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	<title>fiducia | Massimo Bustreo</title>
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	<title>fiducia | Massimo Bustreo</title>
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	<item>
		<title>Un bel respiro</title>
		<link>https://www.massimobustreo.it/un-bel-respiro/</link>
		<pubDate>Mon, 15 Dec 2025 20:41:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Viviamo esposti a una spossatezza emotiva e mentale che ci riconosce prima ancora che noi si possa riconoscere lei. Ammetterlo non è un lamento: è il primo atto di resistenza. Forse non si tratta solo di stanchezza. È l’esito di un rumore di fondo di un’epoca complessa. Troppo complessa per poterla comprendere con strumenti noti e già sperimentati. Ma riconoscere questo rumore è il primo passo per non esserne sopraffatti.</p>
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					<blockquote><p>Siamo solo stanchi? O siamo saturi? Possiamo resistere ancora? E quanto?</p></blockquote>
<p>Viviamo esposti a una <strong>spossatezza emotiva e mentale</strong> che ci riconosce prima ancora che noi si possa riconoscere lei. Ammetterlo non è un lamento: è il primo atto di <strong>resistenza</strong>.</p>
<p>Forse non si tratta solo di <strong>stanchezza</strong>. È l’esito di un <strong>rumore</strong> di fondo di un’epoca complessa. Troppo complessa per poterla comprendere con strumenti noti e già sperimentati. Ma riconoscere questo rumore è il primo passo per non esserne sopraffatti.</p>
<p>Da qualche tempo conviviamo quotidianamente con una forma particolare di stanchezza. Questa non è arrivata all’improvviso. Non si è presentata né fatta annunciare. Non ha bussato alla nostra porta. Lei fa così: <strong>ci precede,</strong> perché sa già dove andare mentre noi cerchiamo ancora la direzione. Come fanno le emozioni, d’altra parte.</p>
<blockquote><p>Che sia una stanchezza che nasce dal vivere in un mondo che accelera più dei nostri pensieri? In un mondo che cambia forma mentre cerchiamo le istruzioni per capirlo? In un mondo che sfugge alle categorie?</p></blockquote>
<p>La fatica di rincorrere tale vertiginosa <strong>volatilità</strong> conduce a una stanchezza sottile, stratificata, subdola, Non tanto fisica quanto cognitiva. Non tanto muscolare quanto affettiva. Non tanto individuale quanto relazionale.<br />
Nell’era della complessità, <a href="https://www.inspiringpr.it/verita-resistenti-a-inspiringpr-2026/"><strong>resistere</strong></a> come anche solo <strong>orientarsi</strong> e ancor prima <strong>comprendere</strong> è un lavoro faticoso. Troppo faticoso per degli esseri limitati come siamo.</p>
<p><span style="font-size: large;"><em><strong>Una presenza discreta</strong></em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">È una fatica che non alza la voce. Non è eroica. Non è epica. Non è instagrammabile. Eppure ci accompagna ovunque. Come un’<strong>ombra</strong> che conosce perfettamente il nostro passo. Di più: che lo anticipa e lo rende sempre più instabile.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">È la fatica di <strong>decidere per il meglio</strong> in un mondo che cambia troppo velocemente. Anzi: è la fatica di decidere per il soddisfacente. Che pure il bene ancor più che il meglio si sta allontanando sempre più.<br />
</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">È la fatica di comprendere. Di <strong>stare in equilibrio</strong> tra ciò che sappiamo e ciò che sfugge. Tra ciò che vorremmo e ciò che dobbiamo pensare, scegliere, agire.<br />
</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La sua materia prima è l’<strong>incertezza</strong>. Il suo rumore di fondo è il <strong>sovraccarico informativo</strong>. Il suo gesto quotidiano è lo <strong>spaesamento</strong>. Il suo volto è la <strong>maschera</strong> che la nasconde, e sempre meno discretamente.<br />
</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">È una fatica <strong>distribuita</strong>, sì, ma non uniforme. Per i più giovani pare essere come il peso di uno zaino che non hanno preparato loro, ma che loro si ritrovano in spalla. Una pressione che schiaccia e abbassa l’orizzonte dello sguardo sotto l’orizzonte. Per i meno giovani pare accompagnare ogni passo mosso su un terreno terreno che cambia consistenza sotto i piedi a ogni allungo. E per molti se non per tutti è il motore che gira in folle. A consumar benzina emotia.</span></p>
<p><span style="font-size: large;"><strong><em>Specchi e punti di frizione</em></strong></span></p>
<p>Per chi si occupa di educazione, di formazione e di divulgazione, la stanchezza si colora di tonalità e sfumature particolari. La fatica del mestiere mette sì alla prova la resistenza. Ma prima ancora emerge dalla frizione tra mondi e rappresentazioni. Tra realtà e narrazioni. Tra forme e contenuti. Tra <strong>verità e ragioni</strong>.</p>
<p>Perché chi insegna, chi comunica, chi educa non maneggia soltanto contenuti: prende in mano rappresentazioni, immagini, aspettative, paure, visioni, bisogni, desideri. Ogni tema complesso porta con sé anche il peso del <strong>contesto</strong> che fa da sfondo: economico, sociale, emotivo, relazionale, politico, valoriale, ideologico. Un contesto che oggi somiglia più a un mare livido in burrasca che a un cristallino torrente saltellante.</p>
<blockquote><p>Il rischio si ripresenta a ogni occasione: dire troppo e contribuire alla saturazione? Dire male e contribuire alla confusione? Dire poco e rendere lecito l’indifendibile?</p></blockquote>
<p>Il dovere di dire la verità senza avvelenare il pozzo. Parlare del contesto reale, con le sue ombre, senza diventare complici dello scoraggiamento, della saturazione, del cinismo strisciante. È una linea sottilissima. La manchiamo, a volte. Perché dobbiamo muoverci sul crinale di un <strong>equilibrio instabile</strong>: un passo più in qua illumina, un passo più in là affatica. Spesso non lo indoviniamo. Sempre inciampiamo. E sovente – se non ad ogni procedere – in <strong>errori</strong> che sono l’emersione del sincero.</p>
<p>C’è, infatti, un <strong>paradosso</strong> tra i tanti di oggi che vale la pena nominare: questa fatica non è solo un ostacolo. È <strong>forza rivelatrice</strong>. Ci mostra dove finisce il nostro <strong>sapere</strong> e dove inizia il nostro <strong>limite</strong>. Ci ricorda che, prima ancora di essere professionisti, siamo persone che attraversano la stessa complessità dei nostri interlocutori. In modo diverso, ma sovrapponibile.</p>
<p>E forse è proprio questa <strong>vulnerabilità condivisa</strong> a dare profondità vera alla relazione educativa. La fatica ci restituisce la misura.</p>
<blockquote><p>E la <strong>misura</strong> è una necessità per comprendere la realtà.</p></blockquote>
<p><span style="font-size: large;"><em><strong>Serve un limite che serva</strong></em></span></p>
<p>A volte basta spostare l’<strong>angolo di osservazione</strong> di qualche grado. Come ben c’insegna <strong><a href="https://www.massimobustreo.it/propongo/"><em>Soul</em></a></strong>.</p>
<p>Bisogna necessariamente <strong>esporsi</strong>. E farlo significa <strong>parlare con cura</strong>, sapendo che ogni parola può accendere un’immagine interna, una speranza, una paura, un dubbio. Significa <strong>cercare la verità</strong> allontanando la tentazione di trasmetterla come un macigno. Significa <a href="https://youtu.be/fKeHN8nQWj0?si=FQSLFLdPjzNJ9ulh"><strong>mettersi in gioco</strong></a>, tra onore di sé e oneri per sé e gli altri. Ma questo toglie il fiato.</p>
<p>Il <strong>limite</strong> non è un nemico. Non toglie, ma <strong>ordina</strong>. Non castra, ma permette di <strong>costruire</strong>.</p>
<p>Il limite è la cornice che ci <strong>protegge</strong> dal rischio di diventare cinici. E ci salva da quell’enorme buco nero che inghiotte tutto, anche ciò che potrebbe salvarci: l’<strong>indifferenza</strong>.</p>
<p>Per questo la fatica è un <strong><a href="https://www.audible.it/pd/Coaching-per-il-futuro-Audiolibri/B0CPYCDTN3?qid=1741702603&amp;sr=1-1&amp;ref_pageloadid=not_applicable&amp;pf_rd_p=67f8f22b-aed1-45a6-a456-d09beff03315&amp;pf_rd_r=SGBA3PGG7DAQEENCXFFG&amp;plink=AQK3ctv48tLRfVNq&amp;pageLoadId=hmT2ZwW79hDIQdx2&amp;creativeId=b2592cc9-1111-40d9-9474-98f67c8075cc&amp;ref=a_search_c3_lProduct_1_1">esercizio quotidiano</a></strong>, quasi ascetico: <strong>misurare</strong> ciò che sappiamo, <strong>riconoscere</strong> ciò che ignoriamo. Per farlo serve energia, serve <strong>resistenza</strong>. E questo accorcia il fiato. Soprattutto se ci si muove senza <strong>allenamento</strong>.</p>
<p><span style="font-size: large;"><em><strong>Servono domande prima delle risposte</strong></em></span></p>
<p>La fatica ci costringe a domandarci che <strong>storia</strong> sto raccontando.</p>
<blockquote><p>Che storia racconto a me stesso? Che storie sto raccontando agli altri? Che immagine sto evocando della realtà? Sto costruendo una via d’uscita? Un vicolo cieco? Un altrove che mi faccia da alibi?</p></blockquote>
<p>Dobbiamo scegliere consapevolmente quali <strong>immagini</strong> far lavorare dietro i nostri occhi. Perché da quelle immagini prende forma ciò che decidiamo. Ciò che comunichiamo. Ciò che siamo.</p>
<p>Forse il nostro tempo chiede proprio questo: riconoscerne la presenza di questa fatica. Capire da dove nasce. Ascoltarla. Trasformarla in un <strong>gesto generativo</strong>.</p>
<p>E la competenza da allenare meglio delle altre è oggi quella che permette di attraversare la <strong>complessità</strong> senza perdere <strong>lucidità</strong>.</p>
<p><span style="font-size: large;"><em><strong>Riprendere fiato</strong></em></span></p>
<blockquote><p>Dobbiamo resistere alla fatica? O forse conviene ascoltarla? Leggerla come un segnale? Rigettarla come fallimento? Riformularla come necessità?</p></blockquote>
<p>Per fare ciò dobbiamo riprendere contatto con quel <strong>luogo interno</strong> in cui <strong>emozioni</strong> e <strong>valori</strong> costruiscono la colonna portante della nostra persona. Dove la complessità non si semplifica, ma si comprende meglio e si <strong>risolve</strong>.</p>
<p>Per farlo, ovvero per iniziare, serve <strong>fermarsi</strong>. E agire un gesto minuscolo e potentissimo: <strong>un respiro</strong>. Un atto semplice e rivoluzionario. Un bel respiro, consapevole.</p>
<p>Un respiro che è<strong> varco</strong> per entrare dall’uscita. Un respiro che è<strong> occasione</strong> per smettere di inseguire. Un respiro che è<strong> tempo</strong> per ricominciare a vedere. Un respiro che riallinea l’<strong>attenzione</strong>. Un respiro che <strong>raccoglie</strong> le emozioni. E che, in un respiro, permetta a ciascuno di cominciare a <strong>far spazio</strong> alla necessaria consapevolezza emotiva.</p>
<p>In quel semplice quanto perduto atto del gonfiarsi e svuotarsi del torace riconquistato in tutta la sua <strong>arte</strong> la fatica si ridimensiona. Non scompare, ma torna a misura. E con lei riemerge qualcosa che spesso dimentichiamo di avere: un margine di <strong>scelta</strong>, un piccolo <strong>vantaggio</strong> evolutivo, una rinnovata <strong>motivazione</strong> per attraversare ciò che ci stanca senza smettere di andare avanti.</p>
<blockquote><p>«It’s only pain. Take a breath. Take a deep breath».</p></blockquote>
<p>Basta poco. Davvero. Un respiro.<br />
E il mondo, pur restando lo stesso, ci troverà più presenti.</p>
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		<title>Ascoltare è paradossale</title>
		<link>https://www.massimobustreo.it/ascoltare/</link>
		<pubDate>Wed, 02 Apr 2025 18:16:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Oggi la comunicazione è istantanea, globale, incessante. Sovradimensionata rispetto alle nostre risorse. E paradossalmente mai come oggi ognuno è al centro del proprio universo di incomprensione. Abbiamo dimenticato l’arte dell’ascolto autentico? Quello che richiede presenza, attenzione, empatia. Che ci porta a ri-conoscere le differenze. Quello che ci mette in contatto profondo con l’altro. E, allo stesso tempo, con noi stessi. E qui casca il comunicatore.</p>
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					<blockquote><p>Hai mai pensato al paradosso dell’ascolto?</p></blockquote>
<p>Sì, proprio così. Ascoltare sembra un’azione semplice. Quasi automatica. Eppure nasconde un universo complesso di <strong>attivazioni, azioni</strong><br />
<strong>e reazioni</strong>. Di significati svelati. Rivelati. Se stai realmente <strong>svuotando la mente</strong> per accogliere questo, sei su una strada risolutiva. Se invece la tua <strong>voce interna</strong> sta già riportando i contenuti delle prime righe a quanto già pensi e sai dell’ascolto, stai agendo il <strong>paradosso dell’ascoltare</strong>. Il vero ascolto non è certo questione di orecchie aperte. Di buona disposizione. Ovvero di posizione disponibile. È la capacità di <strong>tacere e far tacere le comunicazioni interne</strong> che accompagnano le informazioni esterne. Almeno <a href="https://www.massimobustreo.it/in-principio-era-il-verbo/">quando e quanto serve farlo</a>.</p>
<p>Oggi la comunicazione è istantanea, globale, incessante. Sovradimensionata rispetto alle nostre risorse. E paradossalmente mai come oggi ognuno è al centro del proprio <strong>universo di incomprensione</strong>. Abbiamo dimenticato l’arte dell’<strong>ascolto autentico</strong>? Quello che richiede presenza, attenzione, empatia. Che ci porta a <strong>ri-conoscere le differenze</strong>. Quello che ci mette in contatto profondo con l’altro. E, allo stesso tempo, con noi stessi. E qui casca il comunicatore.</p>
<p>L’ascolto non è solo porta d’accesso alla <strong>conoscenza</strong> <strong>dell’altro e del mondo</strong>. È portone d’ingresso e tappeto rosso alla <strong>conoscenza di sé</strong>. Per aprire questo varco dobbiamo prima <strong>liberarci</strong> dei nostri pregiudizi, delle nostre certezze granitiche, di quell’arroganza sottile che ci fa credere di avere già tutte le risposte. Quindi, una volta spalancato uno spiraglio sul nostro Sé ecco alzarsi a guardia muri di parole non pronunciate che rinforzano la propria zona confortevole e <strong>autodifensiva</strong>.</p>
<p>Ascoltare è processo impervio, che richiede <em>umiltà </em>e<em> coraggio</em>. E se non ci si chiede, anche ora rileggendole, cosa significhino <strong>umiltà</strong> e <strong>coraggio</strong> stiamo esercitando il paradosso dell’ascolto scritto, della <strong>lettura inconsapevole</strong>. Il coraggio di ammettere che non sappiamo tutto. O che forse quello che andiamo ripetendo con tanta solidità non lo ascoltiamo nemmeno noi. Per non esporci a dover ammettere che <strong>«non ci stavamo ascoltando»</strong>.</p>
<p>Socrate è morto e il suo <em>so di non sapere</em> vale come epigrafe della relazione. Frase da cioccolatino filosofico più che monito per motivarsi a riconoscersi nella propria ignoranza.</p>
<blockquote>
<p class="p1">Di fronte all’apparente <strong>consumabilità del sapere</strong> che meraviglia, che stupisce, che spettacolarizza, quanti farebbero un mezzo passo indietro per poter avanzare davvero? Quanti invece si rifugiano nelle <strong>proprie convinzioni</strong> a forma di bolla, evitando accuratamente qualsiasi confronto che possa metterli in discussione? Quanti sacrificano <strong>il meglio</strong> perché vissuto come nemico del «proprio bene»?</p>
</blockquote>
<p class="p1">Non è solo questione di <i>bias di conferma</i>. Cerchiamo – più nolenti che volenti – informazioni e opinioni che rinsaldino sempre più le nostre idee preesistenti, certo. Scartiamo tutto ciò che potrebbe <strong>contraddirle</strong> o anche solo minacciarle, sicuro. Preferiamoi meccanismi rassicuranti anche se limitanti rispetto al rischio di <strong>avere torto</strong>, come no. Probabilmente è anche e soprattutto questione di <strong>arroganza</strong>. Di quell’atteggiamento che si manifesta con un costante disdegno e un’irritante altezzosità. Di quel senso di superiorità nei confronti del <a href="https://www.massimobustreo.it/qual-e-la-pietra-che-sostiene-il-ponte/"><i>prossimo tuo</i></a>. Che altro non è che ciascuno di noi al <strong>secondo ascolto</strong>, se ci prendiamo la <strong>fatica di ascoltarlo</strong>.</p>
<blockquote><p>Possiamo rompere questo circolo vizioso?</p></blockquote>
<p class="p1">Sì. In modo semplice e non facile. Attraverso un ascolto che non sia mera attesa del proprio <strong>turno di parola</strong>: caratteristico di quel silenzio di chi ascolta il proprio interlocutore e lo riempie mentalmente con la <strong>riorganizzazione delle proprie cose da dire</strong> qualche secondo dopo la fine di quello. Un ascolto che sia autentica volontà di comprendere l’altro e la sua identità. Un ascolto che richiede <strong>silenzio interiore</strong>, sospensione del giudizio, apertura mentale. Merce rara. E con molti dazi.</p>
<p class="p1">L’ascolto paradossale, in una conversazione, è abitudine diffusa. Ma deleteria. Ci priva della possibilità di <strong>ampliare i nostri orizzonti</strong>. Di stabilire connessioni profonde. Eppure, senza <strong>ascolto schietto</strong> è impossibile creare qualcosa di veramente nuovo e significativo. Restiamo confinati nel già noto, nel prevedibile, nel limitato recinto delle nostre certezze. E non è forse questa la tomba della <strong>creatività generativa</strong>?</p>
<p class="p1">Ascoltare non significa accettare passivamente tutto ciò che ci viene proposto. Significa <strong>instaurare un dialogo</strong>. Autentico. Significa essere disposti a rivedere le proprie posizioni alla luce di nuove informazioni. Ed esser <strong>disposti a condividere</strong> le proprie idee in modo costruttivo. Non predatorio, come troppo spesso oggi accade.</p>
<p class="p1">Bisogna riscoprire l’<strong>onestà del dubbio</strong>. Non come fonte di paralisi o incertezza cronica. Il dubbio come motore di ricerca sincera. Il dubbio che ci spinge a verificare, a capire. A non accontentarci delle apparenze. <a href="https://www.massimobustreo.it/il-piu-temibile-hacker-della-nostra-mente-noi-stessi/">Che ci libera dalle gabbie</a> dell’arroganza e dell’autosufficienza. Ovvero del farsi bastare a se stessi.</p>
<blockquote><p>Come allenarci all’ascolto autentico?</p></blockquote>
<p class="p1">Con il <strong>tempo</strong> e l’<strong>attenzione</strong> dedicati alle persone che incontriamo, soprattutto nei nostri luoghi di lavoro, di relazione sociale, di affetti<br />
personali. Con la <strong>sospensione</strong> del flusso incessante dei nostri pensieri autogratificanti. Con l’esercizio della <strong>focalizzazione</strong> sull’altro da noi. Con <strong>domande</strong> potenti, sincere, interessate. Con spirito d’<strong>accoglienza</strong>.</p>
<p class="p1">L’ascolto è paradossale in quanto <strong>atto <em>rivoluzionario</em></strong>. <strong>Parte da sé</strong>, per comprendere l’interlocutore. E <strong>torna a sé</strong> e per comprendere il proprio Sé. Per questo è <strong>emotivamente faticoso</strong>. Per alcuni insopportabile come lo è il <a href="https://www.massimobustreo.it/la-comunicazione-e-condivisione/">riconoscere i propri debiti</a>. Non contraddittorio per chi sceglie di lasciar risuonare il rumore – interno ed esterno – invece che lasciarsi sorprendere dalla voce dell’altro. Né per chi ignora quelle voci che minano la visione e l’amor proprio. La <strong>capacità di essere altro</strong> nasce dalla capacità di ascoltare. E ascoltare, in fondo, è il primo <strong>atto creativo</strong> verso la costruzione di un mondo migliore.</p>
<p class="p1">La prossima volta che ci troviamo di fronte al nostro interlocutore, proviamo a fare un piccolo esperimento: ascoltare senza farsi interrompere dal proprio <strong>dialogo interno</strong>. <strong>Non giudicare</strong>. Sostituire il <strong>silenzio attivo</strong> alla preparazione della risposta. E osservare cosa<br />
accade. Potremmo rimanere sorpresi. E scoprire che, vincendo l’ascolto paradossale, stiamo avviando una <strong>comunicazione augurale</strong>. Di certo, il primo passo. Io ti ascolto. Tu mi ascolti. Ecco il vero potere della creatività: <strong>trasformare l’ascolto in azione</strong>. L’incontro in crescita. Il dubbio in ricerca. La parola in <strong>silenzio</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo contributo per <em>TouchPoint Magazine</em> è presente nel nr. 3 di marzo 2025.</p>
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		<title>In principio era il Verbo</title>
		<link>https://www.massimobustreo.it/in-principio-era-il-verbo/</link>
		<pubDate>Sat, 15 Feb 2025 15:17:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Comunicare ad arte significa recuperare il potere della parola. I nostri discorsi non trasmettono solo messaggi, emozioni, storie o esperienze. Le parole generano comportamenti. Le parole hanno il potere di trasformare la realtà. Per questo dobbiamo tornare a farci artigiani della comunicazione. Partendo dal presupposto che è inutile "raccontarci storie": per parlare ai nostri interlocutori dobbiamo riacquistare la capacità di "raccontare Storie".</p>
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				<div class="et_pb_text_inner">
					<blockquote><p>«Quali sono i pilastri dello <strong>storytelling</strong>, così importante per migliorare sia la <strong>comunicazione interna</strong> (con e tra collaboratori e colleghi), sia il <strong>rapporto con i clienti</strong> (reali e potenziali)?»</p></blockquote>
<p>Per rinforzare o conquistare il proprio mercato di riferimento, un’azienda non deve limitarsi a “raccontar storie” in modo generico o astratto. Deve imparare a “<strong>raccontare la propria storia</strong>”. E a farlo in maniera autentica. Ciò significa esprimere con chiarezza chi si è, quali valori sostengono il proprio lavoro, e <strong>cosa ci rende unici, originali e irripetibili</strong>. Ovvero qual è la nostra <em><strong>purpose</strong></em>, ovvero l’<strong>impronta</strong> – come mi piace tradurre tale importante colonna identitaria – del nostro esserci nel mercato. Per un’azienda comunicare la propria storia è ancora più cruciale: i valori come l’impegno, il cambiamento, la salute, la crescita personale, il lavoro su di sé, il monitoraggio dei risultati devono riflettersi in ogni dettaglio. Rendere il racconto aziendale una vera esperienza condivisa e condivisibili parte da qui. Non si tratta solo di conquistare i clienti come pirati all’arrembaggio che serrano tra i denti modelli retorici e strumenti di marketing. Attraverso il “come comunichiamo” si tratta di conquistare in primis chi lavora all’interno dell’azienda, per farlo sentire <strong>coinvolto</strong> in una narrazione più ampia e significativa. Un po’ come nel monologo del capitano Jack “Lucky” Aubrey della H.M.S. (<em>Master and Commander</em>).<br />
Il racconto di sé deve <strong>partire dall’interno</strong>: dal senso di appartenenza e dall’ispirazione che i collaboratori stessi provano nel far parte di un’organizzazione che promuove il benessere. Da qui costruire una narrazione coerente tra comunicazione interna e comunicazione esterna. Ogni promessa fatta al cliente deve corrispondere a ciò che realmente accade ogni giorno all’interno delle mura aziendali. Una storia ben narrata – con autenticità e passione – diventa così un collante che lega i collaboratori, rende il team più unito e permette di costruire relazioni di fiducia con i clienti.</p>
<blockquote><p>«Come sensibilizzare e formare i propri collaboratori per renderli “narratori” migliori?»</p></blockquote>
<p>Con motivazione, allenamento e costanza. Sappiamo quanto sia importante trasformare i propri collaboratori nei primi ambasciatori della propria esperienza. Ma affinché ciò avvenga, è fondamentale <strong>sensibilizzarli e formarli</strong> perché possano essere narratori autentici e convincenti. La <strong>formazione</strong>, in questo senso, diventa un percorso continuo che va oltre il semplice trasferimento di informazioni: serve a costruire una <strong>consapevolezza comune</strong> e a <strong>condividere valori</strong>, quelli che rappresentano l’anima dell’azienda.<br />
Un metodo efficace è coinvolgere il team nella vita dell’azienda. Fare in modo che ciascuno possa raccontare la propria esperienza personale in relazione ai valori dell’organizzazione. Quando un collaboratore vive il cambiamento e il miglioramento del cliente come se fossero propri, allora il suo racconto sarà autentico, spontaneo e coinvolgente. Creare occasioni per raccontare le storie di trasformazione vissute dai clienti stessi, discuterne apertamente, condividere desideri e bisogni: sono modi per far sì che ogni collaboratore senta di far parte di qualcosa di più grande e possa trasmettere questa emozione al pubblico. Un’emozione che ha bisogno di contenuti, strumenti e strategie. E molto allenamento.</p>
<blockquote><p>«Quali sono i fattori determinanti per far sì che la storia che si racconta sia autentica e convincente?».</p></blockquote>
<p>Una storia aziendale autentica non può nascere da slogan, da promesse non mantenute, da parole consumate, da motivazioni scostumate. Una storia aziendale autentica e convincente deve fondarsi su una <strong>coerenza</strong> radicale: ogni parola, ogni messaggio, ogni azione dell’azienda deve <strong>rispecchiare la sua identità</strong>. La trasparenza è un ingrediente imprescindibile: raccontare non solo i successi, ma anche le difficoltà, le sfide e i percorsi accidentati rafforza la percezione di autenticità e costruisce una relazione di fiducia con i clienti, che vedono un’azienda reale, fatta di persone.<br />
Allo stesso tempo, è importante che la storia non sia fine a se stessa, ma viva attraverso il <strong>coinvolgimento</strong> diretto dei clienti. Il cliente è il co-protagonista della narrazione: ogni esperienza vissuta, ogni trasformazione personale, ogni conquista è una pagina nuova di questo racconto, che evolve in modo dinamico e si arricchisce di sfumature e dettagli – e anche di critiche e di dubbi, la cui comunicazione va gestita con cura e pari attenzione –, facendo sì che ciascuno si senta parte di un viaggio condiviso. Ascoltare i feedback e includere le esperienze dei clienti nella propria narrazione permette all’azienda di mostrarsi in continua evoluzione e di dare valore alla crescita collettiva.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Continua a leggere <a href="https://www.forumclub.it/it/news/principio-era-il-verbo-la-parola-massimo-bustreo">qui l&#8217;intervista</a> di Davide Venturi, condotta per <em>Il Campo</em> in occasione del <em><strong>26° ForumClub Congress</strong></em>, Bologna 12 febbraio 2025.</p>
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		<title>Babbo Natale vi ha fatti più buoni?</title>
		<link>https://www.massimobustreo.it/babbo-natale-vi-ha-fatto-piu-buoni/</link>
		<pubDate>Tue, 19 Nov 2024 19:15:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Bisogna allenarsi a fare il bene: la generosità va manutenuta. Nelle dinamiche relazionali entrano in gioco l’immagine di sé, l’autostima, il sentimento di colpa nel temere di fare del male agli altri con le proprie decisioni. A molti non piace essere visti come professionisti duri, colleghi insensibili, persone cattive.</p>
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					<p>C’era una volta&#8230; il piccolo villaggio di Natale. Sì, proprio <em>il</em>, mica <em>un</em>. Quel villaggio dove <strong>a Natale si è tutti più buoni</strong>. I vicoli e le strade risplendevano di luci colorate. Nell’aria si respiravano profumi di pan speziato. Ogni passo era avvolto da carezze di dolci appena sfornati. Ogni giro di lancette vedeva le piazze affollarsi di persone che scambiavano sorrisi e auguri. Auguri e sorrisi. Tutti felici d’incontrarsi. E di riconoscersi. Come se un’<strong>atmosfera magica</strong> avesse trasformato ognuno in una versione più gentile di sé stesso. Nella calda e accogliente casa di Ada, una ragazzina dai riccioli d’oro, la famiglia si stava preparando per la <strong>cena di Natale</strong>. Il padre cantava allegro mentre impastava il pane, tenendo d’occhio il rosolare sui fornelli. La madre aggiustava l’allineamento delle decorazioni sull’albero, oscillando testa e spalle in una danza silenziosa. Il fratellino Otto giocava entusiasta con i suoi nuovi regali. Scambiando sguardi d’intesa e complicità con Ebe, la sorella più grande, a ogni suo sollevar il capo dalla lettura di quel tanto atteso saggio che voleva approfondire per la sua tesi in management. Ada ascoltava quell’armonia rassicurante. C’era tutto. Ed <strong>era tutto perfetto</strong>. Come se la gentilezza fosse un contagio invernale diffuso nell’aria. Ma tutto questo <em>c’era</em>. Perché mica <em>c’è</em> più. Come spesso accade, <strong>quando ciò che appare lascia spazio a ciò che è</strong>. Dopo cena, Ada si ritirò nella sua camera. Una matita in mano, un foglio color latte davanti a sé.</p>
<blockquote>
<p>«<strong>Caro Babbo Natale</strong>, oggi abbiamo aperto i doni che hai portato. Ed è stato un giorno meraviglioso. Ma… mentre guardavo intorno a me, mi son accorta che forse non tutti sono così buoni come sembrano. Ho visto rubare un biscotto dalla tavola dei dolci lasciando qualcuno senza. Ho sentito una risata invidiosa provenire dalla stanza accanto. Ho visto regali fatti per fare pace. E altri per un buon voto preso a scuola…».</p>
</blockquote>
<p>Ada continuava a scrivere. E più scriveva più i propri pensieri si ribaltavano.</p>
<blockquote>
<p>«Quindi, caro Babbo Natale… davvero trasformi le persone in individui migliori? O forse sei solo una grande illusione collettiva vestita di rosso?».</p>
</blockquote>
<p>Mentre chiudeva con cura la lettera per sistemarla sotto l’albero, Ada si rese conto che la <strong>gentilezza</strong> non era automatica solo perché era Natale. <strong>La bontà richiede sforzo</strong>. Ha bisogno di <strong>consapevolezza</strong>. E del <strong>desiderio</strong> sincero di esser gentili. Così Ada decise che, per rendere davvero speciale quel giorno, avrebbe dovuto impegnarsi ad esser gentile ogni giorno dell’anno.</p>
<blockquote>
<p>«Bisogna allenarsi a fare il bene: la generosità va manutenuta»</p>
</blockquote>
<p>aveva letto poche righe prima Ebe</p>
<blockquote>
<p>«Nelle relazioni professionali, ogni nostro interlocutore non è solo una risorsa. Non è solo un mezzo utile a conseguire l’obiettivo organizzativo. Ognuno è prima di tutto <strong>una persona unica, originale e irripetibile</strong>. Una persona con un proprio progetto esistenziale e lavorativo. Così in ogni relazione interpersonale siamo oggetti e <strong>soggetti di sentimenti ambivalenti</strong>. Il desiderio di stima, il bisogno di affetto e la necessità del consenso a volte si realizzano rendendo ostensibili i risultati positivi conseguiti nei compiti. A volte si realizzano estendendo il successo delle dinamiche relazionali. Qui entrano in gioco l’immagine di sé, l’autostima, il sentimento di colpa nel temere di fare del male agli altri con le proprie decisioni. A molti non piace essere visti come professionisti duri, colleghi insensibili, persone cattive».</p>
</blockquote>
<p>E qui Ebe aveva sollevato lo sguardo verso il papà.</p>
<blockquote>
<p>«Per questo, più che per educazione, evitiamo di dire e fare cose che possono risultare sgradite ai propri interlocutori»,</p>
</blockquote>
<p>lesse pensando alla sua mamma. Ecco – pensò fulminea Ebe – tendiamo a considerare <strong>“buono”</strong> chi privilegia le relazioni, chi difende le persone anche a scapito dei risultati e delle azioni di lavoro. E a considerare <strong>“cattivo”</strong> chi privilegia il compito di lavoro e i risultati a scapito delle persone. Sicuramente – Ebe ne era sempre più convinta – è da qui che nasce la preoccupazione principale del capo degli aiutanti di Babbo Natale: ciò che sta più a cuore a chi svolge funzioni direttive è di essere considerato buono o cattivo. O di apparire, <strong>oltre ogni dubbio di irragionevolezza</strong>, buono o cattivo.</p>
<blockquote>
<p>«E così, dopo che mese dopo mese i nostri luoghi di lavoro sono il palcoscenico di un <strong>sistema di valori</strong> guidato da quella cultura che Franco Fornari definisce <strong>paterna</strong> e volta a sostenere e promuovere meriti, competenze e differenze, ecco il cambio scena dell’ultima settimana dell’anno! Via alle quinte di quella che lo stesso psicoanalista definisce cultura<strong> materna</strong> e caratterizzata da una prevalenza affettiva centrata sui bisogni, sull’accompagnamento dei più necessitanti e sui sentimenti di uguaglianza. Un avvento che oggi abbandona la valorizzazione dei meriti e delle competenze a favore di una tutela dei bisognosi. Dell’appianamento delle differenze. Del diamo a tutti, perché siamo – appunto – più buoni».</p>
</blockquote>
<p>Che detto sotto l’albero – sussurrò tra i denti la saggia Ebe – è come se nei nostri luoghi lavorativi ci si aspettasse che il regalo da scartare sia oggi l’epifania di colleghi, capi e collaboratori che, abbandonate le vesti di meritocratici paladini delle competenze e del raggiungimento dei risultati, vestano gli abiti benevoli dei paladini delle relazioni interpersonali. Riprese in mano il libro.</p>
<blockquote>
<p>«Cosa distingue oggi il bene dal male? Chi guida le nostre opinioni su cosa sia <strong>giusto</strong> e cosa sia <strong>ingiusto</strong>? Come controlliamo le nostre<strong> percezioni</strong> per poter dire cosa sia equo e cosa sia iniquo? Anche in una società che finge di credere sempre meno a Babbo Natale, che s’illude di trasformare le <strong>dinamiche del dono</strong> in mutui affari per chi dà come per chi riceve, che ha assistito attonita al tramonto dei valori ritenuti immutabili dalla nostra tradizione, la percezione di cosa sia buono e di cosa sia cattivo rimane il fattore chiave. Una leva interpretativa capace di influenzare i nostri comportamenti. La nostra soddisfazione nell’agire il ruolo che abbiamo. La motivazione con cui facciamo il lavoro che facciamo. La nostra capacità individuale. Il nostro modo di stare nei gruppi di lavoro».</p>
</blockquote>
<p>Ma allora ha ragione Ada – urlò Ebe facendo tremare tutta la famiglia – conviene, quando serve, <strong>saper essere</strong> anche cattivi! Corse su per le scale. Entrò in camera sua. Aprì rapida tre cassetti prima di trovare quel foglio di carta da lettere. Si sedette alla scrivania. Sfoderò la stilografica delle grandi occasioni. Fece un gran respiro e scrisse la sua di lettera:</p>
<blockquote>
<p>«<strong>Caro Babbo Natale</strong>, ti chiedo di farmi diventare una manager. Un manager cattivo. Perché il mondo è pieno di gente buona. E tu solo sai quanto danno fa».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
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<p><span style="font-size: 10pt;">Nota: questo articolo è uscito nella rubrica <em>Creattivamente</em> di <a href="https://www.touchpoint.news/tag/magazine/">TouchPoint Magazine</a>, nr. 10, 2023-24 (pp. 10-11).</span></p>
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		<title>Qual è la pietra che sostiene il ponte?</title>
		<link>https://www.massimobustreo.it/qual-e-la-pietra-che-sostiene-il-ponte/</link>
		<pubDate>Tue, 12 Dec 2023 10:06:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Cosa sostiene la relazione tra persone che fanno parte di un gruppo? Uno spazio in cui scoprire nuove prospettive e connessioni, aprendo la strada a nuove opportunità di crescita e comprensione. Un luogo tensivo che offre quanto serve per la trasformazione personale. Esperienza essenziale nella nostra ricerca di significato e realizzazione sociale e comunitaria.</p>
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					<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>Non è detto che Kublai Kan creda a tutto quel che dice Marco Polo quando gli descrive le città visitate nelle sue ambascerie, ma</p></blockquote>
<p>d’altra parte, da qualche altra parte, è pur sempre una questione di <strong>fiducia</strong>. Non credete anche voi? Fiducia e credito. Due dimensioni intimamente intrecciate nelle <strong>relazioni umane</strong> in cui credere. Relazioni complesse, queste. In un mondo caratterizzato da informazioni in continua evoluzione, la fiducia diventa un <strong>atto di equilibrio</strong> delicato. E la credenza un passo pesante che richiede <strong>attenzione</strong>. Qui lo scetticismo dell’interlocutore ci ricorda il nutrimento della fiducia: le relazioni si costruiscono su di un patto fiduciario reciproco e si nutrono di quel sano discernimento che sta alla base della <strong>diffidenza</strong>, se</p>
<blockquote><p>certo l’imperatore dei tartari continua ad ascoltare il giovane veneziano con più curiosità e attenzione che ogni altro suo messo o esploratore.</p></blockquote>
<p>Eccola, la fiducia come <strong>processo dinamico</strong>. Ben più complesso del compito del riferire dimesso. Ben più audace del ricognitore che procede per sommi capi. Eccola, la fiducia basata sulla valutazione continua delle <strong>informazioni</strong> e delle <strong>azioni</strong> degli altri. Quella che solo attraverso la comprensione profonda e la trasparenza reciproca può essere coltivata in modo autentico nelle interazioni umane. Perché ambasciator non porta pene ma porta <strong>prove</strong>.</p>
<blockquote><p>Nella vita degli imperatori c’è un momento, che segue all’orgoglio per l’ampiezza sterminata dei territori che abbiamo conquistato,</p></blockquote>
<p>un momento che nasce di <strong>contrasto</strong>. Un momento in cui l’<strong>umiltà</strong> emerge come virtù essenziale. Questo momento segna una profonda riflessione sulla vulnerabilità umana e sulla transitorietà del <strong>potere</strong>. L’umiltà richiede un riconoscimento dell’infinitesimale dimensione dell’individuo di fronte all’immensità dell’universo. Davanti al quale nulla è l’ampiezza del <strong>proprio governo</strong>. Ma è un nulla che, accettato con umiltà, implica una <strong>connessione empatica</strong> con gli altri. Comprendendo che ognuno di noi è solo un piccolo ingranaggio di un meccanismo più grande. È attraversando l’umiltà, infatti, che i leader possono scoprire la <strong>saggezza</strong> più profonda, quella che sta nella capacità di apprendere dagli altri. Di <strong>ascoltare</strong>. E di riconoscere un’umanità condivisa, con cui ispirare attraverso l’esempio e la gentilezza e sostituirsi</p>
<blockquote><p>alla malinconia e al sollievo di sapere che presto rinunceremo a conoscerli e comprenderli;</p></blockquote>
<p>perché anche al leader più saggio la comprensione totale è spesso fuori dalla propria portata. La <strong>complessità delle relazioni</strong> <strong>e nelle relazioni</strong> è densa di misteri, di domande senza risposta, di indizi ingannevoli. Accettare la nostra limitata comprensione del mondo può portare a una pace interiore. Rinunciare alla ricerca ossessiva della conoscenza assoluta può liberarci dal peso dell’<strong>incertezza</strong>. Accogliere il <strong>limite</strong> permette di abbracciare il mistero e apprezzare la bellezza dell’incomprensibile. E di godere del suo fascino che deriva non da una rinuncia vissuta come atto d’ignoranza, quanto piuttosto da una saggezza agita nel ritrovare contezza nei propri limiti e <strong>contentezza nell’imperfetto</strong>. Fino a poter assaporare</p>
<blockquote><p>un senso come di vuoto che ci prende una sera con l’odore degli elefanti dopo la pioggia e della cenere di sandalo che si raffredda nei bracieri;</p></blockquote>
<p>chiedetelo a un musicista: cosa è il <strong>vuoto</strong> se non musica silenziosa tra due note? cosa è il <strong>silenzio</strong> se non una pausa, quiete in mezzo alla frenesia del mondo che urla? cosa è una<strong> pausa</strong> se non l’occasione per dare senso alle nostre emozioni e ai pensieri più profondi. E chiedete sempre allo stesso musicista: cosa può anche essere il vuoto se diverso da questo? Il <strong>luogo</strong> in cui evocare sentimenti di perdita e solitudine, di minaccia e paura, di disorientamento e perdita di centratura. Tuttavia, è proprio in questo spazio vuoto che dobbiamo scoprire nuove <strong>prospettive e connessioni</strong>, aprendo la strada a nuove opportunità di crescita e comprensione. Il vuoto che odora di fertile terreno per l’auto-riflessione e la <strong>trasformazione</strong> personale. Esperienza essenziale nella nostra ricerca di significato e realizzazione. Anche a rischio di provare</p>
<blockquote><p>una vertigine che fa tremare i fiumi e le montagne istoriati sulla fulva groppa dei planisferi, arrotola uno sull’altro i dispacci che ci annunciano il franare degli ultimi eserciti nemici di sconfitta in sconfitta, e scrosta la ceralacca dei sigilli di re mai sentiti nominare che implorano la protezione delle nostre armate avanzanti in cambio di tributi annuali in metalli preziosi, pelli conciate e gusci di testuggine:</p></blockquote>
<p>c’è forse leader che non abbia mai provato una vertigine che minasse la propria <strong>percezione</strong> del mondo? Le fondamenta delle proprie conquiste? La propria stabilità? È la complessità del tutto che mostra la fragilità delle scrostate ambizioni umane. Ossessioni di grandezza e di <strong>controllo</strong>. Un’umanità relazionale che si tende tra <strong>debito e credito</strong>, fin che</p>
<blockquote><p>è il momento disperato in cui si scopre che quest’impero che ci era sembrato la somma di tutte le meraviglie è uno sfacelo senza fine né forma, che la sua corruzione è troppo incancrenita perché il nostro scettro possa mettervi riparo, che il trionfo sui sovrani avversari ci ha fatto eredi della loro lunga rovina.</p></blockquote>
<p>Il tutto è di più della somma delle singole parti. Il tutto è un <strong>sistema complesso</strong>, un intreccio di entità minime, <strong>differenti e originali</strong>, che interagiscono fra loro. È necessario analizzarlo come sistema. Analizzarne la forma complessa e complessiva. Spesso celata.</p>
<blockquote><p>Solo nei resoconti Marco Polo, Kublai Kan riusciva a discernere, attraverso le muraglie e le torri destinate a crollare, la filigrana d’un disegno così sottile da sfuggire al morso delle termiti.</p></blockquote>
<p>Con un obiettivo: prendere <strong>consapevolezza</strong>. Di cosa? Dell’effetto che tali interazioni hanno fra di esse e che va ben al di là delle caratteristiche dei singoli elementi. Come? Concentrandosi sulla <strong>contrapposizione</strong> che genera significato. Sulle caratteristiche che derivano dalla <strong>relazione</strong> granulare tra i membri di una <strong>comunità</strong>. Perché?</p>
<blockquote><p>Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra.<br />
– Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? – chiede Kublai Kan.<br />
– Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra − risponde Marco, − ma dalla linea dell’arco che esse formano.<br />
Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo. Poi soggiunge: – Perché mi parli delle pietre? È solo dell’arco che m’importa.<br />
Polo risponde: – Senza pietre non c’è arco.</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: 10pt;">Nota: questo articolo è un personale e affettuoso omaggio a <em>Le città invisibili</em> (1972) di Italo Calvino ed è uscito nella rubrica <em>Creattivamente</em> di <a href="https://www.touchpoint.news/tag/magazine/">TouchPoint Magazine</a>, nr. 9, 2023 (pp. 10-11).</span></p>
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		<title>A Natale son tutti più buoni</title>
		<link>https://www.massimobustreo.it/a-natale-son-tutti-piu-buoni/</link>
		<comments>https://www.massimobustreo.it/a-natale-son-tutti-piu-buoni/#respond</comments>
		<pubDate>Tue, 20 Dec 2022 13:05:09 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Ogni negozio, ogni supermercato, ogni bancarella del paesello abbellito a festa ne offre almeno uno. Basta avere naso per gli affari. Occhio per i messaggi pubblicitari. Vestiti sempre uguali tra sottrazioni, moltiplicazioni, percentuali e prezzi ribassati. E l’orecchio educato. A resistere ai jingle di seducenti sirene del mercato capaci di risucchiare meglio di Cariddi.</p>
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					<p>In questo periodo lo si capisce a <strong>naso</strong>. Non solo perché diventa più freddo e tendente al rosso. O esplode in starnuti incontrollabili, come ne fosse allergico. È un meccanismo di difesa naturale, si sa. Lo si capisce dal profumo inconfondibile che aleggia a mezz’aria.</p>
<p>E poi lo si intuisce pure a <strong>occhio</strong>. Sì, perché siamo più attenti ai particolari, non l’avete notato anche voi? Nulla sfugge alla nostra attenzione. O almeno così crediamo, ma questa è un’altra storia. D’altra parte, con quel costume così riconoscibile non è tanto da un particolare che lo si giudica. Anche se chi se li trova davanti &#8211; perché son sempre più d’uno &#8211; ne scruta anche il più piccolo segnale che riveli minacce di fregatura. O promesse di vantaggi sorprendenti.</p>
<p>Ma anche tendendo l’<strong>orecchio</strong> si comprende che è giusto dietro l’angolo. Un tintinnio continuo. Insistente e persistente. Un musica già sentita, più e più volte. Anzi, sempre: ogni volta che arriva. Un tormentone, possiamo dirlo. Un suono caratteristico che conosciamo bene. Ormai è una <strong>tradizione</strong>, dicono in molti. Anche se altri non son d’accordo. Ma ci credono lo stesso.</p>
<p><span style="font-size: large;"><em><strong>Arrivano i buoni</strong></em></span></p>
<p>Insomma, lo si capisce: a Natale arrivano i <em>buoni</em>. Anzi, sempre <em>più buoni</em>. Ogni negozio, ogni supermercato, ogni bancarella del paesello abbellito a festa ne offre almeno uno. Basta avere naso per gli <strong>affari</strong>. Occhio per i messaggi pubblicitari. Vestiti sempre uguali tra sottrazioni, moltiplicazioni, percentuali e prezzi ribassati. E l’orecchio educato. A resistere ai jingle di seducenti sirene del mercato capaci di risucchiare meglio di Cariddi.</p>
<p>Si avvicinano le festività natalizie. Con i loro <strong>riti e virtù</strong>. E annunciati dagli economisti classici, arrivano i <em>buoni affari</em>. Perché la riduzione dei prezzi spinge al consumo, dicono. Gli sconti spingono al consumo, dicono. La massimizzazione dell’utilità spinge al consumo, dicono.</p>
<blockquote><p>E in tutto questo spingi-spingi passano avanti le nostre decisioni irrazionali, altro che buoni affari. Dicono gli psicologi del consumo.</p></blockquote>
<p>Partecipare a un <strong>rito consumistico</strong>, affaticarsi nelle gare all’ultimo sconto, svalutare l’impatto di un piccolo acquisto dopo averne fatto uno grande, o ritenere, per effetto alone, vantaggiose anche offerte svantaggiose: ecco che si scioglie come neve al sole la razionalità delle nostre decisioni. Davanti alla chimera dei buoni affari è come se il nostro sistema cognitivo andasse in black out. Lasciando così spazio di manovra al <strong>Black Friday</strong>. Per quali motivi, infatti, il 70% della popolazione, e con irrilevanti differenze di reddito, si tuffa negli acquisti in tale occasione? Cosa c’è di razionale nello <strong>spendere tempo ed energie</strong> nel comprare un prodotto con uno sconto dall’impatto insignificante rispetto al proprio patrimonio? Perché acquistare qualcosa di cui non si ha affatto <strong>bisogno</strong>? Oggetti tecnologici, accessori di moda, articoli di design messi nel carrello a colpi di clic sono un <em>buon</em> affare? O rappresentano piuttosto un ottimo esempio di quei subdoli e potenti <strong>meccanismi psicologici</strong> tra i più studiati dagli economisti comportamentali?</p>
<p><span style="font-size: large;"><em><strong>Dietro ai buoni affari</strong></em></span></p>
<p>Davanti alla possibilità di fare un <em>buon</em> affare, oltre al piacere per l’acquisto esiste un piacere in più. Questo deriva dalla sensazione di <em>aver fatto un affare</em>. E affonda le sue radici nelle <strong>dinamiche affettive</strong>. Nel sentimento di <strong>autostima</strong>. Nel potere dell’<strong>emotività</strong>. È infatti l’esito emotivo del rapporto che esiste tra l’aumento del piacere del possesso del bene e la possibilità di contenere il <strong>dolore del pagamento</strong> a determinare l’acquisto. Un dolore ridimensionato se percepito come vantaggioso rispetto a un prezzo iniziale. Meglio se barrato con un bel segno rosso come l’abito del suo main sponsor.</p>
<blockquote><p>Figuriamoci poi quando questo <strong><em>pain of paying</em></strong> è polverizzato con un clic dai pagamenti smaterializzati, dai colpi di clic compulsivi o dai buoni che nemmeno lontanamente ricordano un legame con quel mezzo di pagamento chiamato denaro.</p></blockquote>
<p>Ma è ancor più l’esito emotivo che si attiva dalla percezione di aver trovato il buon <em>affare</em> <strong>a fare la differenza</strong>. Comprare a una cifra vantaggiosa provoca nel consumatore un piacere aggiuntivo. Che si somma al piacere dell’acquisto. Fa stare meglio: rinforza la considerazione di sé, fa sentire più scaltri, illude d’essere più intelligenti. E così si crede di diventar più bravi a fare i buoni. Affari.</p>
<p>Forse il Black Friday non si chiama <em>black</em> solo per il colore dell’inchiostro con cui un tempo sui libri contabili s’annotavano i buoni ricavi. Le <strong><em>buone</em> risorse</strong>. Forse black è anche il colore della lista in cui oggi s’annotano i cattivi nel <strong>mondo dei buoni</strong>. Perché sotto la lista dei buoni ci vogliono finire pure quelli che il giorno prima &#8211; il giorno del Ringraziamento &#8211; si son dimenticati di ringraziare. Facendo la <strong>figura dei cattivi</strong>. E quale miglior occasione di recuperare ingraziandosi il cielo attraverso questo rito collettivo del credito?</p>
<p>Forse oggi il Black Friday dovrebbe colorarsi di verde. No, non il verde dell’abito originale di quel corpulento e barbuto signore che ispirò il <em>Canto di Natale</em> in cui <strong>Charles Dickens</strong> rappresentò lo spirito della <strong>bontà del Natale</strong>. Bontà sua. Verde come il colore del semaforo che comunica il via a una gara consumeristica della durata di intere settimane di sconti, prezzi al ribasso ed emozioni al rialzo. E a tempo. Che con l’avvento di Internet il suo mercato è ritmato dalle scadenze dei Cyber Monday, i Shopping Thursday, i Gift Wednesday, i Sold-out Tuesday. Che mica c’è tempo per vivere l’altro avvento. E i guadagni ringraziano. Perché i buoni affari son sempre più <em>buoni</em> per qualcuno.</p>
<p><strong><em>T</em></strong><span style="font-size: large;"><em><strong>empo di esser cattivi</strong></em></span></p>
<blockquote><p>Oggi non c’è tempo per agire. Presi dalla chiusura dell’anno, dai programmi da definire, dai rapporti da non dimenticare, dagli incontri da recuperare: la mancanza di tempo mette fretta. E un <em>affare</em> appare così un <em>buon affare</em> solo prima che diventi troppo tardi.</p></blockquote>
<p>E oggi non c’è tempo per pensare. Presi dal fare, dalla necessità di difendersi dalle valanghe d’informazioni, dal gelo delle relazioni, dalle scadenze scottanti da rispettare, dalle influenze del mercato: un pensiero troppo veloce sostiene scelte esclusive che non permettono di pensarci due volte. E un affare appare così un <em>buon affare</em> solo per me. Ora.</p>
<p>Questo è il momento buono per esser cattivi, con se stessi. Allenandosi ad esser insensibili alle sirene del consumo. Maldisposti nei confronti dell’impulso a cedere ai richiami maliardi di bisogni insensati. Per diventare prigionieri di una gabbia di valori comportamentali e relazionali più consapevoli e responsabili. Resistenti alle decisioni volute da altri. E autori invece delle proprie scelte. Egoisti. Per far del bene.</p>
<p>È da questa responsabile consapevolezza che possiamo allora aggiungere una postilla alla nostra letterina da appendere alla stella cometa:</p>
<blockquote><p>«E per piacere non dimenticare, caro Babbo Natale, di metter sotto l’albero anche le istruzioni perché io possa orientare il mio comportamento in una direzione più sensata. PS: A Natale son tutti più buoni. Assaggiali e vedrai!».</p></blockquote>
<p><span style="font-size: 10pt;">Nota: questo articolo è uscito nella rubrica <em>Creattivamente</em> di <a href="https://www.touchpoint.news/tag/magazine/">TouchPoint Magazine</a>, nr. 10, 2022-23 (pp. 10-11).</span></p>
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		<title>Fare Ordine per il Futuro</title>
		<link>https://www.massimobustreo.it/fare-ordine-per-il-futuro/</link>
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		<pubDate>Mon, 21 Dec 2020 16:34:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Il simbolico passaggio di data è per molti l’occasione per fare bilanci. Progettuali, economici, relazionali, emotivi. E rilanciare i buoni proposti rimasti inevasi. Oggi probabilmente con una ragione in più per farlo. Per questo è bene imparare a ricordare. Lavorare sulla consapevolezza, sulla capacità di adattamento e sulla creatività. Per permetterci di poter fare ordine nel nostro presente per progettare al meglio il futuro.</p>
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					<p>Il simbolico passaggio di data è per molti l’occasione per fare <strong>bilanci</strong>. Progettuali, economici, relazionali, emotivi. E rilanciare i <strong>buoni proposti</strong> rimasti inevasi. Oggi probabilmente con una ragione in più per farlo. Una ragione che ha trasformato la realtà, in modo inaspettato. Che ha esasperato <strong>emozioni</strong>, <a href="https://www.massimobustreo.it/ragione-e-sentimento-di-fronte-allincertezza/">ragione e sentimenti</a>, paure e speranze, esigenze e bisogni. Non solo per il futuro che non è più quello di una volta. Ma soprattutto nel modo di vedere il <strong>presente</strong>. Anche questo molto lontano da quello che era sempre stato. Come possiamo fare dunque ordine nel nostro presente per progettare al meglio il nostro futuro?</p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-size: x-large; font-weight: normal;"><strong><em>Ricordarsi della consapevolezza</em></strong></span></p>
<p>Da un punto di vista psicologico, fare un bilancio significa prendere <strong>consapevolezza</strong>. Fermarsi a riflettere su di sé. Comprendere come abbiamo reagito ad eventi e cambiamenti. Cosa è riuscito e cosa è mancato al raggiungimento dei nostri <strong>obiettivi.</strong> Significa prendere atto di cosa siamo disposti a <strong>rinunciare</strong> per stare meglio. Oggi più che mai. Oggi, nonostante noi.  Per fare questo è indispensabile <strong>ricordare</strong>. Ma per procedere, qui bisogna fermarsi.</p>
<blockquote>
<p><em>Fermati, davvero. E fai questo rapido esercizio mentale. Guarda dentro la tua mente, come fosse un luogo. Uno spazio in cui puoi entrare. Una stanza da esplorare. Sei entrato? Ora arriva là dove c’è quell’archivio chiamato </em>memoria<em>. Come è questo archivio? A cosa assomiglia? Un raccoglitore? Una biblioteca? Un magazzino? Una soffitta? Una valigia? Oppure assomiglia a un elaboratore elettronico? Una plancia di comando? Un impianto industriale? Una caverna? Una foresta? O cos’altro?</em></p>
</blockquote>
<p>Mi son ricordato di questo esercizio, suggerito da <a href="https://nuovoeutile.it/ricordare-per-creare">Annamaria Testa</a> qualche tempo fa. Un&#8217;idea di memoria non in termini astratti. Ma come percezione consistente. Un’analogia visiva. Un <strong>luogo da vivere</strong>.</p>
<p>Uno degli strumenti che abbiamo per poter elaborare una difficoltà è recuperare nella nostra memoria dei <strong>ricordi positivi</strong> che caratterizzano la nostra vita e le nostre esperienze. Rievocarli contribuisce, in un certo modo, a riviverli e di conseguenza a librare quelle sensazioni positive che hanno caratterizzato il tempo in cui tali esperienze si erano realizzate.</p>
<p><span style="font-size: x-large; font-family: Roboto Light;"><em><strong>Ricordarsi della progettualità</strong></em></span></p>
<p>La memoria è un sistema complesso. Anzi, ci sono <strong>le memorie</strong>. Memorie a breve termine: leggo queste righe e mi ricordo il titolo il tempo di digitarlo su un messaggio per suggerirlo ad un amico. Memorie a lungo termine: recito una poesia imparata da bambino. Memorie procedurali: avvio in sequenza le funzioni per aprire un documento sul computer. Memorie autobiografiche: i ricordi della mia vita. Memorie sensoriali: un odore che mi riporta a una relazione, a un luogo o a un’emozione. Memorie semantiche: comprendo parole, enunciati, idiomi. E poi ci sono memorie che lavorano con la creatività. Memorie che facilitano l’inventiva. Memorie che evolvono e cambiano. E false memorie.</p>
<blockquote>
<p>La memoria è il ricordo di un passato che sta <strong>davanti a noi</strong>, non dietro di noi. Una storia che si può ripercorrere e che può rigenerare.</p>
</blockquote>
<p>Il potere della memoria, in tal senso, può essere terapeutico. Ma soprattutto ci permette di <strong>progettare</strong> il futuro. Ecco l’importanza della memoria presente nel monito ebraico «Ricorda!». Il ricordo è bagaglio, è coscienza di ciò da cui proveniamo, ma anche <strong>patrimonio</strong> per <a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?Id=24656">affrontare il presente e progettare il futuro</a>. Un futuro che oggi non è più quello di una volta.</p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-size: x-large; font-weight: normal;"><em><strong>Ricordarsi dell&#8217;adattamento</strong></em></span></p>
<p>Se è vero, com’è vero, che dopo una malattia tendiamo a dimenticarci del dolore provato per poter sopravvivere al meglio al presente rinnovato in cui ci troviamo, nella nuova quotidianità è importante costruire una <strong>memoria futura</strong>. Una memoria che non svanisca con l’uscita da questa condizione in cui siamo stati messi, nonostante noi, di fronte a nuove gerarchie di valori, a dubbi sulle norme consolidate, a un <strong>ridimensionamento</strong> continuo di certezze personali, economiche e sociali.</p>
<p>La memoria che dobbiamo costruire deve partire dalla riorganizzazione di vecchi paradigmi comportamentali. Deve esser capace di costruire &#8211; ora, ma ancora di più dopo &#8211; <strong>nuovi paradigmi</strong> di vita, di comportamento, di comunità, locale quando globale. Personale quanto sociale.</p>
<blockquote>
<p>Come fa il nostro <strong>sistema immunitario</strong>, così dobbiamo costruire la memoria di quanto minaccia il nostro benessere e la nostra sopravvivenza.</p>
</blockquote>
<p>Non solo per poter far fronte ai nuovi e certamente differenti rischi che ancora arriveranno dall’esterno. Ma per poter e <strong>saper modificare</strong> dall’interno comportamenti, emozioni, valori e regole che ci garantiscono di essere più idonei al mondo che ci aspetta.</p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-size: x-large; font-weight: normal;"><em><strong>Ricordarsi di prendere appunti</strong></em></span></p>
<p>Ci sono delle cose che è bene appuntarsi. Così domani, passato il presente, il <a href="https://www.massimobustreo.it/linvenzione-del-tempo/">tempo</a> non annullerà questa memoria.  Apriamo il <strong>taccuino</strong> e annotiamo.  La differenza tra rispetto delle <strong>regole</strong> e l’abnegazione per chi le impone autoritariamente e senza un pensiero critico e ponderato. La valorizzazione della <strong>competenza</strong> e non la sua delegittimazione. L’importanza della <strong>fiducia:</strong> nella scienza, nell’autorevolezza, nelle relazioni affettive, nel tempo per noi, in noi e nell’Altro. Il senso di <strong>comunità</strong> come contenimento e ridimensionamento dell’egoismo. L’importanza di una <a href="https://www.massimobustreo.it/la-comunicazione-e-condivisione/"><strong>comunicazione</strong> efficace</a>, contro l’infodemia, l’informazione approssimativa e il sensazionalismo sottomesse al consenso oltre ogni buon senso.</p>
<p>Annotiamoci dell’importanza del <strong>silenzio</strong> riflessivo che argina lo sproloquio. L’importanza della <strong>parola</strong> usata come rassicurazione e strumento di relazione. L’importanza di una <strong>solidità emotiva</strong>, di un allenamento continuo all’<a href="https://www.christiancolautti.it/psicologia-e-salute/cronavirus-e-psicoeducazione-consigli-pratici-per-la-nostra-salute-emotiva/">educazione psicoemotiva</a>. La centralità dell’<strong>inclusione</strong> e i rischi dell’esclusione. Il rispetto per l’<strong>ambiente</strong> e non la sua sopraffazione, causa di quello che stiamo vivendo, dal Covid-19 al riscaldamento globale.</p>
<p>Annotiamo tutto in modo ben in chiaro. Soprattutto quello che qui ho dimenticato e che appartiene a ciascuna delle nostre <strong>esperienze</strong>. Così possiamo facilitare il monito del «Ricorda!». E permetterci di poter fare ordine nel nostro presente per <strong>progettare</strong> al meglio il futuro.</p>
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		<title>Ragione e Sentimento di fronte all’Incertezza</title>
		<link>https://www.massimobustreo.it/ragione-e-sentimento-di-fronte-allincertezza/</link>
		<pubDate>Tue, 21 Jul 2020 13:37:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>In un periodo di incertezza come quello attuale la terza metà di ciascuno di noi può offrire quegli strumenti utili a comprendere come il momento difficile che stiamo vivendo è inserito in un contesto più ampio. E in tale contesto ci sono sì minacce da temere ma per le quali esistono strategie per affrontarle. </p>
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					<h1 style="text-align: center;"><span style="color: #444444; font-size: small;">M. Bustreo</span><span style="color: #444444; font-size: small;"> «Lockdown in Campo San Giacometo, Venezia» (2 aprile 2020)</span></h1>
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					<p>Nell’incertezza e nell’impensabilità che caratterizza questo momento storico penso ci siano tre aspetti importanti da recuperare:</p>
<blockquote><p>1. la necessità di prendere consapevolezza della <strong>differenza che esiste tra paura, angoscia e comportamenti ragionevoli</strong><br />
2. la conferma che nella <strong>relazione</strong> rimane la ragione più importante che sostiene ogni dinamica di fiducia<br />
3. il fatto che esistono <strong>ottime risorse personali, sociali e professionali</strong> per affrontare questo momento.</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<h4><em><strong>Paura e angoscia</strong></em></h4>
<p>Paura e angoscia sono sentimenti non equivalenti.</p>
<p>La <strong>paura</strong> nasce di fronte a una <strong>minaccia determinata</strong>. È un <strong>meccanismo di difesa</strong> che ci permette di sopravvivere al meglio. Se noi dobbiamo saltare sopra un crepaccio, la paura di cadere, di fare un passo troppo corto, di mettere male il piede d’appoggio è uno <strong>strumento di controllo</strong> delle azioni, di valutazione e contenimento dei rischi. La paura è data sempre da un <strong>oggetto determinato</strong>: il crepaccio in questo caso. E in questo è uno strumento razionale molto efficace.</p>
<p>L’<strong>angoscia</strong> invece non ha un oggetto determinato. Ecco perché di fronte a un virus invisibile la maggior parte delle persone è angosciata. Perché questa minaccia non si vede. Non si sa da dove arriva né quando entra realmente in azione. E non permette di avere chiaro una fine, un limite. La <strong>mancanza di un’idea di futuro</strong> e il <strong>sentimento di insicurezza generalizzata</strong> attiva così un atavico bisogno di rassicurazione, un antidoto all’inquietudine, all’incertezza.</p>
<p>Ma è in presenza dell’angoscia che i comportamenti diventano <strong>irrazionali</strong>. Diventano irrazionali perché manca un riferimento chiaro al comportamento che può contenere tale minaccia: cosa fare e cosa non fare. E rischiano di estendersi ad altri comportamenti creando una situazione ancor più pericolosa di quella reale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><em><strong>L&#8217;importanza della relazione</strong></em></h4>
<p>Per chi fa della <strong>relazione</strong> <strong>uno degli strumenti</strong> del proprio lavoro, in una situazione come questa è ancor più importante ricordarsi che questa &#8211; la relazione, quella che io chiamo la <a href="https://www.amazon.it/faccia-moneta-dinamiche-guidano-relazione/dp/8891762687/ref=sr_1_1?adgrpid=59458331024&amp;gclid=EAIaIQobChMIha6bse-U6AIVVeDtCh3OmACLEAAYASAAEgK2ZPD_BwE&amp;hvadid=255115079982&amp;hvdev=c&amp;hvlocphy=1008966&amp;hvnetw=g&amp;hvqmt=e&amp;hvrand=5977192808589842193&amp;hvtargid=kwd-426956540544&amp;hydadcr=18603_1822691&amp;keywords=la+terza+faccia+della+moneta&amp;qid=1584013846&amp;sr=8-1"><em>terza faccia della moneta</em></a> &#8211; parte dalla <strong>cura di sé</strong> e quindi arriva alla <strong>cura degli altri</strong> e dei loro bisogni.</p>
<p>Rinforzare la cura di sé significa prendere consapevolezza che ciascuno di noi ha un <strong>centro profondo</strong> che la psicologia chiama «Sé».</p>
<blockquote><p>Il «Sé» è la nostra guida interiore. Una guida che segue un <strong>codice paterno che governa</strong> e un <strong>codice materno che genera</strong>.</p></blockquote>
<p>Nei momenti difficili come quelli che stiamo vivendo dobbiamo resistere alla <strong>tentazione di ascoltare le sirene</strong> esterne e lasciarci andare a decisioni e comportamenti impulsivi, soprattutto se mossi da uno stato di angoscia.</p>
<p>Dobbiamo invece governare i nostri comportamenti. E per farlo dobbiamo <strong>ascoltare</strong>. Ascoltare prima di tutto la nostra guida interna: la parte più profonda di noi. E poi garantire l’ascolto dei nostri interlocutori. In tal modo si favorisce il generare di immagini e soluzioni comuni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><em><strong>Quali risorse?</strong></em></h4>
<p>Ognuno di noi, in un momento difficile, deve ricordarsi di non essere un professionista in balia degli eventi, dell’incertezza e della minaccia. Sono e devo essere una persona che, con il giusto <strong>distacco emotivo</strong>, comprende quale sia il <strong>comportamento migliore da agire</strong>. Sono e devo essere una persona che prende precauzioni ascoltando le informazioni che arrivano da <strong>fonti autorevoli</strong>.</p>
<p>Sono e devo essere un professionista che <strong>difende il benessere</strong>: perché se la mente è occupata dalla paura e dall’angoscia i comportamenti che si mettono in atto saranno più rischiosi. Invece, è in forza di tale rassicurazione sul benessere si rinforza <strong>la fiducia nella relazione</strong>, anche e soprattutto oggi.</p>
<p>Sono e devo essere una persona che <strong>ascolta i sentimenti</strong> di profonda incertezza, propri e altrui. E che sa <strong>intervenire per trasformare</strong> la relazione in supporto. Per poter <strong>trasformare la crisi in opportunità</strong> al di là della retorica. Per rinforzare una <strong>gestione attiva e tutelante</strong> del proprio benessere. Per <strong>agire e non subire il cambiamento,</strong> per quanto difficile e doloroso esso sia.</p>
<blockquote><p>Qui la terza metà di ciascuno di noi può rappresentare quegli strumenti utili a comprendere come il momento difficile che stiamo vivendo è inserito in un <strong>contesto più ampio</strong>. E in tale contesto ci sono sì minacce da temere ma per le quali esistono <strong>strumenti per affrontarle</strong>.</p></blockquote>
<p>Le paure possono e devono essere riportate a oggetti concreti da gestire con strumenti solidi ed efficaci. Strumenti che appartengono al nostro <strong>ruolo professionale</strong>, alla nostra <strong>esperienza personale</strong>, alla rete di <strong>relazioni</strong> <strong>umane</strong> nelle quali siamo inseriti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
				</div>
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		<title>La Comunicazione è un Dono</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Mar 2020 12:18:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[curiosità]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Comunicare viene da cum munus ‘mettere in comune dei doni’ creando un rapporto. Il dono si fa comunicazione nel momento in cui la rappresenta nella sua funzione più alta. La parola è per la comunicazione quello che il dono è per la relazione: un valore che esiste nel momento in cui viene ceduto.</p>
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					<h1 style="text-align: center;"><span style="color: #444444; font-size: small;">Michael Beitz</span><span style="color: #444444; font-size: small;"> «Not Now» (2015)</span></h1>
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					<h4><em><strong>In origine c&#8217;è la fiducia</strong></em></h4>
<p>In origine c&#8217;è la <strong>fiducia</strong>. Quella fiducia che anche oggi sta alla base del sistema di credito. E che sostiene la dimensione di circolarità dello scambio. Esattamente qui sta il riconoscimento che il bisogno dell’altro può incontrare un mio bisogno. E viceversa. Dato che ognuno di noi è un Altro per qualcun Altro. La soluzione per entrambi si trova così nella <strong>relazione</strong> che precede la nascita della moneta come garanzia di un accordo di utilità tra le parti.</p>
<blockquote><p>La rete delle nostre relazioni sociali (dalla famiglia agli amici, dal condominio alla nazione) si fonda sul principio di <strong>dipendenza relazionale</strong>.</p></blockquote>
<p>Oggi ne siamo più o meno (sempre meno) consapevoli. Abbiamo iscritto tutti (o quasi) i nostri comportamenti all’intero di una logica economica e commerciale secondo cui un oggetto messo a disposizione viene ricevuto e pagato, in una dimensione lineare e unidirezionale. Ma il <strong>denaro</strong> pagato per un bene o un servizio chiude definitivamente la relazione: e nulla più è dovuto. Nello scambio che precede la dimensione economica, invece, la transizione <strong>apre una relazione</strong>.</p>
<h4><em><strong>Il dono è relazione</strong></em></h4>
<p>Chi dona si espone alla libertà di chi riceve il dono di contraccambiare con un contro-dono. Ciò <strong>alimenta la relazione</strong>. Chi riceve condivide consapevolmente o meno la <strong>necessità</strong> profonda di ricambiare. Tale restituzione si presenta esattamente come una <em>re-istituzione</em> di un legame ed è psicologicamente sostenuta dalla corrispondente necessità di rispondere alla <strong>condizione di debito</strong> in cui il dono proietta il beneficiario. Questo manteniene viva la relazione. Dall’altro lato, chi dona si espone al <strong>rischio</strong> di non essere ricambiato. E quindi di non veder ricambiata la richiesta di relazione. Ma è proprio da questa dinamica in cui il dono si caratterizza per l’assenza di garanzia relazionale che emerge l’<strong>importanza della fiducia</strong> negli altri. Più chi riceve un dono è libero di ricambiare come, quando e quanto desidera e sente, più chi dona attribuirà <strong>valore</strong> a tale restituzione proprio perché segnale di volontà di costruire insieme una relazione.</p>
<p>Donare significa <strong>instaurare relazioni</strong> costruite sulla dinamica della fiducia. Esattamente al contrario di quanto fa l’utilitarismo dominante, in cui il consumatore è considerato un soggetto che persegue i propri interessi, che paga per avere ciò che desidera o necessita.</p>
<blockquote><p>E che vive il dono nella sua errata equivalenza con il <strong>regalo</strong> o la donazione filantropica. Mentre questa fa <em>per</em> gli altri, laddove invece il dono fa<em> con</em> gli altri.</p></blockquote>
<h4><em><strong>L&#8217;ambiguità dei tempi contemporanei</strong></em></h4>
<p>L’uomo moderno si allontana sempre più dalla dimensione della <strong>comunità</strong>, non potendo più contare sulla presenza dell’aiuto solidale del gruppo né delle istituzioni. E vive ognun per sé, forte della fede riposta nel nuovo oggetto onnipotente che è il denaro. La moneta resta un segno – <em>aliud pro alio</em> – di quella (oramai perduta) fiducia nei confronti della società. Tale segno concreto, visibile e scambiabile apre un credito con il mondo esterno, dando a chi lo possiede la forza di credere in un <strong>futuro che è sicurezza</strong> anche nella propria quotidianità. Il denaro vuole oggi essere una riconquista del futuro. Ma lo fa sotto l’<strong>illusione capitalistica</strong> che lo ha ingannevolmente dipinto come tale.</p>
<blockquote><p>È proprio da qui che nasce e si sta affermando sempre più quella volontà condivisa di accumulare non denaro ma relazioni. Non beni e provviste in magazzini, bensì reti sociali e rapporti diretti.</p></blockquote>
<h3><em><strong>«La comunicazione è uno scambio di doni all’interno di mura comuni»</strong></em></h3>
<p>Così definiva la comunicazione Franco Fornari nel 1979. Anche le <strong>relazioni di scambio</strong> s’inseriscono in un terreno di condivisione di significati mirata al mantenimento della relazione stessa. <strong>Comunicare</strong> significa, infatti, dare e ricevere (<em>scambio</em>) significati e valori reciproci (<em>doni</em>) all’interno di un riferimento di senso condiviso (<em>mura comuni</em>) entro i cui confini le identità degli interlocutori stessi si confrontano e si affermano. Ogni singola parola può essere una porta per l’interpretazione della realtà o una prigione di lungo periodo (<em>cum moenia</em>, ‘mura di cinta’) entro cui condannare la propria visione del mondo.</p>
<blockquote><p>Le parole utilizzate – e ancor di più quelle taciute – hanno una forza di attrazione e repulsione che influenza il nostro com- portamento e la nostra capacità di cambiamento.</p></blockquote>
<p>Comunicare: da <em>cum munus</em> ‘mettere in comune dei doni’ creando un <strong>rapporto</strong>. Il dono si fa comunicazione nel momento in cui la rappresenta nella sua funzione più alta. La <strong>parola</strong> è per la comunicazione quello che il<strong> dono</strong> è per la relazione:</p>
<blockquote><p><strong>un valore che esiste nel momento in cui viene ceduto. </strong></p></blockquote>
<p>Ed è in tale momento che dono e parola obbligano chi li riceve a dover ricambiare.Come chi sente rivolgersi la parola <em>deve</em> rispondere (in modo che né chi ha parlato si senta svalutato né chi risponde si senta manchevole), così chi accetta un dono si <em>assume il dovere</em> di ricambiare. E si assume la libertà di farlo o meno. Con le <strong>conseguenze relazionali</strong> che la scelta finale comporta. Siamo così <strong>liberamente obbligati</strong> a ricambiare.</p>
<p>Non accettare il dono significa infatti rifiutare la <strong>generosità</strong> dell’altro e limitare la sua stessa <strong>libertà</strong>. Chiudendo per sempre il rapporto. E lasciando questo nel mondo dell’indifferenza e della non-reciprocità. Un <strong>peso</strong> così difficile da sopportare che l’uomo ha storicamente risolto con la <strong>moneta.</strong> Laddove il dovere di restituire diventa insopportabile per l’individuo ecco che lo stesso crea la moneta quale <strong>strumento di risoluzione</strong> e chiusura della catena di debito infinito che il dono ha aperto.</p>
<p>In questo si contrappongono <strong>dono e denaro </strong>ma ritrovandosi nella dinamicha della <strong>comunicazione</strong>. Il riconoscimento del gratuito che accompagna il dono dev’essere in qualche modo onorato nel momento in cui scaturisce dal riconoscimento dell’altro come mio <strong>interlocutore</strong>. Il grazie da lui agito e non solo verbalizzato deriva così dall’<strong>accettazione della gratuità</strong> che proprio nella sua origine esprime lo specifico valore della <strong>reciprocità</strong> e della <strong>fiducia</strong>.</p>
<p>Da: <a href="https://www.amazon.it/faccia-moneta-dinamiche-guidano-relazione/dp/8891762687/ref=sr_1_1?adgrpid=59458331024&amp;gclid=EAIaIQobChMIha6bse-U6AIVVeDtCh3OmACLEAAYASAAEgK2ZPD_BwE&amp;hvadid=255115079982&amp;hvdev=c&amp;hvlocphy=1008966&amp;hvnetw=g&amp;hvqmt=e&amp;hvrand=5977192808589842193&amp;hvtargid=kwd-426956540544&amp;hydadcr=18603_1822691&amp;keywords=la+terza+faccia+della+moneta&amp;qid=1584013846&amp;sr=8-1"><em>La terza faccia della moneta</em></a> (M. Bustreo, 2018)
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		<title>Il Più Temibile Hacker della Nostra Mente? Noi Stessi</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Jun 2019 10:33:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[behavioral economic]]></category>
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		<category><![CDATA[comportamento]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Ovvero, siamo liberamente obbligati in molte delle nostre scelte quotidiane. Pensiamo in base a quello che già conosciamo, e ci illudiamo di essere liberi nel guidare noi il nostro pensiero. Ovvero, crediamo di essere liberi mentre l’hacker che è in noi sta obbligando le nostre decisioni, mettendo in relazione mente e realtà.<br />
E il nostro modo di relazionarci con la realtà attraversa vie euristiche e bias, fallace percettive e distorsioni, pregiudizi e fallimenti sistematici del nostro modo di pensare. Spesso hackerati dall’esterno. Ma ancor più spesso da… noi stessi.</p>
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					<p><em>[estratto dalla relazione al TEDxUdine del 9 marzo 2019]</em></p>
<p><em><strong><span style="font-size: 14pt;">Chi hackera chi?</span><br />
</strong></em>Nei prossimi 18 minuti il vostro cervello verrà hackerato più e più volte. E solo in due di queste non sarete voi a farlo!<br />
Ma c’è di più: queste “intrusioni” non solo non verranno da “fuori”, ma non violeranno alcuna norma legale, etica o che abbia a che fare con la buona educazione. Non avranno bisogno di alcuna autorizzazione né di domande specifiche. E non saranno “visibili”. Anche perché, accadendo dentro alla nostra testa, è difficile poter “vederci qualcosa”. O forse no?<br />
Oggi, in realtà, con raffinati strumenti di Neuroimaging Funzionale è possibile “vedere” e “valutare” le differenti funzionalità del nostro cervello.<br />
Per far questo sono necessarie principalmente due cose:<br />
1) un cervello in attività, oggetto non scontato né frequente, e<br />
2) uno scanner RMF, oggetto che nemmeno scontato sarebbe stato possibile portare qui per “vedere” tutti i vostri cervelli al lavoro!<br />
Sapendo di avere qui molti cervelli in attività ma nessuno scanner per sbirciare i nostri neuroni dentro la nostra scatola cranica, ho elaborato un efficace metodo per “portar fuori” i neuroni. Esaminiamolo insieme!<br />
Allungate un braccio davanti a voi e aprite bene la mano. Ecco un’ottima rappresentazione di un neurone con il suo nucleo (qui, nel palmo della mano), i suoi dendriti (le dita) che ricevono i segnali e li propagano in direzione opportuna per la loro elaborazione, attraverso l’assone (il vostro braccio). Se alzate bene la manica potete vedere anche la guaina mielinica e le cellule di Schwann…!<br />
Ora <a href="https://www.youtube.com/watch?v=7DsjNxzr41g&amp;t=622s">capiamo nel dettaglio</a> come questo nostro affascinante sistema reagisce a una stimolazione esterna.<br />
Per cortesia, alzatevi tutti in piedi.<br />
Da questo momento fate <em>esattamente</em> quello che faccio io. Allungate le braccia e portatele parallele all’altezza delle spalle, palmo a palmo. Muovete le dita così: questi sono i vostri neuroni che reagiscono alle indicazioni vocali che vi sto comunicando: reattivi e rispondenti! Ottimo!<br />
Continuate a fare esattamente quello che faccio. Fermate le dita. Girate le mani dorso contro dorso, sollevate il braccio destro portandolo sopra il braccio sinistro e unite le mani, intrecciando bene le dita e facendo molta attenzione che il pollice della mano sinistra &#8211; quella che appartiene al braccio che stava e sta sotto il braccio destro &#8211; si trovi tra il pollice della mano destra, sotto, e l’indice della mano destra, sopra. Allungate gli indici &#8211; i vostri dendriti &#8211; così e unite forte i polpastrelli. Osservatela bene: questa è una trasmissione sinaptica tra i vostri neuroni. Fermi così! Eccoli i neuroni che potete “toccare con mano” mentre eseguono un comando, senza accorgervi che, nel frattempo, altri neuroni hanno subìto un primo attacco hacker. Che è andato a “buon” fine se… non riuscite a fare <a href="https://youtu.be/7DsjNxzr41g?t=217">così</a>.</p>
<p><span style="font-size: 14pt;"><em><strong>Il potere delle aspettative</strong></em></span><br />
Siamo sicuri che quello che avete visto proprio ora sia ciò che stava davanti ai vostri sguardi? In realtà non è proprio così.</p>
<blockquote><p>Noi vediamo esattamente quello che ci aspettiamo di vedere. Mentre accadono cose là dove la nostra attenzione non riesce a cogliere eventi e cambiamenti.<br />
Ciò significa che ognuno di noi agisce non tanto agli stimoli oggettivi provenienti dalla realtà stessa quanto in risposta a una serie di immagini mentali create da… qualcuno che lavora per noi. O contro di noi.</p></blockquote>
<p>Noi vediamo quello che vogliamo vedere. E non mi riferisco solo alla vista.<br />
Ovvero, siamo <strong>liberamente obbligati</strong> in molte delle nostre scelte quotidiane. Pensiamo in base a quello che già conosciamo, e ci illudiamo di essere liberi nel guidare noi il nostro pensiero. Ovvero, crediamo di essere liberi mentre l’hacker che è in noi sta obbligando le nostre decisioni, mettendo in relazione mente e realtà.<br />
E il nostro modo di relazionarci con la realtà passa proprio di qui: non sempre lungo il sentiero più razionale, opportuno e lineare che si possa immaginare o volere, ma attraverso vie euristiche e bias, fallace percettive e distorsioni, pregiudizi e fallimenti sistematici del nostro modo di pensare. Spesso hackerati dall’esterno, sì (mercato, pubblicità, informazioni). Ma ancor più spesso da… noi stessi.</p>
<blockquote><p>La comunicazione può infatti ingannare. Ma anche la mente <em>mente</em>. Anzi: la mente <em>ci</em> mente.</p></blockquote>
<p>Il fatto è che noi <em>affidiamo</em> a lei ciò che vogliamo, e vogliamo <em>fortemente</em>, credere. Ma cosa significa “credere”? La radice della parola <strong>credere</strong> rimanda al <strong>credito</strong>: se noi ci <em>fidiamo</em> della nostra mente è perché le diamo credito! Quando non lo facciamo, quando <em>dif-fidiamo</em>, allora siamo motivati ad analizzare ogni singola parola, ogni singola azione per …smascherare una possibile minaccia! Ma se ci <em>fidiamo</em> di lei… ci <em>affidiamo</em> a lei.<br />
Allo stesso modo, se noi diamo credito alla realtà che ci sta di fronte è perché ci fidiamo di essa.<br />
Ma queste &#8211; la nostra mente e la realtà &#8211; sono solo <em>due</em> delle <strong>tre facce della medaglia</strong>! Perché c’è poi quella che io chiamo la terza faccia della medaglia.<br />
La terza “metà” è il luogo relazionale dove si spende il nostro reciproco credito relazionale.<br />
Ed è in questo luogo che noi spesso &#8211; molto spesso &#8211; ci sentiamo <em>obb-ligati</em> a fidarci. Obbligati: legati reciprocamente. O più precisamente: qui è la nostra mente che ci obbliga, ci lega in modo vincolante alle sue decisioni.</p>
<p><span style="font-size: 14pt;"><em><strong>Liberamente obbligati</strong></em></span><br />
Nel gioco del «<a href="https://www.youtube.com/watch?v=7DsjNxzr41g&amp;t=622s"><strong>pacchetto di sigarette</strong></a>» ognuna di queste macchine (le nostre menti) è un “libro aperto” di fronte ai migliori pirati cognitivi! Avete lasciato spalancato il vostro firewall e l’hacker è entrato fin dalla presentazione delle regole del gioco. E poi da quella prima domanda che ha favorito un <strong>processo di associazione semantica</strong> tra “sigarette” e “pacchetto di sigarette”. Voi, o meglio, la maggior parte di voi si è sentita libera di rispondere in modo apparentemente generalizzato (scrivendo un qualsiasi numero tra 0 e 20, o alcuni numeri tra 0 e 20, o delle frasi tipo «non so… quelle che restano… dipende…») quando in realtà &#8211; e in modo completamente inconsapevole &#8211; era già stata obbligata &#8211; dalla propria mente &#8211; a costruire una <strong>risposta implicitamente coerente</strong> con l’associazione “sigarette-pacchetto di sigarette”. Il vostro amato hacker vi ha tenuti lontani da altre realtà seppur verosimili e plausibili. Infatti: a qualcuno di voi, alla prima domanda «Quante sigarette ci sono in un pacchetto?», è venuto in mente un pacchetto tipo questo (pacchetto di fazzoletti blu) o questo (pacchetto di caramelle giallo)? Per l’appunto: il sistema era già stato violato dal <strong>bias di conferma</strong>.</p>
<p>Nella seconda domanda, presa nelle trappole disseminate lungo il sentiero della <strong>comunicazione liberamente obbligante</strong> fin dall’inizio dell’elencazione delle tre (e solo tre) prescrizioni del gioco (seppur paradossali, come quella di non ridere) e della modalità di presentazione delle domande, la vostra mente ha operato un’ulteriore <strong>inferenza</strong>, confermando a voi stessi che si stesse parlando proprio di sigarette, allora… Allora avete risposto, o meglio la maggior parte di voi ha confermato la risposta precedente, o l’ha “aggiustata” sempre affidandosi all’immagine mentale di un pacchetto di sigarette. Un’immagine mentale ora ben più chiara e univoca, ma pur sempre un’immagine mentale. È l’<strong>euristica dell’ancoraggio e aggiustamento</strong>. Quell’euristica che ci àncora al primo prezzo comunicato in una contrattazione.</p>
<p>Infatti, tale sistema di inferenze procede e si rinforza nella terza domanda. Qui, il vostro hacker forza i file della vostra memoria, scassìna i ricordi della vostra esperienza e vi fa rispondere «10, 20, 25». È l’<strong>euristica della disponibilità</strong>. Risposte facilmente recuperabili in <strong>memoria</strong> perché disponibili nella nostra esperienza, coerenti con la mia esperienza. Ecco che, se conosco bene la Francia, ai numeri di prima posso aggiungere un «30 o 35». Ma la questione è: sono risposte relative a reali pacchetti esistenti di sigarette? E se qualcuno avesse risposto 19? Sarebbe una risposta accettabile? …Sì, per il fatto che il limite entro cui accettare tale risposta può trovarsi oltre le informazioni disponibili alla nostra esperienza, in modo che comprenda, ad esempio, i «pacchetti intatti» in commercio in Inghilterra (19 sigarette).</p>
<p>Ma arriviamo alla questione cruciale. È possibile rispondere in modo corretto alla quarta e ultima domanda? Oppure, dopo l’intromissione del vostro caro hacker, questa possibilità è svanita? Perché per dare l’unica vera risposta possibile all’ultima domanda non ci si può affidare all’<strong>immagine mentale</strong> del pacchetto di sigarette che il sistema hackerato ha non solo costruito attraverso le domande di questo gioco ma via via consolidato attraverso le proprie risposte come personale realtà cui ognuno di voi si è poi riferito. Eh sì, perché su quei foglietti c’è il tracciato mentale del vostro affidarvi a una immagine mentale. All’immagine mentale del “pacchetto di sigarette&#8221; e non più alla realtà, che è questo pacchetto di sigarette, reale e disponibile a tutti. Questo è il problema cui è necessario metter mano per poterlo risolvere. E si trova ben al di là di come la nostra mente ce lo racconta.</p>
<blockquote><p>Per trovare la risposta giusta è qui necessario controllare le intrusioni e le violazioni del nostro sistema mentale &#8211; inferenze, generalizzazioni, ipotesi, conoscenze pregresse… &#8211; in modo da aiutarlo ad agire nell’unico modo corretto: riconsiderare le condizioni imposte dalle regole, agire all’interno di queste, dubitare dell’immagine mentale esistente (creata dalla mia mente) o diffusa (stimolata dalla comunicazione a me rivolta), verificare il contenuto del problema e risolverlo.</p></blockquote>
<p><span style="font-size: 14pt;"><em><strong>L&#8217;antivirus che è in noi</strong></em></span><br />
È la nostra mente che ci rende<strong> liberamente obbligati</strong>. Il nostro comportamento è esposto ai rischi di un hackeraggio mosso da noi stessi molto più spesso di quanto pensiamo.</p>
<p>Per questo mi piacerebbe che ci portassimo a casa <strong>3 sneakers</strong> o ovvero 3 utili programmi che permettano al nostro caro hacker non solo di prendere consapevolezza dei nostri limiti ma soprattutto di migliorare le nostre prese di decisione:<br />
<strong>1)</strong> <strong>dubitare</strong> delle informazioni a disposizione e verificarle<br />
<strong>2)</strong> <strong>valorizzare gli errori</strong>, perché se la nostra mente è liberamente obbligata che lo sia nella più opportuna delle direzioni<br />
e, infine, evitare di fumare ma<br />
<strong>3)</strong> <strong>aprire</strong> non solo la nostra mente ma tutti i “pacchetti” che ci troveremo davanti!</p>
				</div>
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