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	<title>bias | Massimo Bustreo</title>
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		<title>A Natale son tutti più buoni</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Dec 2022 13:05:09 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Ogni negozio, ogni supermercato, ogni bancarella del paesello abbellito a festa ne offre almeno uno. Basta avere naso per gli affari. Occhio per i messaggi pubblicitari. Vestiti sempre uguali tra sottrazioni, moltiplicazioni, percentuali e prezzi ribassati. E l’orecchio educato. A resistere ai jingle di seducenti sirene del mercato capaci di risucchiare meglio di Cariddi.</p>
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					<p>In questo periodo lo si capisce a <strong>naso</strong>. Non solo perché diventa più freddo e tendente al rosso. O esplode in starnuti incontrollabili, come ne fosse allergico. È un meccanismo di difesa naturale, si sa. Lo si capisce dal profumo inconfondibile che aleggia a mezz’aria.</p>
<p>E poi lo si intuisce pure a <strong>occhio</strong>. Sì, perché siamo più attenti ai particolari, non l’avete notato anche voi? Nulla sfugge alla nostra attenzione. O almeno così crediamo, ma questa è un’altra storia. D’altra parte, con quel costume così riconoscibile non è tanto da un particolare che lo si giudica. Anche se chi se li trova davanti &#8211; perché son sempre più d’uno &#8211; ne scruta anche il più piccolo segnale che riveli minacce di fregatura. O promesse di vantaggi sorprendenti.</p>
<p>Ma anche tendendo l’<strong>orecchio</strong> si comprende che è giusto dietro l’angolo. Un tintinnio continuo. Insistente e persistente. Un musica già sentita, più e più volte. Anzi, sempre: ogni volta che arriva. Un tormentone, possiamo dirlo. Un suono caratteristico che conosciamo bene. Ormai è una <strong>tradizione</strong>, dicono in molti. Anche se altri non son d’accordo. Ma ci credono lo stesso.</p>
<p><span style="font-size: large;"><em><strong>Arrivano i buoni</strong></em></span></p>
<p>Insomma, lo si capisce: a Natale arrivano i <em>buoni</em>. Anzi, sempre <em>più buoni</em>. Ogni negozio, ogni supermercato, ogni bancarella del paesello abbellito a festa ne offre almeno uno. Basta avere naso per gli <strong>affari</strong>. Occhio per i messaggi pubblicitari. Vestiti sempre uguali tra sottrazioni, moltiplicazioni, percentuali e prezzi ribassati. E l’orecchio educato. A resistere ai jingle di seducenti sirene del mercato capaci di risucchiare meglio di Cariddi.</p>
<p>Si avvicinano le festività natalizie. Con i loro <strong>riti e virtù</strong>. E annunciati dagli economisti classici, arrivano i <em>buoni affari</em>. Perché la riduzione dei prezzi spinge al consumo, dicono. Gli sconti spingono al consumo, dicono. La massimizzazione dell’utilità spinge al consumo, dicono.</p>
<blockquote><p>E in tutto questo spingi-spingi passano avanti le nostre decisioni irrazionali, altro che buoni affari. Dicono gli psicologi del consumo.</p></blockquote>
<p>Partecipare a un <strong>rito consumistico</strong>, affaticarsi nelle gare all’ultimo sconto, svalutare l’impatto di un piccolo acquisto dopo averne fatto uno grande, o ritenere, per effetto alone, vantaggiose anche offerte svantaggiose: ecco che si scioglie come neve al sole la razionalità delle nostre decisioni. Davanti alla chimera dei buoni affari è come se il nostro sistema cognitivo andasse in black out. Lasciando così spazio di manovra al <strong>Black Friday</strong>. Per quali motivi, infatti, il 70% della popolazione, e con irrilevanti differenze di reddito, si tuffa negli acquisti in tale occasione? Cosa c’è di razionale nello <strong>spendere tempo ed energie</strong> nel comprare un prodotto con uno sconto dall’impatto insignificante rispetto al proprio patrimonio? Perché acquistare qualcosa di cui non si ha affatto <strong>bisogno</strong>? Oggetti tecnologici, accessori di moda, articoli di design messi nel carrello a colpi di clic sono un <em>buon</em> affare? O rappresentano piuttosto un ottimo esempio di quei subdoli e potenti <strong>meccanismi psicologici</strong> tra i più studiati dagli economisti comportamentali?</p>
<p><span style="font-size: large;"><em><strong>Dietro ai buoni affari</strong></em></span></p>
<p>Davanti alla possibilità di fare un <em>buon</em> affare, oltre al piacere per l’acquisto esiste un piacere in più. Questo deriva dalla sensazione di <em>aver fatto un affare</em>. E affonda le sue radici nelle <strong>dinamiche affettive</strong>. Nel sentimento di <strong>autostima</strong>. Nel potere dell’<strong>emotività</strong>. È infatti l’esito emotivo del rapporto che esiste tra l’aumento del piacere del possesso del bene e la possibilità di contenere il <strong>dolore del pagamento</strong> a determinare l’acquisto. Un dolore ridimensionato se percepito come vantaggioso rispetto a un prezzo iniziale. Meglio se barrato con un bel segno rosso come l’abito del suo main sponsor.</p>
<blockquote><p>Figuriamoci poi quando questo <strong><em>pain of paying</em></strong> è polverizzato con un clic dai pagamenti smaterializzati, dai colpi di clic compulsivi o dai buoni che nemmeno lontanamente ricordano un legame con quel mezzo di pagamento chiamato denaro.</p></blockquote>
<p>Ma è ancor più l’esito emotivo che si attiva dalla percezione di aver trovato il buon <em>affare</em> <strong>a fare la differenza</strong>. Comprare a una cifra vantaggiosa provoca nel consumatore un piacere aggiuntivo. Che si somma al piacere dell’acquisto. Fa stare meglio: rinforza la considerazione di sé, fa sentire più scaltri, illude d’essere più intelligenti. E così si crede di diventar più bravi a fare i buoni. Affari.</p>
<p>Forse il Black Friday non si chiama <em>black</em> solo per il colore dell’inchiostro con cui un tempo sui libri contabili s’annotavano i buoni ricavi. Le <strong><em>buone</em> risorse</strong>. Forse black è anche il colore della lista in cui oggi s’annotano i cattivi nel <strong>mondo dei buoni</strong>. Perché sotto la lista dei buoni ci vogliono finire pure quelli che il giorno prima &#8211; il giorno del Ringraziamento &#8211; si son dimenticati di ringraziare. Facendo la <strong>figura dei cattivi</strong>. E quale miglior occasione di recuperare ingraziandosi il cielo attraverso questo rito collettivo del credito?</p>
<p>Forse oggi il Black Friday dovrebbe colorarsi di verde. No, non il verde dell’abito originale di quel corpulento e barbuto signore che ispirò il <em>Canto di Natale</em> in cui <strong>Charles Dickens</strong> rappresentò lo spirito della <strong>bontà del Natale</strong>. Bontà sua. Verde come il colore del semaforo che comunica il via a una gara consumeristica della durata di intere settimane di sconti, prezzi al ribasso ed emozioni al rialzo. E a tempo. Che con l’avvento di Internet il suo mercato è ritmato dalle scadenze dei Cyber Monday, i Shopping Thursday, i Gift Wednesday, i Sold-out Tuesday. Che mica c’è tempo per vivere l’altro avvento. E i guadagni ringraziano. Perché i buoni affari son sempre più <em>buoni</em> per qualcuno.</p>
<p><strong><em>T</em></strong><span style="font-size: large;"><em><strong>empo di esser cattivi</strong></em></span></p>
<blockquote><p>Oggi non c’è tempo per agire. Presi dalla chiusura dell’anno, dai programmi da definire, dai rapporti da non dimenticare, dagli incontri da recuperare: la mancanza di tempo mette fretta. E un <em>affare</em> appare così un <em>buon affare</em> solo prima che diventi troppo tardi.</p></blockquote>
<p>E oggi non c’è tempo per pensare. Presi dal fare, dalla necessità di difendersi dalle valanghe d’informazioni, dal gelo delle relazioni, dalle scadenze scottanti da rispettare, dalle influenze del mercato: un pensiero troppo veloce sostiene scelte esclusive che non permettono di pensarci due volte. E un affare appare così un <em>buon affare</em> solo per me. Ora.</p>
<p>Questo è il momento buono per esser cattivi, con se stessi. Allenandosi ad esser insensibili alle sirene del consumo. Maldisposti nei confronti dell’impulso a cedere ai richiami maliardi di bisogni insensati. Per diventare prigionieri di una gabbia di valori comportamentali e relazionali più consapevoli e responsabili. Resistenti alle decisioni volute da altri. E autori invece delle proprie scelte. Egoisti. Per far del bene.</p>
<p>È da questa responsabile consapevolezza che possiamo allora aggiungere una postilla alla nostra letterina da appendere alla stella cometa:</p>
<blockquote><p>«E per piacere non dimenticare, caro Babbo Natale, di metter sotto l’albero anche le istruzioni perché io possa orientare il mio comportamento in una direzione più sensata. PS: A Natale son tutti più buoni. Assaggiali e vedrai!».</p></blockquote>
<p><span style="font-size: 10pt;">Nota: questo articolo è uscito nella rubrica <em>Creattivamente</em> di <a href="https://www.touchpoint.news/tag/magazine/">TouchPoint Magazine</a>, nr. 10, 2022-23 (pp. 10-11).</span></p>
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<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.massimobustreo.it/a-natale-son-tutti-piu-buoni/">A Natale son tutti più buoni</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.massimobustreo.it">Massimo Bustreo</a>.</p>
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		<title>Occhio al Carico</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Dec 2021 07:44:33 +0000</pubDate>
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<h6 style="text-align: center;"><span style="font-size: small;">S. Silva Ramirez «Plimsoll Line» (Marghera, Venice, 2003)</span></h6>
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					<h3><span style="font-size: x-large;"><em><strong>Non siamo tutti sulla stessa barca</strong></em></span></h3>
<p>Non siamo tutti sulla stessa barca. Siamo stati e ancora ci troviamo nella <strong>stessa tempesta</strong>. Forse. Ma c’è chi la sta attraversando in zattera. Chi con la ciambella. E chi su un transatlantico. Ognuno con le proprie rotte. Ognuno con il proprio sestante. Ognuno con la propria capacità di leggere il vento e regolare vele e terzaroli. E soprattutto ognuno con il proprio carico. Un <a href="https://www.massimobustreo.it/ragione-e-sentimento-di-fronte-allincertezza/"><strong>carico emotivo e cognitivo</strong></a>. Relazionale, sociale ed economico. Un carico che negli ultimi mesi si è mosso pericolosamente. Sbandando tra dritta e sinistra. Tra poppe e prue. Carichi sospesi per naviganti sorpresi a navigare in acque nuove. E non bastan due occhi per <a href="https://www.massimobustreo.it/e-tutto-sotto-controllo-o-almeno-cosi-spero/">tenere d’occhio questi carichi</a>.<br />
Per questo chi va per mare conosce la <em>Linea di Plimsoll</em>. Ma anche chi sta a terra farebbe bene a conoscerla. Soprattutto se si occupa di carichi di mente e corpo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><span style="font-size: x-large;"><em><strong>Occhio alla Linea di Plimsoll</strong></em></span></h3>
<p>Parlamento britannico. 1870. Con un importante atto – di responsabilità prima che di legge – i deputati accolgono la proposta di <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Samuel_Plimsoll">Samuel Plimsoll</a>. Questo politico riformatore aveva trovato una <strong>soluzione</strong> capace di ridurre in modo significativo il numero di incidenti navali dovuti al carico delle navi, spesso eccessivo quando pure mal distribuito. Quale soluzione? Dare <strong>un occhio al carico</strong>. No, non si trattava di un marinaio dallo sguardo acuto dedicato alla stiva o alla coperta. Si trattava di aggiungere sullo scafo un <strong>segno</strong> convenzionale – una marca di bordo libero – per indicare la linea di galleggiamento al massimo carico consentito. Un’indicazione che potesse considerare le <strong>differenti condizioni</strong> climatiche di navigazione, da cui trarre la misura del limite di <strong>sicurezza</strong>. A garanzia di una riserva di spinta al natante in funzione del carico e delle contingenze ambientali. Così, le autorità britanniche decisero di consentire l’accesso ai propri porti da quel momento in poi solo alle navi dotate dell’Occhio di Plimsoll. Ovvero: un occhio non solo attento, ma discreto. Non un occhio che guarda ma <strong>un occhio a cui guardare</strong>.</p>
<p>Da quel giorno e dall’intuizione di Samuel Plimsoll molte rotte sono state percorse. Molti carichi sono stati salvati. Da quel giorno è stato possibile tracciare rotte con un importante strumento in più. In mare e in terra.<br />
Perché oggi, quando ci troviamo a domandarci quanto riusciremo a <strong>sostenere</strong> ancora il peso di questa navigazione a vista, dobbiamo pure noi guardare all’Occhio di Plimsoll. La parola <em>sostenere</em> deriva dal verbo latino <em>sustinere</em>, composto da <em>sub-</em> ‘sotto’ e ‘tenere’: <em>reggere, portare su di sé il peso di qualcosa, sopportare, ossia <strong>tenere sopra un limite</strong>,</em> e quindi <em>sopportare, mantenere, mantenere il peso di, <strong>prendere su di sé</strong> un impegno</em>. Riuscire a sostenere il peso emotivo e cognitivo della nostra condizione significa, in primis, essere capaci di garantire il <strong>rispetto</strong> dei limiti di sicurezza del proprio mezzo di navigazione. Considerate le condizioni di navigazione. Ovvero, mantenere l’<strong>onere della responsabilità</strong>: la capacità di rispondere con impegno del proprio comportamento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><span style="font-size: x-large;"><em><strong>Un peso da sostenere</strong></em></span></h3>
<p>Poter sostenere il proprio carico significa essere capaci – nel senso letterale di coloro che, comprendendo, sono abili ad agire – di <strong>vivere entro le capacità di carico del sistema</strong> di cui si fa parte. E tale capacità di carico deve considerare limiti naturali e limiti artificiali.  Siamo persone che vivono in un sistema causale chiuso: la terra. Un sistema di interdipendenze che tendono alla stabilità, all’equilibrio e alla conservazione di quelle condizioni favorevoli alla vita e alla sua preservazione. A fronte di un evento che perturba tale equilibrio il sistema contrappone una reazione contraria e opposta al fine di contenere e annullarne gli effetti attraverso importanti processi di resilienza. Se poi tale perturbazione dell’equilibrio superasse le capacità di riassorbimento del sistema, lo stesso tenderebbe a creare un <strong>nuovo equilibrio</strong> basato sullo stesso evento perturbante. Oltre tale limite e nella peggiore delle ipotesi, il sistema potrebbe naufragare, collassare. La causa: un evento che porta il sistema stesso sotto il limite massimo di “sopportazione” del carico di perturbazioni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><span style="font-size: x-large;"><em><strong>Denaro, una difficile zavorra</strong></em></span></h3>
<p>Uno dei carichi più instabili che il genere umano ha imbarcato e dei cui movimenti in stiva è necessario porre maggiore attenzione di quella dedicata fino a ora è il <a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?Id=24656"><strong>denaro</strong></a>. L’iniqua distribuzione del reddito sta infatti devastando le economie di interi paesi. E non solo quei paesi cui chi sta meglio è solito guardare con distaccata pietà. Intere economie proprie a quei paesi che fino a ieri si sentivano più forti e avevano mercati stabili oggi traballano in balia delle onde.</p>
<blockquote><p>«È il consumo, bellezza!», urlano i balenieri.</p></blockquote>
<p>Il diabolico meccanismo della <strong>propensione al consumo</strong>. E la spinta al consumo è il vento che gonfia le vele. Anche e soprattutto dopo una bonaccia durante la quale non si è fatto il punto nave né s’è aggiustata la rotta. Ma solo inveito o pregato i numi perché tornassero a soffiare.<br />
In questo, noi siamo come una nave in navigazione nel mare aperto: galleggiamo sopra la nostra <strong>esistenza e sussistenza</strong>. Ciascuno con il proprio carico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><span style="font-size: x-large;"><em><strong>Parole, pensieri e comunicazione</strong></em></span></h3>
<blockquote><p>E nell’illusione diffusa del «Navigo, dunque so, no?».</p></blockquote>
<p>E questo è l’altro carico instabile: la <strong>comunicazione</strong>. Navigare in rete oggi – tempo in cui la notizia si fa più rapida della materia – significa percorrere rotte proprie alla <strong>società dell’informazione</strong>. Ovvero, significa considerare la comunicazione non come valore in sé, bensì come una rete estesa in cui ogni agente è un attore di tale rete relazionale, sconfinata e interconnessa. Tuttavia, se oggi si considera, spesso acriticamente, la Rete come uno strumento di connessione – o meglio, <em>lo</em> strumento di connessione – spesso lo si fa non valutando opportunamente – o peggio, sottovalutando completamente – che la sua azione sembra quella di mancare sempre più quella <strong>separazione</strong> che divide inesorabilmente chi sa andar per mare da chi improvvisa. Il navigante deve infatti saper bene su quali risorse poter contare. A quante affidarsi. E quante consumarne senza correre il rischio di rimanerne privo prima di arrivare al porto. Deve saper <strong>amministrare al meglio</strong> la propria stiva e il proprio equipaggio. Deve saper conoscere la <em><strong>carrying capacity</strong></em>, la capacità di carico della propria nave.<br />
Il concetto della capacità di carico applicato alla pratica della comunicazione obbliga una riflessione che considera non solo la quantità di informazioni o il numero di interlocutori che costituiscono la massa relazionale. Ma anche lo <strong>stile di comportamento</strong> di ciascuno. Il loro modo di consumare. Il generale flusso di informazioni generato dall’insieme delle loro interazioni. Tra produttori e consumatori come tra consumatori e mercato.</p>
<p>Ecco che torna la contemporanea linea di Plimsoll per la <strong>navigazione sicura, responsabile e sostenibile</strong>. Là dove non c’è una nave ma ognuno di noi. Là dove non c’è il mare ma l’universo delle parole, capaci di muovere i comportamenti. Parole che proprio in quanto onnipresenti nel tempo e nello spazio ben al di fuori dei loro propri confini opportuni e contestuali vengono sempre più violate, alterate e danneggiate, manomesse. Ed è proprio attraverso l’originale significato latino <em>manumissio</em> – in diritto romano, l’atto con cui il <em>dominus</em> proclamava la liberazione del suo proprio servo dalla schiavitù rinunciando nell’atto stesso alla potestà, la manus che aveva su di lui – che le <strong>parole</strong> devono essere liberate, riscattate, affrancate. Solo così facendo quello che sta sotto emerge: il significato originario, sincero, simbolico deve essere recuperato, issato a bordo, pulito dalle incrostazioni degli usi inappropriati che tali parole hanno subìto nell’eccessiva immersione nell’oceano della<strong> mistificazione</strong>. Le parole, soprattutto quelle che oggi troviamo immerse nel mare di Internet, vanno asciugate. Ricomposte laddove scheggiate nella loro robustezza delle origini. Ripensate nella loro contemporanea validità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><span style="font-size: x-large;"><em><strong>A scuola di navigazione</strong></em></span></h3>
<p>Proprio perché capaci di provocare comportamenti, le parole vanno usate nella piena <strong>consapevolezza</strong> del loro funzionamento. E chi ha il compito di portare a bordo della propria nave questi <strong>carichi di parole</strong> dense di sensi e di significati preziosi ha parimenti il dovere di proteggerle dall’occupazione piratesca, dalla loro manipolazione, dagli abusi dei loro usi. Tali capitani di lungo corso hanno l’obbligo morale di stare alla larga delle acque di Oceania che con i suoi flutti e sotto il dominio del bucaniere Winston Smith altera il senso della storia, la direzione del linguaggio, la capacità di intendere il pensiero, depauperandolo.</p>
<p>Le parole danno <strong>forma all’esperienza</strong>: sono il vento che gonfia le vele di ogni navigante, esperto o meno che sia. Ma è il navigante che deve tener d’occhio la linea di Plimsoll. E in questo, <a href="https://www.amazon.it/MIND-YOUR-FUTURE-coaching-del/dp/8894513114/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&amp;crid=34C9CMOBKQJ4I&amp;keywords=mind+your+future&amp;qid=1639985848&amp;s=books&amp;sprefix=mind+you%2Cstripbooks%2C489&amp;sr=1-1">possiamo diventare tutti più esperti</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: 10pt;">Nota: questo articolo è uscito nella rubrica <em>Creattivamente</em> di <a href="https://www.touchpoint.news/">TouchPoint Magazine</a>, nr. 5, 2021 (pp. 10-11).</span>
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<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.massimobustreo.it/occhio-al-carico/">Occhio al Carico</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.massimobustreo.it">Massimo Bustreo</a>.</p>
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		<title>L&#8217;invenzione del Tempo</title>
		<link>https://www.massimobustreo.it/linvenzione-del-tempo/</link>
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		<pubDate>Thu, 19 Dec 2019 21:33:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Come si può uscire dagli ingranaggi cronometrici che fin dal linguaggio del nostro tempo tengono il giogo delle azioni possibili? «Non ho tempo... appena ho un attimo... recuperando il ritardo... devo finire in tempo...». Nella quotidiana lotta contro Caos ognuno di noi sublima l’arte del controllo illusorio dell'indaffarato Cronos. Come se l’orologio fosse regolato da qualcun altro.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.massimobustreo.it/linvenzione-del-tempo/">L&#8217;invenzione del Tempo</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.massimobustreo.it">Massimo Bustreo</a>.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Nella quotidiana lotta contro <strong>Caos</strong> ognuno di noi sublima l’arte del controllo illusorio dell&#8217;indaffarato <strong>Cronos</strong>. Il tempo che divora tutte le cose che egli stesso ha creato. Tempo contaminato, spesso rassegnato al ritmo della propria vita e a quello del proprio lavoro. Inerme e sconfitto. Come se l’<strong>orologio</strong> fosse regolato da qualcun altro.</p>
<blockquote><p>Come si può uscire dagli ingranaggi cronometrici che fin dal linguaggio del nostro tempo – «non ho tempo&#8230; appena ho un attimo&#8230; recuperando il ritardo&#8230; devo finire in tempo&#8230;» – tengono il giogo delle azioni possibili?</p></blockquote>
<h4><strong><em>Il mito di Caos e Crono</em></strong></h4>
<p>In principio era il Regno di Caos. Un disordine universale della materia. Una forma informe, indefinita e indefinibile. Un brodo indescrivibile che racchiudeva cielo, mare e terra. Ma non durò molto.<br />
Da <strong>Caos</strong> nacquero le tenebre (<strong>Erebo</strong>), la <strong>Notte</strong> buia e misteriosa che portava agli uomini buoni consigli e donava il riposo, le tre sorelle fatali (<strong>Mòire</strong>), la <strong>Discordia</strong>, la <strong>Vecchiaia</strong>. E il <strong>Destino</strong> (o Fato), una divinità generatrice di scenari favorevoli quanto ostili. Potentissima e inesorabile, a cui tutte le divinità erano sottomesse. L’ordine del Fato era inevitabile e nulla e nessuno poteva cambiare le sue disposizioni.</p>
<p>Solo più tardi nacquero divinità più clementi: la <strong>Concordia,</strong> l’<strong>Eros</strong>, il <strong>Giorno</strong>. E finalmente nacque <strong>Gea</strong>, la Terra, madre e principio di vita. Genitrice degli uomini e della stirpe divina. Fu così che dal Caos nacque l’ordine. Gea generò <strong>Urano</strong>, il Cielo, con cui si unì e che feconderà la Terra con una pioggia prolifica. Dall’unione di Urano con Gea nacquero i dodici <strong>Titani</strong>, tra cui <strong>Crono</strong> (per i latini Saturno), i tre <strong>Ecatonchiri</strong> (o Centimani) e i tre <strong>Ciclopi</strong>.</p>
<h4><strong><em>Il regno di Urano<br />
</em></strong></h4>
<p>Gea e Urano governavano l’Universo. Urano viveva però nel disgusto provocatogli dall’aspetto mostruoso dei suoi figli. Era ossessionato dall’idea che potessero privarlo un giorno del dominio dell’Universo. Per tale ragione li fece sprofondare al centro della Terra.</p>
<p>Gea decise di reagire. All&#8217;insaputa di Urano, costruì una falce con del ferro estratto dalle sue proprie viscere. Il più giovane dei suoi figli, il titano <strong>Crono</strong>, osò seguire il consiglio della madre. E, armato, si nascose nella Terra e attese l’arrivo del padre. Era infatti abitudine di Urano discendere la notte dal cielo per abbracciare la sua sposa nell’oscurità. Non appena Urano si stese sopra Gea, Crono comparve e con una mano immobilizzò il padre mentre con l’altra lo evirava con il falcetto.</p>
<p>Il sangue che sgorgava copioso dalla ferita fecondò <strong>Gea</strong>, dalla quale nacquero le <strong>Erinni</strong> (divinità infernali), le <strong>Meliadi</strong> (ninfe dei Frassini e protettrici delle greggi) e i <strong>Giganti</strong> (creature gigantesche dalla forza spaventosa, simbolo della forza bruta e della violenza sconvolgente della natura quali i terremoti e gli uragani). Dalla spuma delle onde creata dai genitali di Urano che cadevano nel mare, si generò <strong>Afrodite,</strong> la dea dell’amore. Urano ferito, riuscì a scappare lontano e da allora mai più si avvicinò alla Terra, sua sposa. Crono riuscì a impossessarsi del trono e a regnare sul Creato, dando inizio al Regno di Crono.</p>
<h4><strong><em>Il regno di Crono<br />
</em></strong></h4>
<p>Crono scelse come sposa <strong>Rea</strong> (Cibele), sua sorella, chiamata Madre degli dèi o la Grande Madre. Con Rea, Crono ebbe numerosi figli tra cui <strong>Poseidone</strong>, <strong>Ade</strong>, <strong>Zeus</strong>. Sotto il regno di Crono la terra conobbe l’Età dell’oro. Ma la sua tranquillità fu minata da un triste vaticinio: gli fu infatti predetto che il suo regno avrebbe avuto fine per mano di uno dei suoi figli. Terrorizzato, per tentare di ingannare il destino e non potendo ucciderli in quanto divinità immortali iniziò a divorare la sua stirpe non appena alla luce, tenendola così prigioniera nelle sue viscere.</p>
<p>Crono – più tardi assimilato con <strong>Chronos</strong>, il <strong>Tempo</strong> – fu il mito che spiegava i cicli dell&#8217;anno agricolo e gli aspetti connessi alla fecondità e alla successione del regno, finendo solo in un secondo momento ad assumere il nuovo significato del<em> tempo che divora tutte le cose che egli stesso ha creato</em>. Il suo culto ebbe per centro Olimpia: le feste in suo onore, le Cronie, si celebravano in Atene d’estate.</p>
<blockquote><p>Secondo la <strong>mitopsicologia</strong>, Crono è l’archetipo dell’istanza maschile che chiede senza donare, che domanda costantemente senza offrire nulla di sé, un predatore in ricerca perenne.</p></blockquote>
<p><strong>Rea</strong>, disperata, subito dopo la nascita del suo ultimogenito <strong>Zeus</strong> che partorì a <strong>Creta</strong> dove si era rifugiata, si recò da <strong>Crono</strong>. Anziché presentargli il figlio, gli consegnò una pietra avvolta nelle fasce. Crono la ingoiò, senza sospettare nulla.<br />
Nel frattempo il piccolo Zeus era stato portato in una caverna del monte <strong>Ida</strong> (nell&#8217;isola di Creta) e affidato alle cure delle ninfe <strong>Melissa</strong> (Ida) e <strong>Adrastea</strong>. E allattato dalla capra della ninfa <strong>Amaltea</strong>. Una capra che era l&#8217;orgoglio del suo popolo per le superbe corna ricurve all&#8217;indietro e per le mammelle ricche di latte, degne di allattare il grande Zeus.</p>
<p>Un giorno la capra si spezzò un corno urtando contro un albero perdendo metà della sua bellezza. Il corno fu raccolto da Amaltea che lo ricolmò di frutta ed erbe e lo donò a <strong>Zeus</strong>, il quale lo benedì (la <strong>cornucopia</strong>). Anche l’ape <strong>Panacride</strong> nutriva Zeus dandogli il miele e un&#8217;aquila gli portava ogni giorno il nettare dell&#8217;immortalità. I suoi pianti erano coperti dai <strong>Cureti</strong> che battevano il ferro per impedire ad alcuno di sentire i suoi vagiti.</p>
<div class="page" title="Page 4">
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<h4><strong><em>La guerra dei Titani e l&#8217;esilio del tempo<br />
</em></strong></h4>
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<p>Zeus, quando fu grande a sufficienza, salì in cielo. E con l’inganno fece bere a <strong>Crono</strong> una speciale bevande emetica preparata da <strong>Metis</strong>. Questa gli fece vomitare i figli che aveva divorato in precedenza. E insieme agli stessi dichiarò guerra al padre. Ebbe così inizio una lunga guerra che durò dieci anni e che vide da una parte <strong>Crono</strong>, al cui fianco si schierarono i Titani, e dall&#8217;altra <strong>Zeus</strong>, al cui fianco c&#8217;erano tutti i suoi fratelli.</p>
<p>La terra era devastata dai <strong>Titani</strong>. Con la loro forza cambiavano i contorni del mondo, distruggendo montagne scagliandole nell&#8217;<strong>Olimpo</strong>, il monte più alto della Grecia, dove Zeus e i suoi fratelli avevano stabilito il proprio regno. La guerra durò dieci anni e sarebbe andata avanti ancora per parecchio tempo se Gea non fosse intervenuta per consigliare a Zeus di liberare i Ciclopi e stringere un’alleanza con loro. I <strong>Ciclopi</strong>, per ripagare Zeus di avergli reso la libertà, fabbricarono per lui le armi che sarebbero entrate nella leggenda e con le quali avrebbe retto il suo regno dalla cima dell&#8217;Olimpo: le folgori.</p>
<div class="page" title="Page 4">
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<p>Zeus liberò anche gli <strong>Ecatonchiri</strong>, che con le loro cento braccia iniziarono a scagliare una quantità infinita di massi contro gli alleati di <strong>Crono</strong>. Questi, assieme alle folgori scagliate da Zeus, decretarono la vittoria finale. Terminava così il <strong>regno di Crono</strong>, secondo sovrano della divina famiglia.E aveva inizio quella di <strong>Zeus</strong>, terzo sovrano e suo figlio.</p>
<blockquote><p>Sulla sorte che <strong>Zeus</strong> fece fare al padre <strong>Crono</strong> ci sono diverse ipotesi. Secondo alcune versioni di interpretazioni orfiche, Crono divenne il sovrano di un mondo fantastico al di là della terra abitate: le <strong>isole dei Beati</strong>, ai confini del mondo. Secondi altri, fu condotto a <strong>Tule</strong> e sprofondato in un magico sonno. Secondo altri ancora, fu incatenato nelle più profonde viscere della terra.</p></blockquote>
<h4><strong><em>Cosa c&#8217;è al di là del regno di Crono?</em></strong></h4>
<p>«Che cos&#8217;è insomma il tempo?<br />
Lo so finché nessuno me lo chiede.<br />
Non lo so più, se volessi spiegarlo a chi me lo chiede»<br />
(Sant’Agostino, <em>Confessioni</em>, 11, 15, 18)</p>
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		<title>È Tutto Sotto Controllo. O Almeno Così Spero!</title>
		<link>https://www.massimobustreo.it/e-tutto-sotto-controllo-o-almeno-cosi-spero/</link>
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		<pubDate>Fri, 27 Sep 2019 13:09:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Per metterci al riparo dal rischio dei piccoli naufragi quotidiani ognuno di noi tende ad anticipare scenari imminenti. Rispondere agli eventi secondo quanto le proprie aspettative propongono come più possibile. E monitora persone, oggetti ed emozioni. Tutto per rinforzare l'illusione di avere tutto sotto controllo. Ma funziona davvero?</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>«Ho tutto sotto controllo» disse il capitano prima di naufragare!<br />
Per metterci al riparo dal rischio dei <strong>piccoli naufragi quotidiani</strong> ognuno di noi tende ad anticipare scenari imminenti. Rispondere agli eventi secondo quanto le proprie <strong>aspettative</strong> propongono come più possibile. E <strong>monitora</strong> persone, oggetti ed emozioni. Tutto per rinforzare l&#8217;illusione di avere tutto sotto controllo. Ma funziona davvero?</p>
<h4><strong><em>Bias dell&#8217;illusione del controllo</em></strong></h4>
<p>Attraverso il <strong>controllo</strong> e l&#8217;anticipazione guidiamo i nostri comportamenti lontano dalle minacce di eventi nefasti o poco piacevoli. E soprattutto lo facciamo con un grande dispendio di glucosio, la nostra energia per far funzionare la mente. Tuttavia nel fare questo non sempre seguiamo la via più opportuna ed efficace. Cercando una soluzione all&#8217;<strong>ambiguità</strong> degli stimoli che ci si offrono di fronte siamo spesso ingannati da noi stessi nella ricerca delle cause o delle conseguenze reali. Senza nemmeno accorgerci che siamo <a href="https://www.massimobustreo.it/wp-content/uploads/2019/06/MF1_2019-Bustreo-pp-20-25.pdf">liberamente obbligati</a>. Che ci affidiamo alle immagini mentali dei problemi da risolvere, vedendo ciò che ci aspettiamo di vedere e sentendo ciò che vogliamo sentire.</p>
<p>Vogliamo illuderci di controllare gli eventi che appartengono alla nostra vita per proteggerci. Per non farci trovare impreparati. O peggio, vulnerabili (ai nostri occhi, prima che agli altri). Così crescendo rinforziamo la nostra <strong>capacità di prevedere</strong>. Ma prevedere significa &#8220;vedere prima che le cose accadano&#8221;. A volte è un bene. Se prevedo che quell&#8217;auto esce dallo stop senza darmi la precedenza, posso rallentare (ed evitare un incidente). Prevedere la reazione di mia moglie mi può far cambiare il mio comportamento ancor prima di metterlo in atto (e salvare un matrimonio). Quando prevedo che il mio capo leggerà questi dati del report e non altri, posso preoccuparmi di scriverli nel modo più adeguato (e meritarmi un premio). A volte non è così bene. Se prevedo che una reazione del collega sia uguale a quella che ha sempre messo in atto, rischio di non cambiare il mio approccio con lo stesso. Prevedere la soddisfazione della moglie all&#8217;ennesima proposta di &#8220;cena fuori&#8221; rischia di far diventare routinaria una storia romantica. Quando prevedo che un problema abbia quelle soluzioni «perchè è sempre stato così» ho la certezza che mi sto precludendo ogni ulteriore possibile soluzioni. Magari più efficace.</p>
<h4><em><strong>Risolvere i problemi con la magia</strong><br />
</em></h4>
<p>Ecco una <a href="https://www.massimobustreo.it/propongo/"><strong><em>magica</em> proposta</strong></a> per lavorare sulle strategie di decision making partendo da un migliore <strong>problem setting</strong> visto da un’innovativa prospettiva: quella dell’<strong>astuzia</strong>. L&#8217;astuzia non come sotterfugio che permette al soggetto di “aggirare” il vero problema quanto come quell’opportuno insieme di attenzione, approccio creativo, stratagemmi e pensiero laterale che permette di risolvere uno “snodo decisionale” prima che diventi un problema. Consapevoli del fatto che <a href="https://www.massimobustreo.it/il-piu-temibile-hacker-della-nostra-mente-noi-stessi/">è la nostra mente che costruisce i problemi</a> che nella realtà non esistono se non come generiche difficoltà.</p>
<p>«È la mente a creare i problemi» significa ribaltare quella prospettiva che porta il <strong>risolutore di enigmi</strong> (di qualsiasi natura professionale essi siano) ad andare alla ricerca di soluzioni note, magari già sperimentate, per una loro risoluzione. E favorire così un approccio più &#8220;strutturale&#8221; al problema che parta dalla sua&#8230; creazione! È infatti solo comprendendo come si creano i problemi che è possibile imaprare a gestirli e risolverli.</p>
<blockquote><p>E chi meglio di un <strong>illusionista</strong> possiede la nobile arte di saper creare problemi apparentemente insolubili?</p></blockquote>
<p>Statue della Libertà che spariscono davanti a migliaia di occhi attenti. Donne che levitano a mezz&#8217;aria. Carte che vengono ritrovate dopo esser state perdute o bruciate. Monete che si moltiplicano e sparisono a un palmo da naso dell&#8217;interlocutore. Grossi gorilla neri che attraversano una scena senza che il pubblico noti alcunché.</p>
<h4><em><strong>Il contrario di ambiguità non è univocità!</strong><br />
</em></h4>
<p>Creare situazioni di (apparente) <strong>impossibilità</strong>, di (indecifrabile) <strong>ambiguità</strong>, di (ignote) <strong>logiche</strong> fisiche o meccaniche è una specifica abilità di creazione immaginativa e tecnica che permette agli illusionisti di <strong>costruire una realtà</strong> (ovvero un problema da risolvere, per gli spettatori) apparentemente impossibile. Impossibile per gli spettatori solo perchè questi non hanno a disposizione ulteriori e <strong>differenti modelli interpretativi</strong>. O informazioni sul come quel problema è stato costruito.</p>
<blockquote><p>Ecco la magia del problem solver: l&#8217;esercizio a quell&#8217;ideazione creativa necessaria per costruire (e quindi risolvere) problemi apparentemente insolubili. Il contrario di &#8220;ambiguità&#8221; non è infatti &#8220;univocità&#8221; ma &#8220;<strong>nuovo ordine</strong>&#8220;!</p></blockquote>
<p>È possibile trattare i modelli e gli approcci ai dilemmi decisionali partendo da un’analisi dei metodi di problem setting propri ad alcune figure professionali particolarmente esemplificative in tal senso: <strong>detective, enigmisti, maghi e illusionisti</strong>. Conoscere gli approcci &#8211; non certo i trucchi, anche se&#8230; &#8211; attraverso cui tali professionisti approcciano i propri problemi professionali (routine di magia, giochi illusionistici ed enigmi logico-linguistici) significa potersi avvicinare a come la mente, di fronte a una condizione di ambiguità percettiva e cognitiva, riesca a <strong>ideare nuove soluzioni</strong>, spesso inusuali, in risposta alle sempre differenti situazioni che il problem solver deve affrontare nella sua quotidianità professionale. Significa imparare a cercare ogni volta <strong>interpretazioni molteplici</strong> e non scontate di ciò che abitualmente si considera dotato di un significato univoco.</p>
<h4><em>Cosa c&#8217;è di possibile nell&#8217;impossibile<br />
</em></h4>
<p>Conoscenze scientifiche e abilità illusorie permettono così di comprendere un po’ meglio quali sono i <strong>processi mentali</strong> che possono o devono essere attivati di volta in volta per produrre le soluzioni più adeguate in determinate circostanze. Anche quelle considerate così difficili da apparire “impossibili”.</p>
<p>Un esempio coinvolgente e originale lo trovate ora nella conferenza-spettacolo <a href="http://www.neuromagia.it">«Neuromagia. Quando la magia &#8220;svela&#8221; il nostro rapporto con il denaro»</a>, unica realtà italiana di educazione al denaro e ai processi decisionali che unisce psicologia del denaro e illusionismo!</p>
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		<title>Il Più Temibile Hacker della Nostra Mente? Noi Stessi</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Jun 2019 10:33:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[behavioral economic]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Ovvero, siamo liberamente obbligati in molte delle nostre scelte quotidiane. Pensiamo in base a quello che già conosciamo, e ci illudiamo di essere liberi nel guidare noi il nostro pensiero. Ovvero, crediamo di essere liberi mentre l’hacker che è in noi sta obbligando le nostre decisioni, mettendo in relazione mente e realtà.<br />
E il nostro modo di relazionarci con la realtà attraversa vie euristiche e bias, fallace percettive e distorsioni, pregiudizi e fallimenti sistematici del nostro modo di pensare. Spesso hackerati dall’esterno. Ma ancor più spesso da… noi stessi.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.massimobustreo.it/il-piu-temibile-hacker-della-nostra-mente-noi-stessi/">Il Più Temibile Hacker della Nostra Mente? Noi Stessi</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.massimobustreo.it">Massimo Bustreo</a>.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="et_pb_section et_pb_section_3 et_section_regular">
				
				
				
				
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					<p><em>[estratto dalla relazione al TEDxUdine del 9 marzo 2019]</em></p>
<p><em><strong><span style="font-size: 14pt;">Chi hackera chi?</span><br />
</strong></em>Nei prossimi 18 minuti il vostro cervello verrà hackerato più e più volte. E solo in due di queste non sarete voi a farlo!<br />
Ma c’è di più: queste “intrusioni” non solo non verranno da “fuori”, ma non violeranno alcuna norma legale, etica o che abbia a che fare con la buona educazione. Non avranno bisogno di alcuna autorizzazione né di domande specifiche. E non saranno “visibili”. Anche perché, accadendo dentro alla nostra testa, è difficile poter “vederci qualcosa”. O forse no?<br />
Oggi, in realtà, con raffinati strumenti di Neuroimaging Funzionale è possibile “vedere” e “valutare” le differenti funzionalità del nostro cervello.<br />
Per far questo sono necessarie principalmente due cose:<br />
1) un cervello in attività, oggetto non scontato né frequente, e<br />
2) uno scanner RMF, oggetto che nemmeno scontato sarebbe stato possibile portare qui per “vedere” tutti i vostri cervelli al lavoro!<br />
Sapendo di avere qui molti cervelli in attività ma nessuno scanner per sbirciare i nostri neuroni dentro la nostra scatola cranica, ho elaborato un efficace metodo per “portar fuori” i neuroni. Esaminiamolo insieme!<br />
Allungate un braccio davanti a voi e aprite bene la mano. Ecco un’ottima rappresentazione di un neurone con il suo nucleo (qui, nel palmo della mano), i suoi dendriti (le dita) che ricevono i segnali e li propagano in direzione opportuna per la loro elaborazione, attraverso l’assone (il vostro braccio). Se alzate bene la manica potete vedere anche la guaina mielinica e le cellule di Schwann…!<br />
Ora <a href="https://www.youtube.com/watch?v=7DsjNxzr41g&amp;t=622s">capiamo nel dettaglio</a> come questo nostro affascinante sistema reagisce a una stimolazione esterna.<br />
Per cortesia, alzatevi tutti in piedi.<br />
Da questo momento fate <em>esattamente</em> quello che faccio io. Allungate le braccia e portatele parallele all’altezza delle spalle, palmo a palmo. Muovete le dita così: questi sono i vostri neuroni che reagiscono alle indicazioni vocali che vi sto comunicando: reattivi e rispondenti! Ottimo!<br />
Continuate a fare esattamente quello che faccio. Fermate le dita. Girate le mani dorso contro dorso, sollevate il braccio destro portandolo sopra il braccio sinistro e unite le mani, intrecciando bene le dita e facendo molta attenzione che il pollice della mano sinistra &#8211; quella che appartiene al braccio che stava e sta sotto il braccio destro &#8211; si trovi tra il pollice della mano destra, sotto, e l’indice della mano destra, sopra. Allungate gli indici &#8211; i vostri dendriti &#8211; così e unite forte i polpastrelli. Osservatela bene: questa è una trasmissione sinaptica tra i vostri neuroni. Fermi così! Eccoli i neuroni che potete “toccare con mano” mentre eseguono un comando, senza accorgervi che, nel frattempo, altri neuroni hanno subìto un primo attacco hacker. Che è andato a “buon” fine se… non riuscite a fare <a href="https://youtu.be/7DsjNxzr41g?t=217">così</a>.</p>
<p><span style="font-size: 14pt;"><em><strong>Il potere delle aspettative</strong></em></span><br />
Siamo sicuri che quello che avete visto proprio ora sia ciò che stava davanti ai vostri sguardi? In realtà non è proprio così.</p>
<blockquote><p>Noi vediamo esattamente quello che ci aspettiamo di vedere. Mentre accadono cose là dove la nostra attenzione non riesce a cogliere eventi e cambiamenti.<br />
Ciò significa che ognuno di noi agisce non tanto agli stimoli oggettivi provenienti dalla realtà stessa quanto in risposta a una serie di immagini mentali create da… qualcuno che lavora per noi. O contro di noi.</p></blockquote>
<p>Noi vediamo quello che vogliamo vedere. E non mi riferisco solo alla vista.<br />
Ovvero, siamo <strong>liberamente obbligati</strong> in molte delle nostre scelte quotidiane. Pensiamo in base a quello che già conosciamo, e ci illudiamo di essere liberi nel guidare noi il nostro pensiero. Ovvero, crediamo di essere liberi mentre l’hacker che è in noi sta obbligando le nostre decisioni, mettendo in relazione mente e realtà.<br />
E il nostro modo di relazionarci con la realtà passa proprio di qui: non sempre lungo il sentiero più razionale, opportuno e lineare che si possa immaginare o volere, ma attraverso vie euristiche e bias, fallace percettive e distorsioni, pregiudizi e fallimenti sistematici del nostro modo di pensare. Spesso hackerati dall’esterno, sì (mercato, pubblicità, informazioni). Ma ancor più spesso da… noi stessi.</p>
<blockquote><p>La comunicazione può infatti ingannare. Ma anche la mente <em>mente</em>. Anzi: la mente <em>ci</em> mente.</p></blockquote>
<p>Il fatto è che noi <em>affidiamo</em> a lei ciò che vogliamo, e vogliamo <em>fortemente</em>, credere. Ma cosa significa “credere”? La radice della parola <strong>credere</strong> rimanda al <strong>credito</strong>: se noi ci <em>fidiamo</em> della nostra mente è perché le diamo credito! Quando non lo facciamo, quando <em>dif-fidiamo</em>, allora siamo motivati ad analizzare ogni singola parola, ogni singola azione per …smascherare una possibile minaccia! Ma se ci <em>fidiamo</em> di lei… ci <em>affidiamo</em> a lei.<br />
Allo stesso modo, se noi diamo credito alla realtà che ci sta di fronte è perché ci fidiamo di essa.<br />
Ma queste &#8211; la nostra mente e la realtà &#8211; sono solo <em>due</em> delle <strong>tre facce della medaglia</strong>! Perché c’è poi quella che io chiamo la terza faccia della medaglia.<br />
La terza “metà” è il luogo relazionale dove si spende il nostro reciproco credito relazionale.<br />
Ed è in questo luogo che noi spesso &#8211; molto spesso &#8211; ci sentiamo <em>obb-ligati</em> a fidarci. Obbligati: legati reciprocamente. O più precisamente: qui è la nostra mente che ci obbliga, ci lega in modo vincolante alle sue decisioni.</p>
<p><span style="font-size: 14pt;"><em><strong>Liberamente obbligati</strong></em></span><br />
Nel gioco del «<a href="https://www.youtube.com/watch?v=7DsjNxzr41g&amp;t=622s"><strong>pacchetto di sigarette</strong></a>» ognuna di queste macchine (le nostre menti) è un “libro aperto” di fronte ai migliori pirati cognitivi! Avete lasciato spalancato il vostro firewall e l’hacker è entrato fin dalla presentazione delle regole del gioco. E poi da quella prima domanda che ha favorito un <strong>processo di associazione semantica</strong> tra “sigarette” e “pacchetto di sigarette”. Voi, o meglio, la maggior parte di voi si è sentita libera di rispondere in modo apparentemente generalizzato (scrivendo un qualsiasi numero tra 0 e 20, o alcuni numeri tra 0 e 20, o delle frasi tipo «non so… quelle che restano… dipende…») quando in realtà &#8211; e in modo completamente inconsapevole &#8211; era già stata obbligata &#8211; dalla propria mente &#8211; a costruire una <strong>risposta implicitamente coerente</strong> con l’associazione “sigarette-pacchetto di sigarette”. Il vostro amato hacker vi ha tenuti lontani da altre realtà seppur verosimili e plausibili. Infatti: a qualcuno di voi, alla prima domanda «Quante sigarette ci sono in un pacchetto?», è venuto in mente un pacchetto tipo questo (pacchetto di fazzoletti blu) o questo (pacchetto di caramelle giallo)? Per l’appunto: il sistema era già stato violato dal <strong>bias di conferma</strong>.</p>
<p>Nella seconda domanda, presa nelle trappole disseminate lungo il sentiero della <strong>comunicazione liberamente obbligante</strong> fin dall’inizio dell’elencazione delle tre (e solo tre) prescrizioni del gioco (seppur paradossali, come quella di non ridere) e della modalità di presentazione delle domande, la vostra mente ha operato un’ulteriore <strong>inferenza</strong>, confermando a voi stessi che si stesse parlando proprio di sigarette, allora… Allora avete risposto, o meglio la maggior parte di voi ha confermato la risposta precedente, o l’ha “aggiustata” sempre affidandosi all’immagine mentale di un pacchetto di sigarette. Un’immagine mentale ora ben più chiara e univoca, ma pur sempre un’immagine mentale. È l’<strong>euristica dell’ancoraggio e aggiustamento</strong>. Quell’euristica che ci àncora al primo prezzo comunicato in una contrattazione.</p>
<p>Infatti, tale sistema di inferenze procede e si rinforza nella terza domanda. Qui, il vostro hacker forza i file della vostra memoria, scassìna i ricordi della vostra esperienza e vi fa rispondere «10, 20, 25». È l’<strong>euristica della disponibilità</strong>. Risposte facilmente recuperabili in <strong>memoria</strong> perché disponibili nella nostra esperienza, coerenti con la mia esperienza. Ecco che, se conosco bene la Francia, ai numeri di prima posso aggiungere un «30 o 35». Ma la questione è: sono risposte relative a reali pacchetti esistenti di sigarette? E se qualcuno avesse risposto 19? Sarebbe una risposta accettabile? …Sì, per il fatto che il limite entro cui accettare tale risposta può trovarsi oltre le informazioni disponibili alla nostra esperienza, in modo che comprenda, ad esempio, i «pacchetti intatti» in commercio in Inghilterra (19 sigarette).</p>
<p>Ma arriviamo alla questione cruciale. È possibile rispondere in modo corretto alla quarta e ultima domanda? Oppure, dopo l’intromissione del vostro caro hacker, questa possibilità è svanita? Perché per dare l’unica vera risposta possibile all’ultima domanda non ci si può affidare all’<strong>immagine mentale</strong> del pacchetto di sigarette che il sistema hackerato ha non solo costruito attraverso le domande di questo gioco ma via via consolidato attraverso le proprie risposte come personale realtà cui ognuno di voi si è poi riferito. Eh sì, perché su quei foglietti c’è il tracciato mentale del vostro affidarvi a una immagine mentale. All’immagine mentale del “pacchetto di sigarette&#8221; e non più alla realtà, che è questo pacchetto di sigarette, reale e disponibile a tutti. Questo è il problema cui è necessario metter mano per poterlo risolvere. E si trova ben al di là di come la nostra mente ce lo racconta.</p>
<blockquote><p>Per trovare la risposta giusta è qui necessario controllare le intrusioni e le violazioni del nostro sistema mentale &#8211; inferenze, generalizzazioni, ipotesi, conoscenze pregresse… &#8211; in modo da aiutarlo ad agire nell’unico modo corretto: riconsiderare le condizioni imposte dalle regole, agire all’interno di queste, dubitare dell’immagine mentale esistente (creata dalla mia mente) o diffusa (stimolata dalla comunicazione a me rivolta), verificare il contenuto del problema e risolverlo.</p></blockquote>
<p><span style="font-size: 14pt;"><em><strong>L&#8217;antivirus che è in noi</strong></em></span><br />
È la nostra mente che ci rende<strong> liberamente obbligati</strong>. Il nostro comportamento è esposto ai rischi di un hackeraggio mosso da noi stessi molto più spesso di quanto pensiamo.</p>
<p>Per questo mi piacerebbe che ci portassimo a casa <strong>3 sneakers</strong> o ovvero 3 utili programmi che permettano al nostro caro hacker non solo di prendere consapevolezza dei nostri limiti ma soprattutto di migliorare le nostre prese di decisione:<br />
<strong>1)</strong> <strong>dubitare</strong> delle informazioni a disposizione e verificarle<br />
<strong>2)</strong> <strong>valorizzare gli errori</strong>, perché se la nostra mente è liberamente obbligata che lo sia nella più opportuna delle direzioni<br />
e, infine, evitare di fumare ma<br />
<strong>3)</strong> <strong>aprire</strong> non solo la nostra mente ma tutti i “pacchetti” che ci troveremo davanti!</p>
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		<title>«Papà, perchè?» e il Pregiudizio dello Status Quo</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Jan 2019 16:30:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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					<h1 style="text-align: center;"><span style="color: #444444; font-size: small;">Peter Demetz «The Perception» (ph Sossima Silva Ramirez, 2018)</span></h1>
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					<p>Qual è il <strong>gioco</strong> <strong>più difficile</strong> che un bambino possa proporre a un adulto? La maggior parte di noi lo avrà provato almeno una volta con il proprio figlio, con un nipotino affettuoso o con un bimbo curioso. E molti di noi adulti hanno miseramente abbandonato, dichiarando «Hai vinto tu!» dopo un paio di …«Perché?».</p>
<p>Ecco la disciplina olimpica per i campionati del triathlon mentale, specialità 3C <strong>curiosità, conoscenza e creatività</strong>: il gioco del «Perché?». Questo semplice ma tutt&#8217;altro che innocente avverbio interrogativo nasconde dietro sé tanto il fascino esercitato dalla conoscenza quanto il terrore dell’ignoranza e il brivido della sfida creativa. Il bambino brama sapere come funzionano le cose, cosa sta dietro a ogni singola spiegazione degli eventi e s’ingegna per trovare una strada che gli permetta di scoprirla. Desidera fortemente sapere il perché dietro ad ogni «perché…». L&#8217;adulto, dal canto suo, teme di non sapere la causa reale che motiva gli eventi, affidandosi alle cose come stanno e come gli son note, nel tentativo di allontanare ogni ragionevole dubbio e sollevarsi dalla fatica di andare un po’ più in là.</p>
<p>Eh sì, perché ogni «perché» apre una porta sull&#8217;universo della conoscenza, avvia un percorso di indagine che può spingersi in <strong>profondità</strong>, molto in profondità. Ai limiti della vertigine. Per questo al contempo è promessa e minaccia per il <em><strong>mantenimento dello</strong></em> <em><strong>status quo</strong></em> del soggetto che si pone tale interrogativo. Speranza e timore. Opportunità e rischi. E per tale motivo l’adulto perde miseramente quasi sempre in questo gioco, sotto gli indifendibili «Perché… sì!» e «Perché… è così!».</p>
<p>Eppure noi stiamo a fatica in una condizione di non conoscenza: <strong>vogliamo sapere</strong>. Nasciamo curiosi, anche se troppo spesso crescendo tale nostra esigenza viene ridimensionata e sopita. «La curiosità è una risorsa importante, che ci aiuta a esplorare il mondo e ci apre nuove strade. Perché siamo curiosi? E perché è importante restarlo per tutta la vita?» si chiede in uno stimolante articolo Anna Rita Longo nel numero di febbraio di <em>Le Scienze &#8211; MIND</em> «Una vita da curiosi» (<a href="https://www.massimobustreo.it/wp-content/uploads/2019/01/Una-vita-da-curiosi-Mind-febbraio-2019-pp-24-31.pdf">pp. 24-31</a>) con la quale ho avuto il piacere di dialogare su questo tema che mi ha sempre… incuriosito!</p>
<p>Essere curiosi significa “prendersi cura” di sé attraverso il sapere. É il nostro modo di esplorare il mondo e uno di quelli preferibili per affrontare le decisioni nella nostra quotidianità. Un modo tanto necessario quanto costoso in termini di <strong>rischi</strong> e di <strong>energia</strong>, fisica e mentale (<a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?Id=24656"><em>La terza faccia della moneta</em>, 2018: pp. 19-27</a>). Costi che affrontiamo proprio perché pre-disposti ad esser curiosi attraverso pensiero, linguaggio e creatività. Predisposti non significa certo “disposti per tutta la vita”. Purtroppo. Crescendo lo spazio dedicato o concesso per “scoprire” il mondo e sperimentarlo con la propria esperienza lascia ben presto il posto alle occasioni di apprendimento imposto o passivo. Quanto siamo disposti, tra adulti, a giocare al gioco dei «Perché?» andando oltre i primi “giri”? Troppa fatica! Di fronte allo sforzo di dover immergersi in ragioni, cause e logiche da verificare e scoprire meglio optare per una soluzione di “superficie”, su cui galleggiare nello <strong>stagno sicuro di ciò che già si sa</strong>.</p>
<p>Tuttavia, preferire la situazione attuale e sicura in cui compiere le proprie scelte quotidiane è l’esito di un bias comportamentale: il <strong><em>Pregiudizio</em></strong><em><strong> dello Status Quo</strong></em>. La situazione attuale è il solido riferimento da mantenere immutato, in cui ogni legame causale degli eventi è noto in modo rassicurante. E qualsiasi <strong>cambiamento</strong> &#8211; e non a causa di evidenti possibilità di peggioramento &#8211; viene considerato una perdita. Un’euristica questa che porta a conseguenze limitanti, conservative e non sempre opportune. Specialmente in un contesto di apprendimento e di conoscenza. Eppure, l’euristica &#8211; come indica l’origine greca del termine &#8211; dovrebbe ben rimandare al <strong>piacere della scoperta</strong>, alla gioia conseguente il ritrovamento di una ragione che spiega le cose.</p>
<p>Ecco perché è utile, se non necessario, conservare la predisposizione alla curiosità anche “da grandi&#8221;, oltre il nostro periodo infantile. La curiosità dovrebbe rimanere quella fondamentale e atavica spinta intima al <strong>desiderio di vedere, di sapere</strong>, di provare, di gustare. Proprio come l’atto del bambino che “introietta” il mondo esterno nel proprio sé “gustandolo” morso a morso, nel suo “mettere in bocca” parti del mondo da conoscere (<em>Le Scienze &#8211; MIND</em>: <a href="https://www.massimobustreo.it/wp-content/uploads/2019/01/Una-vita-da-curiosi-Mind-febbraio-2019-pp-24-31.pdf">pp. 29-30</a>).</p>
<blockquote>
<p>La curiosità come premessa del conoscere è un potente <strong>stimolo intellettuale</strong>. La curiosità è benefica nel suo essere strettamente legata all’atto del <strong>prendersi cura di sé</strong>, come il bambino nell’esplorazione del mondo, degli altri e della relazione tra sé e gli altri.</p>
</blockquote>
<p>Per evitare che la curiosità si perda con la maturità e con l’abbandono della modalità infantile – cioè propria dell’infanzia, ma non per questo meno efficace e produttiva di conoscere il mondo nelle occasioni adulte – è indispensabile che anche da adulti si sia capaci di recuperare il nostro approccio infantile alla <strong>scoperta del nuovo</strong> e la volontà di saper ascoltare anche la parte meno adulta di noi, quella più giocosa che è poi quella più vicina alla nostra <a href="http://www.massimobustreo.it"><strong><em>terza metà</em></strong></a>. È la <strong>dimensione del gioco</strong> del bambino, libero, destrutturato, immaginifico, potente. Si tratta di una <strong>dimensione gratificante</strong> e fondata sulla <strong>fiducia</strong> su sé e sugli altri, nella relazione. Nella nostra relazione con il mondo tendiamo a “monetizzare” la relazione con gli altri (<a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?Id=24656"><em>La terza faccia della moneta</em>, 2018</a>: pp. 95 e ss.). Noi, infatti, pensiamo, agiamo e decidiamo interagendo con il nostro ambiente, fortemente influenzati dal contesto, dalle cornici entro cui ci vengono raccontati i fatti e dai valori attribuiti dall’esperienza. Tuttavia, non sempre questa via porta al <strong>successo</strong>.</p>
<p>Se da un lato siamo stati cresciuti per replicare azioni e comportamenti “di successo” perché in passato si sono già dimostrate efficaci, dall’altro abbiamo la tendenza in situazioni simili a replicare un comportamento che ha già funzionato. Ma questa è tanto una promessa di riuscita quanto una minaccia di fallimento. Lasciare o no la via vecchia per la nuova?</p>
<p>Da un punto di vista mentale ci attiviamo tanto per evitare di intraprendere una nuova via quanto per immaginare cosa ci sia al di là della vecchia: ma ecco che il “far succedere” diventa più importante di ciò che “è successo”. Questa è l’attivazione da recuperare, <strong>il prezzo da pagare</strong>: la curiosità quale strategia personale e professionale per far accadere le cose e prendersi cura di esse e delle relazioni che queste accompagnano, sempre. E senza paura di sbagliare ma imparando a sbagliare meglio. Anche giocando al gioco dei «Perché?». Perché c’è solo da guadagnarci!<br /> Come conferma la testimonianza raccolta dall’articolo di Longo (<a href="https://www.massimobustreo.it/wp-content/uploads/2019/01/Una-vita-da-curiosi-Mind-febbraio-2019-pp-24-31.pdf">p. 31</a>) di Francesca Gino, docente di Business Administration alla Harvard Business School, avremmo «tutto da guadagnare dal fatto di preservare questa disposizione naturale per tutta la vita». Anche per un vantaggio offerto al “valore economico” dalla curiosità. Secondo gli studi di Gino</p>
<blockquote>
<p>quando viene solleticata la nostra curiosità, noi ragioniamo più approfonditamente e più lucidamente sulle decisioni da prendere ed escogitiamo soluzioni più creative. Inoltre la curiosità permette ai leader di avere più rispetto da parte dei loro follower e induce i dipendenti a sviluppare reazioni fiduciarie e più collaborative con i colleghi.</p>
</blockquote>
<p>Essere curiosi significa prendersi cura di sé, del proprio mondo come del mondo degli altri e quindi <strong>prendersi cura delle relazioni</strong> con gli interlocutori con cui abbiamo a che fare. Un atteggiamento curioso ed esplorativo sarà in grado di riscoprire il <strong>piacere dell’apprendimento</strong> quanto più sarà capace di trovare le risposte cercate. E soprattutto tanto più saprà porre delle <strong>buone domande</strong>.<br /> Per iniziare a cambiare il nostro atteggiamento, infatti, è sufficiente iniziare a comprendere meglio le cose che facciamo. E iniziare, tra tutte, con la più importante delle domande: «Perché?». Meglio se resistendo alla tentazione di rispondere «Perché …è così!».</p>
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