacker-della-nostra-mente-noi-stessi/</link>
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		<pubDate>Tue, 04 Jun 2019 10:33:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Ovvero, siamo liberamente obbligati in molte delle nostre scelte quotidiane. Pensiamo in base a quello che già conosciamo, e ci illudiamo di essere liberi nel guidare noi il nostro pensiero. Ovvero, crediamo di essere liberi mentre l’hacker che è in noi sta obbligando le nostre decisioni, mettendo in relazione mente e realtà.<br />
E il nostro modo di relazionarci con la realtà attraversa vie euristiche e bias, fallace percettive e distorsioni, pregiudizi e fallimenti sistematici del nostro modo di pensare. Spesso hackerati dall’esterno. Ma ancor più spesso da… noi stessi.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.massimobustreo.it/il-piu-temibile-hacker-della-nostra-mente-noi-stessi/">Il Più Temibile Hacker della Nostra Mente? Noi Stessi</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.massimobustreo.it">Massimo Bustreo</a>.</p>
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					<p><em>[estratto dalla relazione al TEDxUdine del 9 marzo 2019]</em></p>
<p><em><strong><span style="font-size: 14pt;">Chi hackera chi?</span><br />
</strong></em>Nei prossimi 18 minuti il vostro cervello verrà hackerato più e più volte. E solo in due di queste non sarete voi a farlo!<br />
Ma c’è di più: queste “intrusioni” non solo non verranno da “fuori”, ma non violeranno alcuna norma legale, etica o che abbia a che fare con la buona educazione. Non avranno bisogno di alcuna autorizzazione né di domande specifiche. E non saranno “visibili”. Anche perché, accadendo dentro alla nostra testa, è difficile poter “vederci qualcosa”. O forse no?<br />
Oggi, in realtà, con raffinati strumenti di Neuroimaging Funzionale è possibile “vedere” e “valutare” le differenti funzionalità del nostro cervello.<br />
Per far questo sono necessarie principalmente due cose:<br />
1) un cervello in attività, oggetto non scontato né frequente, e<br />
2) uno scanner RMF, oggetto che nemmeno scontato sarebbe stato possibile portare qui per “vedere” tutti i vostri cervelli al lavoro!<br />
Sapendo di avere qui molti cervelli in attività ma nessuno scanner per sbirciare i nostri neuroni dentro la nostra scatola cranica, ho elaborato un efficace metodo per “portar fuori” i neuroni. Esaminiamolo insieme!<br />
Allungate un braccio davanti a voi e aprite bene la mano. Ecco un’ottima rappresentazione di un neurone con il suo nucleo (qui, nel palmo della mano), i suoi dendriti (le dita) che ricevono i segnali e li propagano in direzione opportuna per la loro elaborazione, attraverso l’assone (il vostro braccio). Se alzate bene la manica potete vedere anche la guaina mielinica e le cellule di Schwann…!<br />
Ora <a href="https://www.youtube.com/watch?v=7DsjNxzr41g&amp;t=622s">capiamo nel dettaglio</a> come questo nostro affascinante sistema reagisce a una stimolazione esterna.<br />
Per cortesia, alzatevi tutti in piedi.<br />
Da questo momento fate <em>esattamente</em> quello che faccio io. Allungate le braccia e portatele parallele all’altezza delle spalle, palmo a palmo. Muovete le dita così: questi sono i vostri neuroni che reagiscono alle indicazioni vocali che vi sto comunicando: reattivi e rispondenti! Ottimo!<br />
Continuate a fare esattamente quello che faccio. Fermate le dita. Girate le mani dorso contro dorso, sollevate il braccio destro portandolo sopra il braccio sinistro e unite le mani, intrecciando bene le dita e facendo molta attenzione che il pollice della mano sinistra &#8211; quella che appartiene al braccio che stava e sta sotto il braccio destro &#8211; si trovi tra il pollice della mano destra, sotto, e l’indice della mano destra, sopra. Allungate gli indici &#8211; i vostri dendriti &#8211; così e unite forte i polpastrelli. Osservatela bene: questa è una trasmissione sinaptica tra i vostri neuroni. Fermi così! Eccoli i neuroni che potete “toccare con mano” mentre eseguono un comando, senza accorgervi che, nel frattempo, altri neuroni hanno subìto un primo attacco hacker. Che è andato a “buon” fine se… non riuscite a fare <a href="https://youtu.be/7DsjNxzr41g?t=217">così</a>.</p>
<p><span style="font-size: 14pt;"><em><strong>Il potere delle aspettative</strong></em></span><br />
Siamo sicuri che quello che avete visto proprio ora sia ciò che stava davanti ai vostri sguardi? In realtà non è proprio così.</p>
<blockquote><p>Noi vediamo esattamente quello che ci aspettiamo di vedere. Mentre accadono cose là dove la nostra attenzione non riesce a cogliere eventi e cambiamenti.<br />
Ciò significa che ognuno di noi agisce non tanto agli stimoli oggettivi provenienti dalla realtà stessa quanto in risposta a una serie di immagini mentali create da… qualcuno che lavora per noi. O contro di noi.</p></blockquote>
<p>Noi vediamo quello che vogliamo vedere. E non mi riferisco solo alla vista.<br />
Ovvero, siamo <strong>liberamente obbligati</strong> in molte delle nostre scelte quotidiane. Pensiamo in base a quello che già conosciamo, e ci illudiamo di essere liberi nel guidare noi il nostro pensiero. Ovvero, crediamo di essere liberi mentre l’hacker che è in noi sta obbligando le nostre decisioni, mettendo in relazione mente e realtà.<br />
E il nostro modo di relazionarci con la realtà passa proprio di qui: non sempre lungo il sentiero più razionale, opportuno e lineare che si possa immaginare o volere, ma attraverso vie euristiche e bias, fallace percettive e distorsioni, pregiudizi e fallimenti sistematici del nostro modo di pensare. Spesso hackerati dall’esterno, sì (mercato, pubblicità, informazioni). Ma ancor più spesso da… noi stessi.</p>
<blockquote><p>La comunicazione può infatti ingannare. Ma anche la mente <em>mente</em>. Anzi: la mente <em>ci</em> mente.</p></blockquote>
<p>Il fatto è che noi <em>affidiamo</em> a lei ciò che vogliamo, e vogliamo <em>fortemente</em>, credere. Ma cosa significa “credere”? La radice della parola <strong>credere</strong> rimanda al <strong>credito</strong>: se noi ci <em>fidiamo</em> della nostra mente è perché le diamo credito! Quando non lo facciamo, quando <em>dif-fidiamo</em>, allora siamo motivati ad analizzare ogni singola parola, ogni singola azione per …smascherare una possibile minaccia! Ma se ci <em>fidiamo</em> di lei… ci <em>affidiamo</em> a lei.<br />
Allo stesso modo, se noi diamo credito alla realtà che ci sta di fronte è perché ci fidiamo di essa.<br />
Ma queste &#8211; la nostra mente e la realtà &#8211; sono solo <em>due</em> delle <strong>tre facce della medaglia</strong>! Perché c’è poi quella che io chiamo la terza faccia della medaglia.<br />
La terza “metà” è il luogo relazionale dove si spende il nostro reciproco credito relazionale.<br />
Ed è in questo luogo che noi spesso &#8211; molto spesso &#8211; ci sentiamo <em>obb-ligati</em> a fidarci. Obbligati: legati reciprocamente. O più precisamente: qui è la nostra mente che ci obbliga, ci lega in modo vincolante alle sue decisioni.</p>
<p><span style="font-size: 14pt;"><em><strong>Liberamente obbligati</strong></em></span><br />
Nel gioco del «<a href="https://www.youtube.com/watch?v=7DsjNxzr41g&amp;t=622s"><strong>pacchetto di sigarette</strong></a>» ognuna di queste macchine (le nostre menti) è un “libro aperto” di fronte ai migliori pirati cognitivi! Avete lasciato spalancato il vostro firewall e l’hacker è entrato fin dalla presentazione delle regole del gioco. E poi da quella prima domanda che ha favorito un <strong>processo di associazione semantica</strong> tra “sigarette” e “pacchetto di sigarette”. Voi, o meglio, la maggior parte di voi si è sentita libera di rispondere in modo apparentemente generalizzato (scrivendo un qualsiasi numero tra 0 e 20, o alcuni numeri tra 0 e 20, o delle frasi tipo «non so… quelle che restano… dipende…») quando in realtà &#8211; e in modo completamente inconsapevole &#8211; era già stata obbligata &#8211; dalla propria mente &#8211; a costruire una <strong>risposta implicitamente coerente</strong> con l’associazione “sigarette-pacchetto di sigarette”. Il vostro amato hacker vi ha tenuti lontani da altre realtà seppur verosimili e plausibili. Infatti: a qualcuno di voi, alla prima domanda «Quante sigarette ci sono in un pacchetto?», è venuto in mente un pacchetto tipo questo (pacchetto di fazzoletti blu) o questo (pacchetto di caramelle giallo)? Per l’appunto: il sistema era già stato violato dal <strong>bias di conferma</strong>.</p>
<p>Nella seconda domanda, presa nelle trappole disseminate lungo il sentiero della <strong>comunicazione liberamente obbligante</strong> fin dall’inizio dell’elencazione delle tre (e solo tre) prescrizioni del gioco (seppur paradossali, come quella di non ridere) e della modalità di presentazione delle domande, la vostra mente ha operato un’ulteriore <strong>inferenza</strong>, confermando a voi stessi che si stesse parlando proprio di sigarette, allora… Allora avete risposto, o meglio la maggior parte di voi ha confermato la risposta precedente, o l’ha “aggiustata” sempre affidandosi all’immagine mentale di un pacchetto di sigarette. Un’immagine mentale ora ben più chiara e univoca, ma pur sempre un’immagine mentale. È l’<strong>euristica dell’ancoraggio e aggiustamento</strong>. Quell’euristica che ci àncora al primo prezzo comunicato in una contrattazione.</p>
<p>Infatti, tale sistema di inferenze procede e si rinforza nella terza domanda. Qui, il vostro hacker forza i file della vostra memoria, scassìna i ricordi della vostra esperienza e vi fa rispondere «10, 20, 25». È l’<strong>euristica della disponibilità</strong>. Risposte facilmente recuperabili in <strong>memoria</strong> perché disponibili nella nostra esperienza, coerenti con la mia esperienza. Ecco che, se conosco bene la Francia, ai numeri di prima posso aggiungere un «30 o 35». Ma la questione è: sono risposte relative a reali pacchetti esistenti di sigarette? E se qualcuno avesse risposto 19? Sarebbe una risposta accettabile? …Sì, per il fatto che il limite entro cui accettare tale risposta può trovarsi oltre le informazioni disponibili alla nostra esperienza, in modo che comprenda, ad esempio, i «pacchetti intatti» in commercio in Inghilterra (19 sigarette).</p>
<p>Ma arriviamo alla questione cruciale. È possibile rispondere in modo corretto alla quarta e ultima domanda? Oppure, dopo l’intromissione del vostro caro hacker, questa possibilità è svanita? Perché per dare l’unica vera risposta possibile all’ultima domanda non ci si può affidare all’<strong>immagine mentale</strong> del pacchetto di sigarette che il sistema hackerato ha non solo costruito attraverso le domande di questo gioco ma via via consolidato attraverso le proprie risposte come personale realtà cui ognuno di voi si è poi riferito. Eh sì, perché su quei foglietti c’è il tracciato mentale del vostro affidarvi a una immagine mentale. All’immagine mentale del “pacchetto di sigarette&#8221; e non più alla realtà, che è questo pacchetto di sigarette, reale e disponibile a tutti. Questo è il problema cui è necessario metter mano per poterlo risolvere. E si trova ben al di là di come la nostra mente ce lo racconta.</p>
<blockquote><p>Per trovare la risposta giusta è qui necessario controllare le intrusioni e le violazioni del nostro sistema mentale &#8211; inferenze, generalizzazioni, ipotesi, conoscenze pregresse… &#8211; in modo da aiutarlo ad agire nell’unico modo corretto: riconsiderare le condizioni imposte dalle regole, agire all’interno di queste, dubitare dell’immagine mentale esistente (creata dalla mia mente) o diffusa (stimolata dalla comunicazione a me rivolta), verificare il contenuto del problema e risolverlo.</p></blockquote>
<p><span style="font-size: 14pt;"><em><strong>L&#8217;antivirus che è in noi</strong></em></span><br />
È la nostra mente che ci rende<strong> liberamente obbligati</strong>. Il nostro comportamento è esposto ai rischi di un hackeraggio mosso da noi stessi molto più spesso di quanto pensiamo.</p>
<p>Per questo mi piacerebbe che ci portassimo a casa <strong>3 sneakers</strong> o ovvero 3 utili programmi che permettano al nostro caro hacker non solo di prendere consapevolezza dei nostri limiti ma soprattutto di migliorare le nostre prese di decisione:<br />
<strong>1)</strong> <strong>dubitare</strong> delle informazioni a disposizione e verificarle<br />
<strong>2)</strong> <strong>valorizzare gli errori</strong>, perché se la nostra mente è liberamente obbligata che lo sia nella più opportuna delle direzioni<br />
e, infine, evitare di fumare ma<br />
<strong>3)</strong> <strong>aprire</strong> non solo la nostra mente ma tutti i “pacchetti” che ci troveremo davanti!</p>
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		<title>«Papà, perchè?» e il Pregiudizio dello Status Quo</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Jan 2019 16:30:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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					<h1 style="text-align: center;"><span style="color: #444444; font-size: small;">Peter Demetz «The Perception» (ph Sossima Silva Ramirez, 2018)</span></h1>
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					<p>Qual è il <strong>gioco</strong> <strong>più difficile</strong> che un bambino possa proporre a un adulto? La maggior parte di noi lo avrà provato almeno una volta con il proprio figlio, con un nipotino affettuoso o con un bimbo curioso. E molti di noi adulti hanno miseramente abbandonato, dichiarando «Hai vinto tu!» dopo un paio di …«Perché?».</p>
<p>Ecco la disciplina olimpica per i campionati del triathlon mentale, specialità 3C <strong>curiosità, conoscenza e creatività</strong>: il gioco del «Perché?». Questo semplice ma tutt&#8217;altro che innocente avverbio interrogativo nasconde dietro sé tanto il fascino esercitato dalla conoscenza quanto il terrore dell’ignoranza e il brivido della sfida creativa. Il bambino brama sapere come funzionano le cose, cosa sta dietro a ogni singola spiegazione degli eventi e s’ingegna per trovare una strada che gli permetta di scoprirla. Desidera fortemente sapere il perché dietro ad ogni «perché…». L&#8217;adulto, dal canto suo, teme di non sapere la causa reale che motiva gli eventi, affidandosi alle cose come stanno e come gli son note, nel tentativo di allontanare ogni ragionevole dubbio e sollevarsi dalla fatica di andare un po’ più in là.</p>
<p>Eh sì, perché ogni «perché» apre una porta sull&#8217;universo della conoscenza, avvia un percorso di indagine che può spingersi in <strong>profondità</strong>, molto in profondità. Ai limiti della vertigine. Per questo al contempo è promessa e minaccia per il <em><strong>mantenimento dello</strong></em> <em><strong>status quo</strong></em> del soggetto che si pone tale interrogativo. Speranza e timore. Opportunità e rischi. E per tale motivo l’adulto perde miseramente quasi sempre in questo gioco, sotto gli indifendibili «Perché… sì!» e «Perché… è così!».</p>
<p>Eppure noi stiamo a fatica in una condizione di non conoscenza: <strong>vogliamo sapere</strong>. Nasciamo curiosi, anche se troppo spesso crescendo tale nostra esigenza viene ridimensionata e sopita. «La curiosità è una risorsa importante, che ci aiuta a esplorare il mondo e ci apre nuove strade. Perché siamo curiosi? E perché è importante restarlo per tutta la vita?» si chiede in uno stimolante articolo Anna Rita Longo nel numero di febbraio di <em>Le Scienze &#8211; MIND</em> «Una vita da curiosi» (<a href="https://www.massimobustreo.it/wp-content/uploads/2019/01/Una-vita-da-curiosi-Mind-febbraio-2019-pp-24-31.pdf">pp. 24-31</a>) con la quale ho avuto il piacere di dialogare su questo tema che mi ha sempre… incuriosito!</p>
<p>Essere curiosi significa “prendersi cura” di sé attraverso il sapere. É il nostro modo di esplorare il mondo e uno di quelli preferibili per affrontare le decisioni nella nostra quotidianità. Un modo tanto necessario quanto costoso in termini di <strong>rischi</strong> e di <strong>energia</strong>, fisica e mentale (<a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?Id=24656"><em>La terza faccia della moneta</em>, 2018: pp. 19-27</a>). Costi che affrontiamo proprio perché pre-disposti ad esser curiosi attraverso pensiero, linguaggio e creatività. Predisposti non significa certo “disposti per tutta la vita”. Purtroppo. Crescendo lo spazio dedicato o concesso per “scoprire” il mondo e sperimentarlo con la propria esperienza lascia ben presto il posto alle occasioni di apprendimento imposto o passivo. Quanto siamo disposti, tra adulti, a giocare al gioco dei «Perché?» andando oltre i primi “giri”? Troppa fatica! Di fronte allo sforzo di dover immergersi in ragioni, cause e logiche da verificare e scoprire meglio optare per una soluzione di “superficie”, su cui galleggiare nello <strong>stagno sicuro di ciò che già si sa</strong>.</p>
<p>Tuttavia, preferire la situazione attuale e sicura in cui compiere le proprie scelte quotidiane è l’esito di un bias comportamentale: il <strong><em>Pregiudizio</em></strong><em><strong> dello Status Quo</strong></em>. La situazione attuale è il solido riferimento da mantenere immutato, in cui ogni legame causale degli eventi è noto in modo rassicurante. E qualsiasi <strong>cambiamento</strong> &#8211; e non a causa di evidenti possibilità di peggioramento &#8211; viene considerato una perdita. Un’euristica questa che porta a conseguenze limitanti, conservative e non sempre opportune. Specialmente in un contesto di apprendimento e di conoscenza. Eppure, l’euristica &#8211; come indica l’origine greca del termine &#8211; dovrebbe ben rimandare al <strong>piacere della scoperta</strong>, alla gioia conseguente il ritrovamento di una ragione che spiega le cose.</p>
<p>Ecco perché è utile, se non necessario, conservare la predisposizione alla curiosità anche “da grandi&#8221;, oltre il nostro periodo infantile. La curiosità dovrebbe rimanere quella fondamentale e atavica spinta intima al <strong>desiderio di vedere, di sapere</strong>, di provare, di gustare. Proprio come l’atto del bambino che “introietta” il mondo esterno nel proprio sé “gustandolo” morso a morso, nel suo “mettere in bocca” parti del mondo da conoscere (<em>Le Scienze &#8211; MIND</em>: <a href="https://www.massimobustreo.it/wp-content/uploads/2019/01/Una-vita-da-curiosi-Mind-febbraio-2019-pp-24-31.pdf">pp. 29-30</a>).</p>
<blockquote>
<p>La curiosità come premessa del conoscere è un potente <strong>stimolo intellettuale</strong>. La curiosità è benefica nel suo essere strettamente legata all’atto del <strong>prendersi cura di sé</strong>, come il bambino nell’esplorazione del mondo, degli altri e della relazione tra sé e gli altri.</p>
</blockquote>
<p>Per evitare che la curiosità si perda con la maturità e con l’abbandono della modalità infantile – cioè propria dell’infanzia, ma non per questo meno efficace e produttiva di conoscere il mondo nelle occasioni adulte – è indispensabile che anche da adulti si sia capaci di recuperare il nostro approccio infantile alla <strong>scoperta del nuovo</strong> e la volontà di saper ascoltare anche la parte meno adulta di noi, quella più giocosa che è poi quella più vicina alla nostra <a href="http://www.massimobustreo.it"><strong><em>terza metà</em></strong></a>. È la <strong>dimensione del gioco</strong> del bambino, libero, destrutturato, immaginifico, potente. Si tratta di una <strong>dimensione gratificante</strong> e fondata sulla <strong>fiducia</strong> su sé e sugli altri, nella relazione. Nella nostra relazione con il mondo tendiamo a “monetizzare” la relazione con gli altri (<a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?Id=24656"><em>La terza faccia della moneta</em>, 2018</a>: pp. 95 e ss.). Noi, infatti, pensiamo, agiamo e decidiamo interagendo con il nostro ambiente, fortemente influenzati dal contesto, dalle cornici entro cui ci vengono raccontati i fatti e dai valori attribuiti dall’esperienza. Tuttavia, non sempre questa via porta al <strong>successo</strong>.</p>
<p>Se da un lato siamo stati cresciuti per replicare azioni e comportamenti “di successo” perché in passato si sono già dimostrate efficaci, dall’altro abbiamo la tendenza in situazioni simili a replicare un comportamento che ha già funzionato. Ma questa è tanto una promessa di riuscita quanto una minaccia di fallimento. Lasciare o no la via vecchia per la nuova?</p>
<p>Da un punto di vista mentale ci attiviamo tanto per evitare di intraprendere una nuova via quanto per immaginare cosa ci sia al di là della vecchia: ma ecco che il “far succedere” diventa più importante di ciò che “è successo”. Questa è l’attivazione da recuperare, <strong>il prezzo da pagare</strong>: la curiosità quale strategia personale e professionale per far accadere le cose e prendersi cura di esse e delle relazioni che queste accompagnano, sempre. E senza paura di sbagliare ma imparando a sbagliare meglio. Anche giocando al gioco dei «Perché?». Perché c’è solo da guadagnarci!<br /> Come conferma la testimonianza raccolta dall’articolo di Longo (<a href="https://www.massimobustreo.it/wp-content/uploads/2019/01/Una-vita-da-curiosi-Mind-febbraio-2019-pp-24-31.pdf">p. 31</a>) di Francesca Gino, docente di Business Administration alla Harvard Business School, avremmo «tutto da guadagnare dal fatto di preservare questa disposizione naturale per tutta la vita». Anche per un vantaggio offerto al “valore economico” dalla curiosità. Secondo gli studi di Gino</p>
<blockquote>
<p>quando viene solleticata la nostra curiosità, noi ragioniamo più approfonditamente e più lucidamente sulle decisioni da prendere ed escogitiamo soluzioni più creative. Inoltre la curiosità permette ai leader di avere più rispetto da parte dei loro follower e induce i dipendenti a sviluppare reazioni fiduciarie e più collaborative con i colleghi.</p>
</blockquote>
<p>Essere curiosi significa prendersi cura di sé, del proprio mondo come del mondo degli altri e quindi <strong>prendersi cura delle relazioni</strong> con gli interlocutori con cui abbiamo a che fare. Un atteggiamento curioso ed esplorativo sarà in grado di riscoprire il <strong>piacere dell’apprendimento</strong> quanto più sarà capace di trovare le risposte cercate. E soprattutto tanto più saprà porre delle <strong>buone domande</strong>.<br /> Per iniziare a cambiare il nostro atteggiamento, infatti, è sufficiente iniziare a comprendere meglio le cose che facciamo. E iniziare, tra tutte, con la più importante delle domande: «Perché?». Meglio se resistendo alla tentazione di rispondere «Perché …è così!».</p>
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		<title>Prendersi cura della Relazione tra Doni, Regali e… la nostra Terza Metà</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Dec 2018 15:54:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Natale, tempo di regali. Oppure tempo di doni? O è solo una questione di termini?<br />
Il regalo compensa un debito verso qualcuno nei confronti del quale si debba manifestare riconoscenza.<br />
È uno strumento di pagamento da offrire perché si deve. E lo si rivolge a chi é ritenuto meritorio al di là della relazione esistente. Il dono invece riconosce l’importanza dell’interlocutore ed è un investimento di sentimenti nella relazione stessa. Ma qual è il "costo" di tale relazione?</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.massimobustreo.it/prendersi-cura-della-relazione-tra-doni-regali-e-la-nostra-terza-meta/">Prendersi cura della Relazione tra Doni, Regali e… la nostra Terza Metà</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.massimobustreo.it">Massimo Bustreo</a>.</p>
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					<p><em><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;"><strong>Del donare e del regalare</strong></span></em></p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Natale, tempo di regali. Oppure tempo di doni? O è solo una questione di termini? </span><br /> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Il verbo <em><strong>regalare</strong></em> proviene da “regale”, ciò che è offerto al o dal re. Rimanda all’idea della “regalità”, del “tributo” da riconoscere a chi ha un ruolo superiore, in quanto appunto “regale”, per merito o status. </span><br /> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Il <strong>regalo</strong> quindi <strong>compensa un</strong> <em><strong>debito</strong></em> verso qualcuno nei confronti del quale <em>si debba</em> manifestare <em>riconoscenza</em>. </span><br /> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Ecco che il regalo, in questa e simili ricorrenze simboliche, rappresenta uno <strong><em>strumento di pagamento</em></strong> oggettuale da offrire perché <em>si deve</em>. E lo si rivolge a chi, nella cerchia delle persone familiari o in quella professionale, é ritenuto meritorio <em>al di là</em> della relazione esistente. <strong>Al di là</strong> perché il regalo non presuppone un investimento affettivo ed emotivo nella dinamica della relazione ma serve a riconoscere <em>in quanto data</em> la relazione. Oppure, <strong>al di là</strong> quando il regalo va oltre l’investimento affettivo ed emotivo senza considerare questo o “colmandone” il vuoto con oggetti privati di significato relazionale nell’intento di riempire, appunto, le mancanze affettive di una relazione disattenta o disimpegnata.</span><br /> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Il <strong>dono</strong>, a differenza del regalo, è un investimento di sentimenti nella relazione stessa, che riconosce l’importanza dell’interlocutore verso cui si manifesta una volontà piena di relazione. </span><br /> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Il <strong>dono</strong> quindi <strong>apre un</strong><em><strong> credito</strong></em> verso qualcuno nei confronti del quale s’intende manifestare <em>conoscenza</em>, ovvero un’apertura relazionale, che al tempo stesso è promessa e minaccia di riconoscimento. </span><br /> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">E tale ambivalenza si ritrova fin dall’etimo della parola <a href="https://www.francoangeli.it/ricerca/scheda_libro.aspx?CodiceLibro=1243.50"><em>dono</em></a>. La lingua greca presenta una polisemia dei termini legati al dono: <em>dosis</em> indica infatti l’atto del donare come il dono stesso, ma anche la dose di una sostanza mortale. Nel termine tedesco<em> Gift</em> si riferisce egualmente a “dono” e “<strong>veleno</strong>”. Nella maggior parte delle lingue indoeuropee, “dare” è espresso da un verbo che presenta la radice <em>dō</em>, che è prossima al verbo ittita <em>dā</em> “<strong>prendere</strong>”. Ecco che il significato di “dare” o “prendere” espresso dai termini che contengono tale radice – come “dono” e molti altri che si riferiscono allo scambio – viene precisato dal contesto in cui essi sono inseriti. Tale duplice accezione si ritrova in altre lingue e culture: il verbo <em>nehmen</em> – “prendere” in lingua germanica – presenta la radice <em>nem</em> (comune anche al gotico <em>niman</em>) che si riferisce a “ricevere come parte che spetta di diritto” e non a “ottenere” nel senso di “afferrare”. Il tedesco <em>geben</em> “dare” ha la stessa origine dell’irlandese <em>gaibim</em> ovvero “prendere” e “avere”.</span><br /> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Da qui il significato profondo del <strong>dono</strong> come una richiesta di relazione, un “dare per avere”, per “<strong>conoscere</strong>” la disponibilità dell’altro a ricambiare e non per “riconoscere” all’altro una relazione già affermata.</span></p>
<p><em><strong><span style="font-family: Roboto Light;">Doni cha aprono e regali che chiudono</span></strong></em></p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Il regalo è un atto quantitativo. Si allinea alla dinamica di chiusura della relazione in quanto monetizzazione spinta di un atto valoriale che ha in sé un “prezzo”, un “costo”. L’atto del <strong>regalare</strong> spesso si configura come comportamento volto a riconoscere un’azione che ricompensa un debito nel tentativo di recuperare un’<strong>equivalenza</strong> relazionale. Una missione finalmente <strong>compiuta</strong> che <em>chiude</em> ogni “richiesta” di ulteriore relazione. </span><br /> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Il dono é un atto qualitativo. Il <strong>dono</strong> <em>apre</em> alla relazione, o meglio alla <em>possibilità</em> della relazione, proprio perché rispetta la volontà dell’altro a rispondere a tale richiesta di relazione privilegiata con sé. Viene dato senza necessariamente essere la risposta a una richiesta – per quanto implicita – ma mette in condizioni il beneficiario di dover, o meglio di poter, restituire la richiesta di relazione. Il dono infatti <strong>impegna</strong> entrambe gli interlocutori. Con tutto il “costo” affettivo e relazionale che ciò comporta: «Timeo Danaos et dona ferentes», ammonisce Laocoonte davanti al cavallo di Troia.</span><br /> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;"><strong><em>Regalare</em></strong> qualcosa non investe invece il soggetto di un impegno. Si possono regalare molte cose, con la poca fatica di uno shopping. <em><strong>Donare</strong></em> qualcosa, al contrario, è impegnativo: mette <em>in pegno</em> parte della propria persona, della fiducia, della relazione e con essa rischi e promesse. Per questo si fanno e si ricevono pochi doni: il dono richiede un investimento di tempo, di attenzione, di relazione. Apre una dimensione di empatia con l’altro. Di creatività, ovvero di <strong>attività creatrice</strong>. E rappresenta una <em>messa in gioco</em> della relazione, una sua verifica. E proprio per questo si espone alla possibilità dell’<strong>ingratitudine</strong>. Perché il dono non è mai <strong>gratuito</strong>: il dono contiene in sé la richiesta – implicita e molte volte inconsapevole – di una restituzione, nel rispetto della libertà dell’altro di restituire un contro-dono oppure no. </span><br /> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Il dono, proprio in forza di questo, apre una <strong>circolarità</strong> nella relazione. Al contrario, il regalo si può <em>ri-ciclare</em>. E anzi il riciclo dei regali soprattutto nei giorni seguenti al Natale diventa un segnale inconfutabile di come un regalo ricevuto non abbia alcun legame con la persona che lo ha regalato. Invero, un <strong>dono</strong> si cede – se accade – con moltissima sofferenza proprio perché porta con sé una parte importante che appartiene appieno al donatore – il suo <em>mana</em> o <em>hau</em> (spirito) – e che la lega al beneficiario in modo dedicato, univoco e affettivo. Il dono esprime tutta la sua spiritualità del sacrificio affettivo che l’atto della<strong> separazione</strong> comporta. Ecco che l’oggetto donato è <em>caro</em> non nell’accezione del costo bensì nel senso emotivo del <strong>legame affettivo e personale</strong> che in esso è insito.</span></p>
<p><em><strong><span style="font-family: Roboto Light;">Il costo di un dono e il prezzo di un regalo</span></strong></em></p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Se il regalo può entrare in un percorso di ri-ciclo in cui si perde completamente il legame con l’originale possessore, il dono in quanto <strong>simbolo</strong> ricorda la totalità cui appartiene: la relazione tra donatore e beneficiario. E in quanto tale, legandosi indissolubilmente con l’unità originaria – il donatore, il bene-fattore – non può subire una scissione di quel <strong>circolo magico</strong> che ha aperto con il suo passaggio da <strong>benefattore</strong> a <strong>beneficiario</strong>.</span></p>
<blockquote>
<p><em><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Pensa agli ultimi regali che hai comprato per qualcuno. Ricorda quanti più particolari possibili ti vengono in mente. E stimola quelli che fai fatica a recuperare alla memoria. Se ora hai ben in mente questi episodi, rispondi alle seguenti domande. </span></em><br /> <em><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">A chi hai fatto questi regali? In che rapporto relazionale eri con i destinatari? Che occasione era? Il regalo era inserito in un “gesto” dovuto (un invito, una ricorrenza o simili)? Ora pensa al valore economico dell’oggetto che hai regalato e al quale stai pensando. Ti ricordi il prezzo degli oggetti regalati?</span></em></p>
</blockquote>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Regalare e donare conservano qualcosa delle<strong> pratiche arcaiche</strong> delle “offerte” e dei “sacrifici” cultuali le prime e dei “patti sociali” le seconde. Oggi ne siamo sempre meno consapevoli, avendo iscritto quasi tutti i nostri comportamenti all’intero di una <strong>logica economica e commerciale</strong> secondo cui un oggetto messo a disposizione viene ricevuto e pagato, in una dimensione lineare e unidirezionale. Ma il <strong>denaro pagato</strong> per un bene, un servizio o un’interazione personale <em>chiude definitivamente</em> la relazione stessa: e nulla più è dovuto. Nello scambio che precede e non considera la dimensione economica, invece, la transizione <em>apre</em> una <strong>relazione</strong>. </span></p>
<blockquote>
<p><em><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Pensa a quella volta che hai ricevuto un dono da una persona per te importante. Ricorda quanti più particolari possibili ti vengono in mente. E stimola quelli che fai fatica a recuperare alla memoria. Se ora hai ben in mente l’immagine di tale episodio, rispondi alle seguenti domande. </span></em><br /> <em><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Cos’hai provato nel ricevere quel dono da quella persona? Hai contraccambiato il gesto a tua volta? E in che modo? O avresti voluto farlo? E perché non lo hai fatto? Ora pensa al valore economico dell’oggetto che hai ricevuto in dono e al quale stai pensando. Il valore del tuo contro-dono, nel caso ci sia stato, ha avuto un valore economico maggiore, eguale o minore?</span></em></p>
</blockquote>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Il <strong>dono</strong> è relazione. Chi dona si espone alla libertà di chi riceve il dono di contraccambiare con un <strong>contro-dono</strong>. Ciò alimenta la relazione: contribuisce a gestire le dinamiche di potere tra chi dà e chi riceve, in una <strong>dimensione circolare</strong> di scambio. Chi riceve, in realtà, condivide consapevolmente o meno la <strong>necessità profonda di ricambiare</strong>. Tale restituzione – non richiesta a chi riceve un <strong>regalo</strong> – si presenta esattamente come una <em><strong>re-istituzione</strong></em> di un legame. Ed è psicologicamente sostenuta dalla corrispondente necessità di rispondere alla condizione di debito in cui il dono proietta il beneficiario, mantenendo viva la relazione. E, dall’altro lato, chi dona si espone al rischio di non essere ricambiato, e quindi di non veder ricambiata la richiesta di relazione. Ma è proprio da questa dinamica in cui il dono si caratterizza per l’assenza di garanzia relazionale che emerge l’importanza della <strong>fiducia</strong> negli altri. Più <strong>chi riceve un dono è libero</strong> di ricambiare come, quando e quanto desidera e sente, più chi dona attribuirà <strong>valore</strong> a tale restituzione proprio perché segnale di volontà di costruire insieme una relazione. In tal senso lo scambio che sostiene la dinamica del dono costituisce il rapporto stesso che sta alla base della relazione interpersonale e sociale.</span></p>
<p><em><strong><span style="font-family: Roboto Light;">Liberamente obbligati</span></strong></em></p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;"><strong>Donare</strong> significa quindi instaurare relazioni costruite sulla dinamica della fiducia, esattamente al contrario di quanto fa l’utilitarismo dominante in cui il consumatore è considerato un soggetto che persegue i propri interessi, che paga per avere ciò che desidera o necessita. E che vive il dono nella sua errata equivalenza con il <strong>regalo</strong>. Mentre <strong>questo si fa per gli altri, il dono si fa con gli altri</strong>. All’interno delle relazioni di scambio il valore del dono attiene a una dimensione inter-soggettiva e relazionale, nella quale ci <em>sentiamo</em> – ma non sappiamo <em>razionalmente</em> – essere<a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.aspx?ID=24656&amp;Tipo=Libro&amp;vedi=ebook&amp;titolo=La+terza+faccia+della+moneta.+Le+dinamiche+che+guidano+la+nostra+relazione+con+il+denaro"><strong> liberamente obbligati</strong></a> a ricambiare (<em><a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?Id=24656">La terza faccia della moneta</a></em>, p. 66 e ss.). </span><br /> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Anche oggi, nella società dei consumi e della mercificazione dei rapporti professionali, l’oggetto donato obbliga colui che lo riceve in un <strong>rapporto di dipendenza asimmetrico</strong> col donatore. Questa condizione spiega come tutte le relazioni umane implichino in sé la dinamica del <strong>credito/debito</strong> in cui gli interlocutori coinvolti sono entrambi <strong>moralmente compromessi</strong> perché <em>colpevoli</em> di esser entrati in relazione tra loro. E da tale dinamica di debito/credito si torna all’idea che <strong>regalare e donare non sono sinonimi</strong>.</span><br /> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Il dono è un bene relazionale, un atto dove il bene principale non è l’oggetto donato ma la <strong>relazione</strong> tra chi dona e chi riceve. Per questo nell’atto donatorio la forma conta più della sostanza. La relazione è curata non solo nel <em>cosa</em> viene donato ma anche nel <em>come, quando, dove</em>. Il <strong>rito della consegna</strong> del dono necessita di tempo, di attenzione, di contatto tra chi dona e chi riceve. L’<strong>accoglienza</strong> del dono è in sé un’accoglienza della relazione, potenzialmente reciproca, salutare per sé prima che per l’altro, molto spesso consolidante e riparatoria. E la cui cura passa per il prendersi cura della propria <a href="www.massimobustreo.it"><strong>terza metà</strong></a>: «A Natale non fare regali per essere più buono. Sii egoista: dona!».</span></p>
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		<title>Techne, Psiche e Democrazia</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Dec 2018 21:55:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Se fossimo capaci di scorgere all’orizzonte il passato dal quale proveniamo e le origini umane della tecnica stessa il cambiamento sarebbe facilitato. Non quel quel cambiamento nel quale tutti sono convinti d’esser immersi solo perché «l’innovazione» è per forza una cosa nuova e si muove in avanti. E la tecnologia (o meglio, il mercato della tecnologia) fa di tutto per rendere più rapidi e meno "consapevoli" tale "movimento inaulttabile" in avanti.</p>
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					<h1 style="text-align: center;"><span style="color: #444444; font-size: small;">Caorle, Venezia (ph Sossima Silva Ramirez, 2013)</span></h1>
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<p><strong><span style="font-family: Roboto Light;">Intervista con Giulia Wonka tenuta presso l&#8217;Università IULM il 13 maggio 2018.</span></strong></p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;"><strong>GW</strong> <em>La tecnologia di oggi influenza tutto, compresa la democrazia. Questo ci porta a porci alcune domande: è la tecnologia positiva o negativa per la democrazia?</em></span></p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;"><strong>MB</strong> Una delle caratteristiche della nostra epoca storica e sociale è l&#8217;esaltazione della tecnica. O meglio della téchne, in cui rientra la tecnologia. La tecnica è diventata la matrice dell’esistenza dell’uomo. Di più &#8211; come ben ne ha argomentato il filosofo Emanuele Severnio &#8211; nella tecnica ritroviamo oggi quella forma pervasiva della prassi e del pensiero dell&#8217;Occidente il cui destino è quello di espandere il proprio potere in modo illimitato attraverso il capovolgimento del rapporto tra mezzi e fini all&#8217;interno delle ideologie dominanti. E quindi il capitalismo (come ho scritto nel mio recente <em><strong><a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.aspx?ID=24656&amp;Tipo=Libro&amp;vedi=ebook&amp;titolo=La+terza+faccia+della+moneta.+Le+dinamiche+che+guidano+la+nostra+relazione+con+il+denaro">La terza faccia della moneta</a></strong></em>), le grandi religioni monoteiste (cristianesimo e islam, in particolare) e, anche, la democrazia. Dal momento che la tecnica da strumento diventa scopo (per altro con un parallellismo evidente con il destino della moneta, o meglio del denaro, acme della capacità tecnica dell&#8217;uomo: denaro e téchne sono gli ultimi Déi prodotti dall&#8217;uomo), all&#8217;interno delle dinamiche democratiche questa diviene potenzialmente negativa per la sua capacità di generare non benessere e fiducia nel futuro bensì angosica e terrore. Un&#8217;angoscia che aumenta man mano che si accresce nell&#8217;uomo la consapevolezza che ogni conquista e ogni possesso è incerto, effabile e costantemente sotto la minaccia dell&#8217;annientamento (anche in senso nichilistico).</span> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Il futuro, come scrisse Paul Valery, non è più qeullo di una volta. Ma se fossimo capaci di scorgere all’orizzonte il passato dal quale proveniamo e le origini umane della tecnica stessa il cambiamento sarebbe facilitato. Non quel quel cambiamento nel quale tutti sono convinti d’esser immersi solo perché «l’innovazione» è per forza una cosa nuova e si muove in avanti (<a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?Id=24656"><em><strong>La terza faccia della moneta</strong></em></a>: p. 262 e ss.). E la tecnologia (o meglio, il mercato della tecnologia) fa di tutto per rendere più rapidi e meno &#8220;consapevoli&#8221; tale &#8220;movimento inaulttabile&#8221; in avanti. Considerare il passato che sta davanti per comprendere profeticamente il futuro che ci sta dietro: ecco l’importanza della memoria come volta positiva (in senso comportamentale ed etico) della democrazia del futuro. «Ricorda!». Il ricordo è bagaglio, è coscienza di ciò da cui proveniamo, ma anche patrimonio per affrontare il presente e progettare il futuro. E ogni progetto presuppone conoscenza e decisioni. Di più: le decisioni rappresentano l’Uomo, un uomo che, come diceva Aubenque, non è né abbastanza saggio né abbastanza ignorante, in un mondo che non è né completamente razionale né completamente assurdo. Ma di certo <em><strong>liberamente obbligato </strong></em>(<em><strong><a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?Id=24656">La terza faccia della moneta</a></strong></em><strong>:</strong><em> p. 66 e ss.).</em><br /> </span></p>
</div>
<div></div>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;"><strong>GW</strong> <em>Ormai è internet che struttura la società: le nuove tecnologie hanno cambiato il modo in cui ci esprimiamo, in cui ci informiamo, i documenti sono diventati molto più accessibili, accorciando la distanza tra la classe dirigente e le persone comuni. Credi che questo possa facilitare la collaborazione e soprattutto la partecipazione sociale e politica?</em></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;"><strong>MB</strong> Rispondo con una domanda a me molto cara. Come si fa ad essere socialmente responsaibli nella nostra condivisione del sapere on line oggi? Una risposta la propongo sempre nel mio ultimo libro. Ovvero: ieri si commerciavano beni e servizi. Oggi si mercanteggiano informazioni. Il contenuto di conoscenza degli oggetti e dei prodotti di consumo ha oggi un valore maggiore dell’oggetto materiale e del prodotto stesso. È un capitalismo cognitivo che, dopo quello mercantile e il successivo industriale, sta riportando al centro un’economia fondata sulle informazioni socialmente condivise, come aveva anticipato secoli fa Karl Marx. In tale tecno-economia il ruolo dell’uomo è quello di controllare le macchine che producono. Ovvero: il valore dell’organizzazione della conoscenza e la sua diffusione (anche nel senso di condivisione democratica) è maggiore del contributo produttivo e del lavoro per costruire e far funzionare le macchine che producono. È lo spostamento dal potere della merce al potere della conoscenza. Qui le informazioni sono condivise in una sorta di &#8220;mente sociale&#8221; che partecipa al sapere collettivo a beneficio di tutti i suoi componenti.</span> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Tale visione ha anticipato quell’economia dell’informazione e della condivisione oggi così attuale ma che non si è (ancora) sostituita all’economia di mercato capitalistico. Non ancora, ma ci sta provando: nel cambiamento attuale la produzione di oggetti di consumo effettuata tramite reti gratuite, condivise e indipendenti da un’autorità centrale non è altro che un primo passo verso il futuro più immediato. Questo processo di cambiamento in atto dovrà necessariamente coinvolgere consumatori, produttori, mercato e istituzioni come già ha cominciato a fare. La partecipazione dei consumatori/cittadini alla creazione o alla ri-creazione di beni e servizi dovrà però passare per una connessione istruita, educata, per una condivisione appunto responsabile e per una cultura morale dello scambio.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><span style="font-family: Roboto Light;">GW </span></strong><em><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Senza la privacy un Paese non può considerarsi libero. Che ruolo hanno le nuove tecnologie per quanto riguarda la privacy?</span></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;"><strong>MB</strong> Mi perdonerà, ma anche qui torno ad un passo presente nel mio ultimo lavoro <a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.aspx?ID=24656&amp;Tipo=Libro&amp;vedi=ebook&amp;titolo=La+terza+faccia+della+moneta.+Le+dinamiche+che+guidano+la+nostra+relazione+con+il+denaro">(pp.158-159)</a>. Oggi la trasformazione psicosociale nella quale ci troviamo ha portato al centro del nostro modo di percepirci e di vivere la realtà sociale in cui siamo immersi un’individualismo e un egotismo quali esiti di un percorso storico di lontana origine e dai molti tratti. Il primo di questi è il suo carattere di ambiguità. All’interno di una quotidianità disseminata di reti, relazioni, comunicazioni condivise, collaborazioni e contatti sociali l’individualismo appare come una forza più o meno sotterranea in cui si dissolvono i sistemi relazionali tra le persone. Dove si esaltano le conquiste dell’economia. E dove si rende ancor più difficile ogni tentativo di cambiamento. Proprio all’interno dell’individualismo stesso c’è la sua illusione autoprotettiva: ecco la privacy! Individualizzazione, spersonalizzazione e perdita di contatto con la propria identità sociale lasciano ben presto spazio – come stanno facendo – alla possibilità di sostituire quest’ultima con identità fittizie, con travestimenti attraverso cui fingere ruoli, stati e voci nell’interazione mediata e anonima. E attraverso cui difendersi attaccando, dall’alto della propria rocca isolata, attraverso continui atti di aggressività e conflittualità interne alla propria comunità. Questi confusi giochi di ruolo agiscono infatti a confine tra la vita vissuta off line e quella on line, tra i comportamenti agiti nella sfera intima e personale e quelli pubblici e professionali. O meglio: nel passaggio tra l&#8217;intimité e l&#8217;attuale extimité, come dice Serge Tisseron.</span> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Da qui il recupero, spesso falsato o falsante, di una garanzia riposta nell’isolamento a fronte di una spinta alla socializzazione vissuta come minacciosa. In una ritrovata e nuovamente non risolta ambiguità della relazione di fiducia/sfiducia. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;"><strong>GW</strong> <em>Il recente caso di Cambridge Analytica è l’esempio di come le forze politiche possano sorvegliare e veicolare il popolo. Tutto questo può turbare i più assidui frequentatori del web, come coloro che usano spesso i social network. Crede che questo possa cambiare il modo in cui fruiscono dei social, dal computer o dal telefono?</em> </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;"><strong>MB</strong> No. In un flusso in cui gli attori principali sono costantemente private della consapevolezza (o meglio degli strumenti più adatti a costruire tale consapevolezza: l&#8217;educazione primo strumento tra tutti gli altri) il cambiamento non lo vedo affatto possibile. Quale tipo di consapevolezza c&#8217;è oggi, dopo che tutti i principali protagonisti delle nostre quotidianità mediate (FB, Google, TT, Instagram, Wapp, Amazon&#8230;) annunciano modifiche della gestione delle proprie politiche di gestione della privacy (sic) rispetto al cosa ogni consumatore consegna di privato e di intimo alla rete? </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;"><strong>GW</strong> <em>In conclusione, le nuove tecnologie rappresentano una risorsa per lo sviluppo di una consapevolezza più profonda e una riflessione riguardo l’importanza della democrazia?</em> </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;"><strong>MB</strong> Anche qui ho più domande che risposte. La creazione e la partecipazione del sapere attraverso il Web per mano e intelletto di quei prosumer che nella Rete condividono il luogo dove è depositato il sapere di ogni cosa, la memoria personale di ciascuno, le conoscenze facilmente ricuperabili, la sicurezza della quotidiana disponibilità delle informazioni. Tale condivisione del sapere quanto è critica e quanto accettata in quanto dogma del XXI secolo? Quanto è messa in discussione e quanto indiscussa perché senza occasione di confronto vivo e articolato? Il sapere inteso come tutto ciò che è conosciuto attraverso l’esperienza, l’informazione e le relazioni interpersonali; il sapere che distingue un individuo da un altro; il sapere come guida delle scelte di ciascuno. Questo sapere, se si fa occasione di confronto e di verifica continua in quanto fonte d’informazione e strumento di partecipazione può contribuire a rendere gli individui più responsabili e consapevoli nel modo di vivere la realtà. Oggi le nuove tecnologie non rappresentano solo uno s trumento capace di facilitare la creazione del sapere e la sua democratica diffusione, come dicevo all&#8217;inizio. Sono un fine che guida i comportamenti dell&#8217;uomo. E comportamenti simili non solo si dimostrano insufficienti per maturare la consapevolezza collettiva e l’informazione oggettiva e condivisibile ma sarebbero necessari per migliorare e ampliare le modalità di relazione interpersonale e, di conseguenza, di migliorare il mondo in cui viviamo. Se i Social Network sono oggi avamposto del sapere, allora per me &#8211; al momento attuale &#8211; rappresentano una rete sociale del sapere da contare non una conoscenza reale su cui contare! Il tempo di elaborazione cui i computer hanno abituato gli utenti ha superato le capacità di elaborazione della mente degli stessi, determinando una distorsione nella percezione della realtà: la maggior parte dei comportamenti d’oggi si esaurisce nel tempo e nello spazio di pochi “clic” a scapito criticità, approfondimento e verifica della realtà. Oppure no? Me lo direte voi alla fine delle vostre indagini.</span></p>
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		<title>Il Denaro e la Sua (S)Materializzazione Simbolica</title>
		<link>https://www.massimobustreo.it/il-denaro-e-la-sua-smaterializzazione-simbolica/</link>
		<pubDate>Thu, 13 Dec 2018 21:26:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Come ogni figlio viene al mondo da colei che lo partorisce, anche il denaro ha una propria madre. In questo caso è la madre di tutti gli dei: Juno Moneta, la dea Giunone, genitrice divina che dà il nome moneta al primo denaro coniato nella zecca della Repubblica di Roma, presso il colle ove sorgeva il tempio a lei dedicato.</p>
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					<h1 style="text-align: center;"><span style="font-size: small; color: #444444;">Dan Tague «</span><span style="font-size: small; color: #444444;">We need a revolution» (2013)</span></h1>
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<h6><span style="font-size: medium; font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Come ogni figlio viene al mondo da colei che lo partorisce, anche il <strong>denaro</strong> ha una propria madre (<a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.aspx?ID=24656&amp;Tipo=Libro&amp;strRicercaTesto=24656&amp;lingua=it&amp;titolo=la+terza+faccia+della+moneta.+le+dinamiche+che+guidano+la+nostra+relazione+con+il+denaro"><strong><em>La terza faccia della moneta</em></strong></a>, 2018). </span></h6>
<h6><span style="font-size: medium; font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">In questo caso è la madre di tutti gli dei: <em>Juno Moneta</em>. La dea Giunone, genitrice divina che dà il nome <em>moneta</em> al primo denaro coniato nella zecca della Repubblica di Roma, presso il colle ove sorgeva il tempio a lei dedicato. La dea <em>Moneta</em> (colei che ammonisce) era anche chiamata dai latini <em>Lucina</em> (colei che protegge le partorienti e i bambini), <em>Pronuba</em> (quando presiedeva alle nozze), <em>Interduca</em> (per condurre la sposa alla nuova casa). Come <em>Regina</em> costituiva con Giove e Minerva la Triade venerata nel tempio sul Campidoglio. Aveva tanti nomi quanti ne avrebbe cambiati lungo i secoli l’<em>aes signatum</em> da lei nominato: <em>aureus</em>, <em>solidus</em>, <em>denarius</em>, <em>libbra</em>, <em>gazzetta</em>, <em>bolognino</em>, <em>fiorino</em>, <em>ducato</em>, <em>grosso</em>, <em>bisante</em>, <em>zecchino</em>, <em>franco</em>, <em>marengo</em>, <em>lira</em>, <em>euro</em> (<em><a href="https://www.francoangeli.it/ricerca/scheda_libro.aspx?CodiceLibro=1243.50"><strong>Denaro e Psiche</strong></a></em>, 2007)<br />
</span></h6>
<h6><span style="font-size: medium; font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Lungo i secoli, la moneta ha mutato più volte peso, colore, materia oltre al nome. Ma non c’è stato giorno in cui il denaro non sia apparso agli occhi di ciascuno in una delle sue svariate sembianze. Tra tutti i <strong>simboli</strong> che sono stati costruiti e che accompagnano le culture umane, il denaro sembra essere l’unico – o il più efficace tra i pochissimi – ad essere stato capace di divenire lo <strong><em>scambiatore universale</em></strong>. Un’essenza totalmente ideale che in ragione di questa sua propria <strong>immaterialità</strong> si è fatta convertitore di tutti i valori materiali. Desiderio del desiderio dell’altro. Significante di tutti i significati. Corpo di tutti i concetti dei beni esistenti. Potere di un segno che rimanda a tutte – non solo ad una – a tutte le cose il cui valore è la cifra inscritta.</span></h6>
<blockquote><p><span style="font-weight: normal; font-size: medium; font-family: Roboto Light;">Il denaro è qui considerato quindi come <em>simbolo</em>, dal greco <em>symbállein</em>, parola composta da <em>sym</em> “insieme” e <em>bállein</em> “mettere”, e quindi “ricongiungere”, “mettere assieme”.</span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: normal; font-size: medium; font-family: Roboto Light;">Il termine in origine indicava un oggetto di terracotta – spesso proprio una moneta – che, spezzato in due, veniva conservato nelle sue parti da due persone in relazione fra loro. E per questo impegnati per una ricomposizione futura dell’intero, legate all’origine unica che le univa così come al <strong>ricongiungimento finale</strong>. Nel percorso interpretativo della dimensione del simbolo, quella dell’<strong>unione</strong> è un’accezione che permane nel tempo, attraversando secoli e culture. Come quella appartenente alla tradizione islamica che indica con il termine <em>ta’wil</em> l’andare all’origine primaria delle cose, il rinvenire il senso vero e originario. Fondamentale, nonché più antica, è l’accezione teologica (propria alla Fenomenologia della Religione). Connessa al duplice livello di interpretazione delle Sacre Scritture, l’allegorico e il simbolico. In origine c’è il Verbo, che si fa carne, un legame che avvicina la Parola allo Spirito nel ricongiungimento con l’origine primaria. </span></p>
<p><span style="font-weight: normal; font-size: medium; font-family: Roboto Light;">Accanto a questa si trova la prospettiva antropologica. Questa vede il simbolo come un ulteriore <em>al di là</em> del segno, l’unione con l’antica e atavica origine. La moneta ha quindi un forte valore di <strong>potenza</strong>, perché in realtà attraverso il denaro ognuno può recuperare questo sogno ancestrale di ri-unione con la parte di Sé perduta con la nascita. Come affermano le letture psicoanalitiche del ricongiungimento nel <strong>simbolo-denaro</strong> (Freud, Ferenczi, Jung). Ovvero attraverso la ricerca di un equilibrio tra quello che è il bisogno personale soggettivo, quelle che sono le necessità vissute dal soggetto e quelli che sono i fattori esterni che contribuiscono a mantenere questo equilibrio. Attraverso il riconoscimento dei simboli e la possibilità di acquistare delle valenze che per il soggetto sono utili. </span></p>
<p><span style="font-weight: normal; font-size: medium; font-family: Roboto Light;">In senso propriamente psicologico, un simbolo, ad esempio, viene considerato come un’<strong>operazione mentale astrattiva</strong> che sostituisce un oggetto, atto o situazione con un segno e il riconoscimento del quale avviene mediante l’attivazione di importanti processi cognitivi e di dinamiche affettive. La perdita di onnipotenza vissuta drammaticamente dall’individuo nel riconoscimento cognitivo ed affettivo di una realtà diversa dall’unione con la madre-origine viene così risolta attraverso una <strong>rappresentazione</strong> indiretta veicolata dal simbolo. La moneta risolve il <em>ri-</em>congiungimento con l’Altro inserito in una rete di rapporti di dipendenze, potere, relazioni economico-sociali. In questo il denaro è profondamente un’<em>idea</em>: è la rappresentazione di una inter-relazione umana che attesta il potere economico del suo possessore. Ecco che il denaro appare in tutta la sua natura di <em>logica</em>. È un <em>significante sociale</em>, ovvero l’esito della rottura e del riassestamento degli atavici legami sociali, delle modalità e ritualità dei rapporti. Come veicolo agente del sistema dei valori. </span></p>
<p><span style="font-weight: normal; font-size: medium; font-family: Roboto Light;">Il denaro è un&#8217;<strong>idea</strong>. Il denaro è un <strong>concetto</strong>. Per questo il suo destino oggi pare essere un ritorno a un originale stato di <strong>smaterializzazione</strong>.</span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: normal; font-size: medium; font-family: Roboto Light;">Il denaro sta alla moneta che abbiamo nelle nostre tasche come il metro sta alla Barra 27 che si trova presso il <em>Bureau International des Poids et Mesures</em> di Sèvres (Francia).</span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: normal; font-size: medium; font-family: Roboto Light;">Il denaro è il frutto di una convenzione sociale, dotata di una forte valenza politica e pragmatica: è l’idea che spiega lo strumento, che <strong>organizza valori</strong> e procedure attraverso ciò che produciamo e consumiamo e nel modo in cui valutiamo gli stessi prodotti di consumo. Per questo, come dimostrano le risposte che il lettore de <strong><a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.aspx?ID=24656&amp;Tipo=Libro&amp;strRicercaTesto=24656&amp;lingua=it&amp;titolo=la+terza+faccia+della+moneta.+le+dinamiche+che+guidano+la+nostra+relazione+con+il+denaro"><em>La terza faccia della moneta</em></a></strong> potrà dare ad alcune situazioni simulate nello stesso, ha valore ciò che vale o ha valore ciò che si vuole?</span></p>
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		<title>Il Cuore della Decisione</title>
		<link>https://www.massimobustreo.it/il-cuore-della-decisione/</link>
		<pubDate>Thu, 13 Dec 2018 21:21:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Consumare o risparmiare, spendere o investire non sono azioni scevre dal rischio di comportamenti inintenzionali, irrazionali o contrari alla legge dell’utilità. Le strategie decisionali si basano più su sensazioni e intuito che su calcoli razionali e probabilistici. Si pensa con la testa, ma si decide con la pancia e con il cuore.</p>
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					<h1 style="text-align: center;"><span style="font-size: small; color: #444444;">Exeter Oldest Church, 2011</span><span style="font-size: small; color: #444444;"> (ph M. Bustreo)</span></h1>
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<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Ogni consumatore nella vita di tutti i giorni pensa, agisce e prova differenti e articolate <strong>emozioni</strong>. Queste ne condizionano <strong>decisioni</strong> e <strong>comportamenti</strong>. Giudizi e valutazioni risultano essere imprecisi e instabili. Le espressioni delle <strong>preferenze</strong> che sottendono le scelte sono spesso incoerenti e incongruenti. Le azioni intraprese raramente riflettono una massimizzazione dell’esito voluto. Le strategie decisionali si basano più su <strong>sensazioni</strong> e<strong> intuito</strong> che su calcoli razionali e probabilistici. Si pensa con la testa, ma si decide <a href="https://www.massimobustreo.it/wp-content/uploads/2018/10/MenteFinanza-n2-06-2018-pp16-20-La-terza-faccia-della-moneta.pdf">con la pancia e con il cuore</a>.</span></p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Un tempo l’idea di un <em>decisore olimpico</em>, razionale e calcolatore. Oggi la prospettiva che recupera una <strong>visione <em>umana</em></strong> del decisore. Le teorie della <em>Bounded Rationality</em> (<a href="https://journals.sagepub.com/doi/abs/10.1177/017084068500600320">Simon, 1982</a>) e le implicazioni emergenti dalla <em>Subjective Rationality</em> (<a href="https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/1043463189001002002">Boudon, 1989</a>) hanno messo in luce come le scelte degli individui siano l’esito di <strong>ragionamenti limitati</strong>. Le dinamiche dei processi decisionali sono guidate da obiettivi di <strong><em>coerenza </em></strong>e non di <em>sostanza</em>. Le forze che sottendono i comportamenti dei soggetti in scenari di scelta di carattere economico agiti all’interno di scambi interpersonali veicolati dal denaro mostrano strategie soggette a <em>errori comportamentali </em>prevedibili, o meglio <strong>liberamente obbligati</strong> (<a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?Id=24656"><em>La terza faccia della moneta</em></a>, 2018: p. 66 e ss.).</span></p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">La velocità di trasformazione dello scenario dei consumi e le conoscenze attuali sulle dinamiche di scelta impone a chi se ne occupa la necessità di una consapevolezza e di una sensibilità alla lettura di tali dinamiche. La <em>Consumer Behaviour Psychology</em> riconosce l’allargamento della specificità della materia verso nuovi contesti. Dilata il perimetro di significati del concetto di “domanda-offerta” al ruolo e alle funzioni dei soggetti protagonisti – <strong><em>consumer</em></strong> e <strong><em>prosumer</em></strong> – che comunicano per promuovere valori e credenze. Per comporre un simile bagaglio di competenze è imprescindibile una focalizzazione sulle pratiche e sulla concretezza del <em>mestiere di consulente.</em> Questo deve derivare da un approccio critico tanto delle teorie e delle metodologie che sottendono a tale <em>prassi</em> quanto della storia e delle provenienze dei <strong>comportamenti</strong> individuali, sociali e aziendali. Consolidati ma non per questo non migliorabili.</span></p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Da un lato, infatti, le aziende sono ormai mature dal punto di vista delle <strong>competenze</strong> per ambire ad affermare con decisione la propria identità sul mercato di riferimento. Dall’altro è necessaria una maggiore <strong>abilità</strong> da parte dei consulenti nell’affrontare degli interlocutori sempre più complessi. Per farlo al meglio la via non è l’affidarsi al valore intrinseco del prodotto e/o del brand. È la preparazione consapevole e strategica alla gestione più corretta degli incontri di vendita. All’<strong>intervento creativo</strong> nell’affrontare gli imprevisti. Alla prevenzione delle reazioni negative dei clienti. Alle loro paure, ai timori, ai <a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.aspx?ID=11696&amp;Tipo=Libro&amp;strRicercaTesto=11696&amp;lingua=it&amp;titolo=l%27%27impresa+del+se%27.+simboli+e+significati+nella+societa%27+postmoderna"><strong>riferimenti simbolici</strong></a> profondi di chi sta parlando del <em>proprio</em> <strong>denaro</strong>.</span></p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Le vendite chiedono sì una maggiore preparazione nella costruzione dell’incontro di vendita. Impongono in più una maggiore abilità di negoziazione e di <strong>problem setting</strong> e problem solving. Il consulente di successo oggi deve maturare le competenze necessarie per <strong>governare il cambiamento</strong> nelle sue molteplici espressioni. Deve saper cogliere e sfruttare le possibilità offerte dall’integrazione dei messaggi e degli strumenti di <strong>comunicazione</strong>. Deve innovarsi nelle metodologie di ricerca, nella concezione strategica delle scelte nell’area comunicazione e dei <em>media relations</em>. Deve sedurre e convincere. Passando per la comunicazione emotiva ed <strong>empatica</strong>. Il venditore deve sapere interagire in maniera creativa con i potenziali clienti adottando soluzioni in una logica tipica da <strong><em>pensiero laterale</em></strong>.</span></p>
<blockquote><p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Prima di vendere un prodotto finanziario o una soluzione al problema del cliente, il venditore-consulente deve dimostrare <strong>competenza</strong>, abilità nel riconoscere e soddisfare i bisogni dell’interlocutore, capacità di <strong>ascolto</strong> attivo e proattivo che si finalizza nel far superare ai potenziali clienti le loro <strong>resistenze</strong> all’acquisto. A nessuno piace infatti che qualcuno gli si venda qualcosa, ma a tutti piace comprare.</span></p></blockquote>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Il buon consulente finanziario deve contenere in sé qualità quali la capacità di creare un rapporto di empatia e di <strong>fiducia</strong> con il cliente (<a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?Id=24656"><em>La terza faccia della moneta</em></a><strong>,</strong> 2018: p. 97 e ss.). Con integrità e spirito imprenditoriale. Attraverso l’umiltà e la capacità di ascolto attivo che dimostrano <strong>interesse sincero</strong> per l’interlocutore. Deve saper comunicare nell’accezione più ampia del termine: <em>mettere in comune valori e desideri </em>con l’interlocutore. Capirne i bisogni e carpirne le aspettative. Condividerne le emozioni. E porsi in una posizione complementare per trovare una soluzione, la <strong>miglior</strong> <strong>soluzione</strong>, insieme. Il bravo consulente infatti non interrompe, non si sovrappone, non cerca di essere interessante. Si dimostra invece interessato al proprio interlocutore. Gli pone domande e acquisisce utili informazioni sulle sue esigenze, sui suoi valori e quindi sui suoi criteri d’acquisto. Il miglior consulente sa come riuscire a mantenere il pieno controllo della comunicazione. Lascia l’inizio della conversazione al cliente. E, rivolgendogli delle <strong><a href="https://www.massimobustreo.it/propongo/">domande</a></strong>, lo fa proseguire accompagnando assertivamente la conversazione con segnali di riconoscimento verbali o non verbali.</span></p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Durante la relazione con il proprio <strong>interlocutore</strong> ciò che spinge alla decisione finale d’acquisto sono le <strong>emozioni</strong> molto più che i calcoli razionali e le valutazioni di utilità. Su questo c&#8217;è una <a href="https://www.marketwatch.com/story/6-books-recommended-by-richard-thaler-a-founding-father-of-behavioral-economics-2016-07-05">florida letteratura</a>, innumerevoli esempi di vendita fondati sulla <em>Behavioral Economic</em> e un’<a href="http://www.oxfordbibliographies.com/view/document/obo-9780199828340/obo-9780199828340-0089.xml">ampia panoramica</a> di casi di studio. Qui si trovano dimostrazioni di quanto la capacità di vendita e di promozione sia strettamente legata a <strong>meccanismi irrazionali</strong> e a <strong>errori</strong> di valutazione da parte del <a href="https://www.massimobustreo.it/wp-content/uploads/2018/12/MF_3_Bustreo-1.pdf">decisore</a>. Aspetti che, se conosciuti e padroneggiati con competenza, facilitano la contrattazione e contribuiscono al successo della vendita. Il consulente vincente è colui che possiede le qualità «indispensabili per suscitare nei clienti l’impulso d’acquisto: l’entusiasmo e la passionalità» (<a href="https://www.tealibri.it/libri/come-si-diventa-il-venditore-numero-uno-9788850217328">Altmann, 2005</a>). E come è possibile andare al cuore della decisione?</span></p>
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