Dan Tague «We need a revolution» (2013)

Come ogni figlio viene al mondo da colei che lo partorisce, anche il denaro ha una propria madre (La terza faccia della moneta, 2018). 
In questo caso è la madre di tutti gli dei: Juno Moneta. La dea Giunone, genitrice divina che dà il nome moneta al primo denaro coniato nella zecca della Repubblica di Roma, presso il colle ove sorgeva il tempio a lei dedicato. La dea Moneta (colei che ammonisce) era anche chiamata dai latini Lucina (colei che protegge le partorienti e i bambini), Pronuba (quando presiedeva alle nozze), Interduca (per condurre la sposa alla nuova casa). Come Regina costituiva con Giove e Minerva la Triade venerata nel tempio sul Campidoglio. Aveva tanti nomi quanti ne avrebbe cambiati lungo i secoli l’aes signatum da lei nominato: aureus, solidus, denarius, libbra, gazzetta, bolognino, fiorino, ducato, grosso, bisante, zecchino, franco, marengo, lira, euro (Denaro e Psiche, 2007)
Lungo i secoli, la moneta ha mutato più volte peso, colore, materia oltre al nome. Ma non c’è stato giorno in cui il denaro non sia apparso agli occhi di ciascuno in una delle sue svariate sembianze. Tra tutti i simboli che sono stati costruiti e che accompagnano le culture umane, il denaro sembra essere l’unico – o il più efficace tra i pochissimi – ad essere stato capace di divenire lo scambiatore universale. Un’essenza totalmente ideale che in ragione di questa sua propria immaterialità si è fatta convertitore di tutti i valori materiali. Desiderio del desiderio dell’altro. Significante di tutti i significati. Corpo di tutti i concetti dei beni esistenti. Potere di un segno che rimanda a tutte – non solo ad una – a tutte le cose il cui valore è la cifra inscritta.

Il denaro è qui considerato quindi come simbolo, dal greco symbállein, parola composta da sym “insieme” e bállein “mettere”, e quindi “ricongiungere”, “mettere assieme”.

Il termine in origine indicava un oggetto di terracotta – spesso proprio una moneta – che, spezzato in due, veniva conservato nelle sue parti da due persone in relazione fra loro. E per questo impegnati per una ricomposizione futura dell’intero, legate all’origine unica che le univa così come al ricongiungimento finale. Nel percorso interpretativo della dimensione del simbolo, quella dell’unione è un’accezione che permane nel tempo, attraversando secoli e culture. Come quella appartenente alla tradizione islamica che indica con il termine ta’wil l’andare all’origine primaria delle cose, il rinvenire il senso vero e originario. Fondamentale, nonché più antica, è l’accezione teologica (propria alla Fenomenologia della Religione). Connessa al duplice livello di interpretazione delle Sacre Scritture, l’allegorico e il simbolico. In origine c’è il Verbo, che si fa carne, un legame che avvicina la Parola allo Spirito nel ricongiungimento con l’origine primaria.

Accanto a questa si trova la prospettiva antropologica. Questa vede il simbolo come un ulteriore al di là del segno, l’unione con l’antica e atavica origine. La moneta ha quindi un forte valore di potenza, perché in realtà attraverso il denaro ognuno può recuperare questo sogno ancestrale di ri-unione con la parte di Sé perduta con la nascita. Come affermano le letture psicoanalitiche del ricongiungimento nel simbolo-denaro (Freud, Ferenczi, Jung). Ovvero attraverso la ricerca di un equilibrio tra quello che è il bisogno personale soggettivo, quelle che sono le necessità vissute dal soggetto e quelli che sono i fattori esterni che contribuiscono a mantenere questo equilibrio. Attraverso il riconoscimento dei simboli e la possibilità di acquistare delle valenze che per il soggetto sono utili.

In senso propriamente psicologico, un simbolo, ad esempio, viene considerato come un’operazione mentale astrattiva che sostituisce un oggetto, atto o situazione con un segno e il riconoscimento del quale avviene mediante l’attivazione di importanti processi cognitivi e di dinamiche affettive. La perdita di onnipotenza vissuta drammaticamente dall’individuo nel riconoscimento cognitivo ed affettivo di una realtà diversa dall’unione con la madre-origine viene così risolta attraverso una rappresentazione indiretta veicolata dal simbolo. La moneta risolve il ri-congiungimento con l’Altro inserito in una rete di rapporti di dipendenze, potere, relazioni economico-sociali. In questo il denaro è profondamente un’idea: è la rappresentazione di una inter-relazione umana che attesta il potere economico del suo possessore. Ecco che il denaro appare in tutta la sua natura di logica. È un significante sociale, ovvero l’esito della rottura e del riassestamento degli atavici legami sociali, delle modalità e ritualità dei rapporti. Come veicolo agente del sistema dei valori.

Il denaro è un’idea. Il denaro è un concetto. Per questo il suo destino oggi pare essere un ritorno a un originale stato di smaterializzazione.

Il denaro sta alla moneta che abbiamo nelle nostre tasche come il metro sta alla Barra 27 che si trova presso il Bureau International des Poids et Mesures di Sèvres (Francia).

Il denaro è il frutto di una convenzione sociale, dotata di una forte valenza politica e pragmatica: è l’idea che spiega lo strumento, che organizza valori e procedure attraverso ciò che produciamo e consumiamo e nel modo in cui valutiamo gli stessi prodotti di consumo. Per questo, come dimostrano le risposte che il lettore de La terza faccia della moneta potrà dare ad alcune situazioni simulate nello stesso, ha valore ciò che vale o ha valore ciò che si vuole?

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