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	<title>tempo | Massimo Bustreo</title>
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		<title>Un bel respiro</title>
		<link>https://www.massimobustreo.it/un-bel-respiro/</link>
		<pubDate>Mon, 15 Dec 2025 20:41:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Viviamo esposti a una spossatezza emotiva e mentale che ci riconosce prima ancora che noi si possa riconoscere lei. Ammetterlo non è un lamento: è il primo atto di resistenza. Forse non si tratta solo di stanchezza. È l’esito di un rumore di fondo di un’epoca complessa. Troppo complessa per poterla comprendere con strumenti noti e già sperimentati. Ma riconoscere questo rumore è il primo passo per non esserne sopraffatti.</p>
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					<blockquote><p>Siamo solo stanchi? O siamo saturi? Possiamo resistere ancora? E quanto?</p></blockquote>
<p>Viviamo esposti a una <strong>spossatezza emotiva e mentale</strong> che ci riconosce prima ancora che noi si possa riconoscere lei. Ammetterlo non è un lamento: è il primo atto di <strong>resistenza</strong>.</p>
<p>Forse non si tratta solo di <strong>stanchezza</strong>. È l’esito di un <strong>rumore</strong> di fondo di un’epoca complessa. Troppo complessa per poterla comprendere con strumenti noti e già sperimentati. Ma riconoscere questo rumore è il primo passo per non esserne sopraffatti.</p>
<p>Da qualche tempo conviviamo quotidianamente con una forma particolare di stanchezza. Questa non è arrivata all’improvviso. Non si è presentata né fatta annunciare. Non ha bussato alla nostra porta. Lei fa così: <strong>ci precede,</strong> perché sa già dove andare mentre noi cerchiamo ancora la direzione. Come fanno le emozioni, d’altra parte.</p>
<blockquote><p>Che sia una stanchezza che nasce dal vivere in un mondo che accelera più dei nostri pensieri? In un mondo che cambia forma mentre cerchiamo le istruzioni per capirlo? In un mondo che sfugge alle categorie?</p></blockquote>
<p>La fatica di rincorrere tale vertiginosa <strong>volatilità</strong> conduce a una stanchezza sottile, stratificata, subdola, Non tanto fisica quanto cognitiva. Non tanto muscolare quanto affettiva. Non tanto individuale quanto relazionale.<br />
Nell’era della complessità, <a href="https://www.inspiringpr.it/verita-resistenti-a-inspiringpr-2026/"><strong>resistere</strong></a> come anche solo <strong>orientarsi</strong> e ancor prima <strong>comprendere</strong> è un lavoro faticoso. Troppo faticoso per degli esseri limitati come siamo.</p>
<p><span style="font-size: large;"><em><strong>Una presenza discreta</strong></em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">È una fatica che non alza la voce. Non è eroica. Non è epica. Non è instagrammabile. Eppure ci accompagna ovunque. Come un’<strong>ombra</strong> che conosce perfettamente il nostro passo. Di più: che lo anticipa e lo rende sempre più instabile.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">È la fatica di <strong>decidere per il meglio</strong> in un mondo che cambia troppo velocemente. Anzi: è la fatica di decidere per il soddisfacente. Che pure il bene ancor più che il meglio si sta allontanando sempre più.<br />
</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">È la fatica di comprendere. Di <strong>stare in equilibrio</strong> tra ciò che sappiamo e ciò che sfugge. Tra ciò che vorremmo e ciò che dobbiamo pensare, scegliere, agire.<br />
</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La sua materia prima è l’<strong>incertezza</strong>. Il suo rumore di fondo è il <strong>sovraccarico informativo</strong>. Il suo gesto quotidiano è lo <strong>spaesamento</strong>. Il suo volto è la <strong>maschera</strong> che la nasconde, e sempre meno discretamente.<br />
</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">È una fatica <strong>distribuita</strong>, sì, ma non uniforme. Per i più giovani pare essere come il peso di uno zaino che non hanno preparato loro, ma che loro si ritrovano in spalla. Una pressione che schiaccia e abbassa l’orizzonte dello sguardo sotto l’orizzonte. Per i meno giovani pare accompagnare ogni passo mosso su un terreno terreno che cambia consistenza sotto i piedi a ogni allungo. E per molti se non per tutti è il motore che gira in folle. A consumar benzina emotia.</span></p>
<p><span style="font-size: large;"><strong><em>Specchi e punti di frizione</em></strong></span></p>
<p>Per chi si occupa di educazione, di formazione e di divulgazione, la stanchezza si colora di tonalità e sfumature particolari. La fatica del mestiere mette sì alla prova la resistenza. Ma prima ancora emerge dalla frizione tra mondi e rappresentazioni. Tra realtà e narrazioni. Tra forme e contenuti. Tra <strong>verità e ragioni</strong>.</p>
<p>Perché chi insegna, chi comunica, chi educa non maneggia soltanto contenuti: prende in mano rappresentazioni, immagini, aspettative, paure, visioni, bisogni, desideri. Ogni tema complesso porta con sé anche il peso del <strong>contesto</strong> che fa da sfondo: economico, sociale, emotivo, relazionale, politico, valoriale, ideologico. Un contesto che oggi somiglia più a un mare livido in burrasca che a un cristallino torrente saltellante.</p>
<blockquote><p>Il rischio si ripresenta a ogni occasione: dire troppo e contribuire alla saturazione? Dire male e contribuire alla confusione? Dire poco e rendere lecito l’indifendibile?</p></blockquote>
<p>Il dovere di dire la verità senza avvelenare il pozzo. Parlare del contesto reale, con le sue ombre, senza diventare complici dello scoraggiamento, della saturazione, del cinismo strisciante. È una linea sottilissima. La manchiamo, a volte. Perché dobbiamo muoverci sul crinale di un <strong>equilibrio instabile</strong>: un passo più in qua illumina, un passo più in là affatica. Spesso non lo indoviniamo. Sempre inciampiamo. E sovente – se non ad ogni procedere – in <strong>errori</strong> che sono l’emersione del sincero.</p>
<p>C’è, infatti, un <strong>paradosso</strong> tra i tanti di oggi che vale la pena nominare: questa fatica non è solo un ostacolo. È <strong>forza rivelatrice</strong>. Ci mostra dove finisce il nostro <strong>sapere</strong> e dove inizia il nostro <strong>limite</strong>. Ci ricorda che, prima ancora di essere professionisti, siamo persone che attraversano la stessa complessità dei nostri interlocutori. In modo diverso, ma sovrapponibile.</p>
<p>E forse è proprio questa <strong>vulnerabilità condivisa</strong> a dare profondità vera alla relazione educativa. La fatica ci restituisce la misura.</p>
<blockquote><p>E la <strong>misura</strong> è una necessità per comprendere la realtà.</p></blockquote>
<p><span style="font-size: large;"><em><strong>Serve un limite che serva</strong></em></span></p>
<p>A volte basta spostare l’<strong>angolo di osservazione</strong> di qualche grado. Come ben c’insegna <strong><a href="https://www.massimobustreo.it/propongo/"><em>Soul</em></a></strong>.</p>
<p>Bisogna necessariamente <strong>esporsi</strong>. E farlo significa <strong>parlare con cura</strong>, sapendo che ogni parola può accendere un’immagine interna, una speranza, una paura, un dubbio. Significa <strong>cercare la verità</strong> allontanando la tentazione di trasmetterla come un macigno. Significa <a href="https://youtu.be/fKeHN8nQWj0?si=FQSLFLdPjzNJ9ulh"><strong>mettersi in gioco</strong></a>, tra onore di sé e oneri per sé e gli altri. Ma questo toglie il fiato.</p>
<p>Il <strong>limite</strong> non è un nemico. Non toglie, ma <strong>ordina</strong>. Non castra, ma permette di <strong>costruire</strong>.</p>
<p>Il limite è la cornice che ci <strong>protegge</strong> dal rischio di diventare cinici. E ci salva da quell’enorme buco nero che inghiotte tutto, anche ciò che potrebbe salvarci: l’<strong>indifferenza</strong>.</p>
<p>Per questo la fatica è un <strong><a href="https://www.audible.it/pd/Coaching-per-il-futuro-Audiolibri/B0CPYCDTN3?qid=1741702603&amp;sr=1-1&amp;ref_pageloadid=not_applicable&amp;pf_rd_p=67f8f22b-aed1-45a6-a456-d09beff03315&amp;pf_rd_r=SGBA3PGG7DAQEENCXFFG&amp;plink=AQK3ctv48tLRfVNq&amp;pageLoadId=hmT2ZwW79hDIQdx2&amp;creativeId=b2592cc9-1111-40d9-9474-98f67c8075cc&amp;ref=a_search_c3_lProduct_1_1">esercizio quotidiano</a></strong>, quasi ascetico: <strong>misurare</strong> ciò che sappiamo, <strong>riconoscere</strong> ciò che ignoriamo. Per farlo serve energia, serve <strong>resistenza</strong>. E questo accorcia il fiato. Soprattutto se ci si muove senza <strong>allenamento</strong>.</p>
<p><span style="font-size: large;"><em><strong>Servono domande prima delle risposte</strong></em></span></p>
<p>La fatica ci costringe a domandarci che <strong>storia</strong> sto raccontando.</p>
<blockquote><p>Che storia racconto a me stesso? Che storie sto raccontando agli altri? Che immagine sto evocando della realtà? Sto costruendo una via d’uscita? Un vicolo cieco? Un altrove che mi faccia da alibi?</p></blockquote>
<p>Dobbiamo scegliere consapevolmente quali <strong>immagini</strong> far lavorare dietro i nostri occhi. Perché da quelle immagini prende forma ciò che decidiamo. Ciò che comunichiamo. Ciò che siamo.</p>
<p>Forse il nostro tempo chiede proprio questo: riconoscerne la presenza di questa fatica. Capire da dove nasce. Ascoltarla. Trasformarla in un <strong>gesto generativo</strong>.</p>
<p>E la competenza da allenare meglio delle altre è oggi quella che permette di attraversare la <strong>complessità</strong> senza perdere <strong>lucidità</strong>.</p>
<p><span style="font-size: large;"><em><strong>Riprendere fiato</strong></em></span></p>
<blockquote><p>Dobbiamo resistere alla fatica? O forse conviene ascoltarla? Leggerla come un segnale? Rigettarla come fallimento? Riformularla come necessità?</p></blockquote>
<p>Per fare ciò dobbiamo riprendere contatto con quel <strong>luogo interno</strong> in cui <strong>emozioni</strong> e <strong>valori</strong> costruiscono la colonna portante della nostra persona. Dove la complessità non si semplifica, ma si comprende meglio e si <strong>risolve</strong>.</p>
<p>Per farlo, ovvero per iniziare, serve <strong>fermarsi</strong>. E agire un gesto minuscolo e potentissimo: <strong>un respiro</strong>. Un atto semplice e rivoluzionario. Un bel respiro, consapevole.</p>
<p>Un respiro che è<strong> varco</strong> per entrare dall’uscita. Un respiro che è<strong> occasione</strong> per smettere di inseguire. Un respiro che è<strong> tempo</strong> per ricominciare a vedere. Un respiro che riallinea l’<strong>attenzione</strong>. Un respiro che <strong>raccoglie</strong> le emozioni. E che, in un respiro, permetta a ciascuno di cominciare a <strong>far spazio</strong> alla necessaria consapevolezza emotiva.</p>
<p>In quel semplice quanto perduto atto del gonfiarsi e svuotarsi del torace riconquistato in tutta la sua <strong>arte</strong> la fatica si ridimensiona. Non scompare, ma torna a misura. E con lei riemerge qualcosa che spesso dimentichiamo di avere: un margine di <strong>scelta</strong>, un piccolo <strong>vantaggio</strong> evolutivo, una rinnovata <strong>motivazione</strong> per attraversare ciò che ci stanca senza smettere di andare avanti.</p>
<blockquote><p>«It’s only pain. Take a breath. Take a deep breath».</p></blockquote>
<p>Basta poco. Davvero. Un respiro.<br />
E il mondo, pur restando lo stesso, ci troverà più presenti.</p>
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		<title>A Natale son tutti più buoni</title>
		<link>https://www.massimobustreo.it/a-natale-son-tutti-piu-buoni/</link>
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		<pubDate>Tue, 20 Dec 2022 13:05:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Ogni negozio, ogni supermercato, ogni bancarella del paesello abbellito a festa ne offre almeno uno. Basta avere naso per gli affari. Occhio per i messaggi pubblicitari. Vestiti sempre uguali tra sottrazioni, moltiplicazioni, percentuali e prezzi ribassati. E l’orecchio educato. A resistere ai jingle di seducenti sirene del mercato capaci di risucchiare meglio di Cariddi.</p>
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					<p>In questo periodo lo si capisce a <strong>naso</strong>. Non solo perché diventa più freddo e tendente al rosso. O esplode in starnuti incontrollabili, come ne fosse allergico. È un meccanismo di difesa naturale, si sa. Lo si capisce dal profumo inconfondibile che aleggia a mezz’aria.</p>
<p>E poi lo si intuisce pure a <strong>occhio</strong>. Sì, perché siamo più attenti ai particolari, non l’avete notato anche voi? Nulla sfugge alla nostra attenzione. O almeno così crediamo, ma questa è un’altra storia. D’altra parte, con quel costume così riconoscibile non è tanto da un particolare che lo si giudica. Anche se chi se li trova davanti &#8211; perché son sempre più d’uno &#8211; ne scruta anche il più piccolo segnale che riveli minacce di fregatura. O promesse di vantaggi sorprendenti.</p>
<p>Ma anche tendendo l’<strong>orecchio</strong> si comprende che è giusto dietro l’angolo. Un tintinnio continuo. Insistente e persistente. Un musica già sentita, più e più volte. Anzi, sempre: ogni volta che arriva. Un tormentone, possiamo dirlo. Un suono caratteristico che conosciamo bene. Ormai è una <strong>tradizione</strong>, dicono in molti. Anche se altri non son d’accordo. Ma ci credono lo stesso.</p>
<p><span style="font-size: large;"><em><strong>Arrivano i buoni</strong></em></span></p>
<p>Insomma, lo si capisce: a Natale arrivano i <em>buoni</em>. Anzi, sempre <em>più buoni</em>. Ogni negozio, ogni supermercato, ogni bancarella del paesello abbellito a festa ne offre almeno uno. Basta avere naso per gli <strong>affari</strong>. Occhio per i messaggi pubblicitari. Vestiti sempre uguali tra sottrazioni, moltiplicazioni, percentuali e prezzi ribassati. E l’orecchio educato. A resistere ai jingle di seducenti sirene del mercato capaci di risucchiare meglio di Cariddi.</p>
<p>Si avvicinano le festività natalizie. Con i loro <strong>riti e virtù</strong>. E annunciati dagli economisti classici, arrivano i <em>buoni affari</em>. Perché la riduzione dei prezzi spinge al consumo, dicono. Gli sconti spingono al consumo, dicono. La massimizzazione dell’utilità spinge al consumo, dicono.</p>
<blockquote><p>E in tutto questo spingi-spingi passano avanti le nostre decisioni irrazionali, altro che buoni affari. Dicono gli psicologi del consumo.</p></blockquote>
<p>Partecipare a un <strong>rito consumistico</strong>, affaticarsi nelle gare all’ultimo sconto, svalutare l’impatto di un piccolo acquisto dopo averne fatto uno grande, o ritenere, per effetto alone, vantaggiose anche offerte svantaggiose: ecco che si scioglie come neve al sole la razionalità delle nostre decisioni. Davanti alla chimera dei buoni affari è come se il nostro sistema cognitivo andasse in black out. Lasciando così spazio di manovra al <strong>Black Friday</strong>. Per quali motivi, infatti, il 70% della popolazione, e con irrilevanti differenze di reddito, si tuffa negli acquisti in tale occasione? Cosa c’è di razionale nello <strong>spendere tempo ed energie</strong> nel comprare un prodotto con uno sconto dall’impatto insignificante rispetto al proprio patrimonio? Perché acquistare qualcosa di cui non si ha affatto <strong>bisogno</strong>? Oggetti tecnologici, accessori di moda, articoli di design messi nel carrello a colpi di clic sono un <em>buon</em> affare? O rappresentano piuttosto un ottimo esempio di quei subdoli e potenti <strong>meccanismi psicologici</strong> tra i più studiati dagli economisti comportamentali?</p>
<p><span style="font-size: large;"><em><strong>Dietro ai buoni affari</strong></em></span></p>
<p>Davanti alla possibilità di fare un <em>buon</em> affare, oltre al piacere per l’acquisto esiste un piacere in più. Questo deriva dalla sensazione di <em>aver fatto un affare</em>. E affonda le sue radici nelle <strong>dinamiche affettive</strong>. Nel sentimento di <strong>autostima</strong>. Nel potere dell’<strong>emotività</strong>. È infatti l’esito emotivo del rapporto che esiste tra l’aumento del piacere del possesso del bene e la possibilità di contenere il <strong>dolore del pagamento</strong> a determinare l’acquisto. Un dolore ridimensionato se percepito come vantaggioso rispetto a un prezzo iniziale. Meglio se barrato con un bel segno rosso come l’abito del suo main sponsor.</p>
<blockquote><p>Figuriamoci poi quando questo <strong><em>pain of paying</em></strong> è polverizzato con un clic dai pagamenti smaterializzati, dai colpi di clic compulsivi o dai buoni che nemmeno lontanamente ricordano un legame con quel mezzo di pagamento chiamato denaro.</p></blockquote>
<p>Ma è ancor più l’esito emotivo che si attiva dalla percezione di aver trovato il buon <em>affare</em> <strong>a fare la differenza</strong>. Comprare a una cifra vantaggiosa provoca nel consumatore un piacere aggiuntivo. Che si somma al piacere dell’acquisto. Fa stare meglio: rinforza la considerazione di sé, fa sentire più scaltri, illude d’essere più intelligenti. E così si crede di diventar più bravi a fare i buoni. Affari.</p>
<p>Forse il Black Friday non si chiama <em>black</em> solo per il colore dell’inchiostro con cui un tempo sui libri contabili s’annotavano i buoni ricavi. Le <strong><em>buone</em> risorse</strong>. Forse black è anche il colore della lista in cui oggi s’annotano i cattivi nel <strong>mondo dei buoni</strong>. Perché sotto la lista dei buoni ci vogliono finire pure quelli che il giorno prima &#8211; il giorno del Ringraziamento &#8211; si son dimenticati di ringraziare. Facendo la <strong>figura dei cattivi</strong>. E quale miglior occasione di recuperare ingraziandosi il cielo attraverso questo rito collettivo del credito?</p>
<p>Forse oggi il Black Friday dovrebbe colorarsi di verde. No, non il verde dell’abito originale di quel corpulento e barbuto signore che ispirò il <em>Canto di Natale</em> in cui <strong>Charles Dickens</strong> rappresentò lo spirito della <strong>bontà del Natale</strong>. Bontà sua. Verde come il colore del semaforo che comunica il via a una gara consumeristica della durata di intere settimane di sconti, prezzi al ribasso ed emozioni al rialzo. E a tempo. Che con l’avvento di Internet il suo mercato è ritmato dalle scadenze dei Cyber Monday, i Shopping Thursday, i Gift Wednesday, i Sold-out Tuesday. Che mica c’è tempo per vivere l’altro avvento. E i guadagni ringraziano. Perché i buoni affari son sempre più <em>buoni</em> per qualcuno.</p>
<p><strong><em>T</em></strong><span style="font-size: large;"><em><strong>empo di esser cattivi</strong></em></span></p>
<blockquote><p>Oggi non c’è tempo per agire. Presi dalla chiusura dell’anno, dai programmi da definire, dai rapporti da non dimenticare, dagli incontri da recuperare: la mancanza di tempo mette fretta. E un <em>affare</em> appare così un <em>buon affare</em> solo prima che diventi troppo tardi.</p></blockquote>
<p>E oggi non c’è tempo per pensare. Presi dal fare, dalla necessità di difendersi dalle valanghe d’informazioni, dal gelo delle relazioni, dalle scadenze scottanti da rispettare, dalle influenze del mercato: un pensiero troppo veloce sostiene scelte esclusive che non permettono di pensarci due volte. E un affare appare così un <em>buon affare</em> solo per me. Ora.</p>
<p>Questo è il momento buono per esser cattivi, con se stessi. Allenandosi ad esser insensibili alle sirene del consumo. Maldisposti nei confronti dell’impulso a cedere ai richiami maliardi di bisogni insensati. Per diventare prigionieri di una gabbia di valori comportamentali e relazionali più consapevoli e responsabili. Resistenti alle decisioni volute da altri. E autori invece delle proprie scelte. Egoisti. Per far del bene.</p>
<p>È da questa responsabile consapevolezza che possiamo allora aggiungere una postilla alla nostra letterina da appendere alla stella cometa:</p>
<blockquote><p>«E per piacere non dimenticare, caro Babbo Natale, di metter sotto l’albero anche le istruzioni perché io possa orientare il mio comportamento in una direzione più sensata. PS: A Natale son tutti più buoni. Assaggiali e vedrai!».</p></blockquote>
<p><span style="font-size: 10pt;">Nota: questo articolo è uscito nella rubrica <em>Creattivamente</em> di <a href="https://www.touchpoint.news/tag/magazine/">TouchPoint Magazine</a>, nr. 10, 2022-23 (pp. 10-11).</span></p>
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		<title>Fare Ordine per il Futuro</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Dec 2020 16:34:07 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Il simbolico passaggio di data è per molti l’occasione per fare bilanci. Progettuali, economici, relazionali, emotivi. E rilanciare i buoni proposti rimasti inevasi. Oggi probabilmente con una ragione in più per farlo. Per questo è bene imparare a ricordare. Lavorare sulla consapevolezza, sulla capacità di adattamento e sulla creatività. Per permetterci di poter fare ordine nel nostro presente per progettare al meglio il futuro.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.massimobustreo.it/fare-ordine-per-il-futuro/">Fare Ordine per il Futuro</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.massimobustreo.it">Massimo Bustreo</a>.</p>
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					<p>Il simbolico passaggio di data è per molti l’occasione per fare <strong>bilanci</strong>. Progettuali, economici, relazionali, emotivi. E rilanciare i <strong>buoni proposti</strong> rimasti inevasi. Oggi probabilmente con una ragione in più per farlo. Una ragione che ha trasformato la realtà, in modo inaspettato. Che ha esasperato <strong>emozioni</strong>, <a href="https://www.massimobustreo.it/ragione-e-sentimento-di-fronte-allincertezza/">ragione e sentimenti</a>, paure e speranze, esigenze e bisogni. Non solo per il futuro che non è più quello di una volta. Ma soprattutto nel modo di vedere il <strong>presente</strong>. Anche questo molto lontano da quello che era sempre stato. Come possiamo fare dunque ordine nel nostro presente per progettare al meglio il nostro futuro?</p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-size: x-large; font-weight: normal;"><strong><em>Ricordarsi della consapevolezza</em></strong></span></p>
<p>Da un punto di vista psicologico, fare un bilancio significa prendere <strong>consapevolezza</strong>. Fermarsi a riflettere su di sé. Comprendere come abbiamo reagito ad eventi e cambiamenti. Cosa è riuscito e cosa è mancato al raggiungimento dei nostri <strong>obiettivi.</strong> Significa prendere atto di cosa siamo disposti a <strong>rinunciare</strong> per stare meglio. Oggi più che mai. Oggi, nonostante noi.  Per fare questo è indispensabile <strong>ricordare</strong>. Ma per procedere, qui bisogna fermarsi.</p>
<blockquote>
<p><em>Fermati, davvero. E fai questo rapido esercizio mentale. Guarda dentro la tua mente, come fosse un luogo. Uno spazio in cui puoi entrare. Una stanza da esplorare. Sei entrato? Ora arriva là dove c’è quell’archivio chiamato </em>memoria<em>. Come è questo archivio? A cosa assomiglia? Un raccoglitore? Una biblioteca? Un magazzino? Una soffitta? Una valigia? Oppure assomiglia a un elaboratore elettronico? Una plancia di comando? Un impianto industriale? Una caverna? Una foresta? O cos’altro?</em></p>
</blockquote>
<p>Mi son ricordato di questo esercizio, suggerito da <a href="https://nuovoeutile.it/ricordare-per-creare">Annamaria Testa</a> qualche tempo fa. Un&#8217;idea di memoria non in termini astratti. Ma come percezione consistente. Un’analogia visiva. Un <strong>luogo da vivere</strong>.</p>
<p>Uno degli strumenti che abbiamo per poter elaborare una difficoltà è recuperare nella nostra memoria dei <strong>ricordi positivi</strong> che caratterizzano la nostra vita e le nostre esperienze. Rievocarli contribuisce, in un certo modo, a riviverli e di conseguenza a librare quelle sensazioni positive che hanno caratterizzato il tempo in cui tali esperienze si erano realizzate.</p>
<p><span style="font-size: x-large; font-family: Roboto Light;"><em><strong>Ricordarsi della progettualità</strong></em></span></p>
<p>La memoria è un sistema complesso. Anzi, ci sono <strong>le memorie</strong>. Memorie a breve termine: leggo queste righe e mi ricordo il titolo il tempo di digitarlo su un messaggio per suggerirlo ad un amico. Memorie a lungo termine: recito una poesia imparata da bambino. Memorie procedurali: avvio in sequenza le funzioni per aprire un documento sul computer. Memorie autobiografiche: i ricordi della mia vita. Memorie sensoriali: un odore che mi riporta a una relazione, a un luogo o a un’emozione. Memorie semantiche: comprendo parole, enunciati, idiomi. E poi ci sono memorie che lavorano con la creatività. Memorie che facilitano l’inventiva. Memorie che evolvono e cambiano. E false memorie.</p>
<blockquote>
<p>La memoria è il ricordo di un passato che sta <strong>davanti a noi</strong>, non dietro di noi. Una storia che si può ripercorrere e che può rigenerare.</p>
</blockquote>
<p>Il potere della memoria, in tal senso, può essere terapeutico. Ma soprattutto ci permette di <strong>progettare</strong> il futuro. Ecco l’importanza della memoria presente nel monito ebraico «Ricorda!». Il ricordo è bagaglio, è coscienza di ciò da cui proveniamo, ma anche <strong>patrimonio</strong> per <a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?Id=24656">affrontare il presente e progettare il futuro</a>. Un futuro che oggi non è più quello di una volta.</p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-size: x-large; font-weight: normal;"><em><strong>Ricordarsi dell&#8217;adattamento</strong></em></span></p>
<p>Se è vero, com’è vero, che dopo una malattia tendiamo a dimenticarci del dolore provato per poter sopravvivere al meglio al presente rinnovato in cui ci troviamo, nella nuova quotidianità è importante costruire una <strong>memoria futura</strong>. Una memoria che non svanisca con l’uscita da questa condizione in cui siamo stati messi, nonostante noi, di fronte a nuove gerarchie di valori, a dubbi sulle norme consolidate, a un <strong>ridimensionamento</strong> continuo di certezze personali, economiche e sociali.</p>
<p>La memoria che dobbiamo costruire deve partire dalla riorganizzazione di vecchi paradigmi comportamentali. Deve esser capace di costruire &#8211; ora, ma ancora di più dopo &#8211; <strong>nuovi paradigmi</strong> di vita, di comportamento, di comunità, locale quando globale. Personale quanto sociale.</p>
<blockquote>
<p>Come fa il nostro <strong>sistema immunitario</strong>, così dobbiamo costruire la memoria di quanto minaccia il nostro benessere e la nostra sopravvivenza.</p>
</blockquote>
<p>Non solo per poter far fronte ai nuovi e certamente differenti rischi che ancora arriveranno dall’esterno. Ma per poter e <strong>saper modificare</strong> dall’interno comportamenti, emozioni, valori e regole che ci garantiscono di essere più idonei al mondo che ci aspetta.</p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-size: x-large; font-weight: normal;"><em><strong>Ricordarsi di prendere appunti</strong></em></span></p>
<p>Ci sono delle cose che è bene appuntarsi. Così domani, passato il presente, il <a href="https://www.massimobustreo.it/linvenzione-del-tempo/">tempo</a> non annullerà questa memoria.  Apriamo il <strong>taccuino</strong> e annotiamo.  La differenza tra rispetto delle <strong>regole</strong> e l’abnegazione per chi le impone autoritariamente e senza un pensiero critico e ponderato. La valorizzazione della <strong>competenza</strong> e non la sua delegittimazione. L’importanza della <strong>fiducia:</strong> nella scienza, nell’autorevolezza, nelle relazioni affettive, nel tempo per noi, in noi e nell’Altro. Il senso di <strong>comunità</strong> come contenimento e ridimensionamento dell’egoismo. L’importanza di una <a href="https://www.massimobustreo.it/la-comunicazione-e-condivisione/"><strong>comunicazione</strong> efficace</a>, contro l’infodemia, l’informazione approssimativa e il sensazionalismo sottomesse al consenso oltre ogni buon senso.</p>
<p>Annotiamoci dell’importanza del <strong>silenzio</strong> riflessivo che argina lo sproloquio. L’importanza della <strong>parola</strong> usata come rassicurazione e strumento di relazione. L’importanza di una <strong>solidità emotiva</strong>, di un allenamento continuo all’<a href="https://www.christiancolautti.it/psicologia-e-salute/cronavirus-e-psicoeducazione-consigli-pratici-per-la-nostra-salute-emotiva/">educazione psicoemotiva</a>. La centralità dell’<strong>inclusione</strong> e i rischi dell’esclusione. Il rispetto per l’<strong>ambiente</strong> e non la sua sopraffazione, causa di quello che stiamo vivendo, dal Covid-19 al riscaldamento globale.</p>
<p>Annotiamo tutto in modo ben in chiaro. Soprattutto quello che qui ho dimenticato e che appartiene a ciascuna delle nostre <strong>esperienze</strong>. Così possiamo facilitare il monito del «Ricorda!». E permetterci di poter fare ordine nel nostro presente per <strong>progettare</strong> al meglio il futuro.</p>
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		<title>Ragione e Sentimento di fronte all’Incertezza</title>
		<link>https://www.massimobustreo.it/ragione-e-sentimento-di-fronte-allincertezza/</link>
		<pubDate>Tue, 21 Jul 2020 13:37:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>In un periodo di incertezza come quello attuale la terza metà di ciascuno di noi può offrire quegli strumenti utili a comprendere come il momento difficile che stiamo vivendo è inserito in un contesto più ampio. E in tale contesto ci sono sì minacce da temere ma per le quali esistono strategie per affrontarle. </p>
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					<h1 style="text-align: center;"><span style="color: #444444; font-size: small;">M. Bustreo</span><span style="color: #444444; font-size: small;"> «Lockdown in Campo San Giacometo, Venezia» (2 aprile 2020)</span></h1>
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					<p>Nell’incertezza e nell’impensabilità che caratterizza questo momento storico penso ci siano tre aspetti importanti da recuperare:</p>
<blockquote><p>1. la necessità di prendere consapevolezza della <strong>differenza che esiste tra paura, angoscia e comportamenti ragionevoli</strong><br />
2. la conferma che nella <strong>relazione</strong> rimane la ragione più importante che sostiene ogni dinamica di fiducia<br />
3. il fatto che esistono <strong>ottime risorse personali, sociali e professionali</strong> per affrontare questo momento.</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<h4><em><strong>Paura e angoscia</strong></em></h4>
<p>Paura e angoscia sono sentimenti non equivalenti.</p>
<p>La <strong>paura</strong> nasce di fronte a una <strong>minaccia determinata</strong>. È un <strong>meccanismo di difesa</strong> che ci permette di sopravvivere al meglio. Se noi dobbiamo saltare sopra un crepaccio, la paura di cadere, di fare un passo troppo corto, di mettere male il piede d’appoggio è uno <strong>strumento di controllo</strong> delle azioni, di valutazione e contenimento dei rischi. La paura è data sempre da un <strong>oggetto determinato</strong>: il crepaccio in questo caso. E in questo è uno strumento razionale molto efficace.</p>
<p>L’<strong>angoscia</strong> invece non ha un oggetto determinato. Ecco perché di fronte a un virus invisibile la maggior parte delle persone è angosciata. Perché questa minaccia non si vede. Non si sa da dove arriva né quando entra realmente in azione. E non permette di avere chiaro una fine, un limite. La <strong>mancanza di un’idea di futuro</strong> e il <strong>sentimento di insicurezza generalizzata</strong> attiva così un atavico bisogno di rassicurazione, un antidoto all’inquietudine, all’incertezza.</p>
<p>Ma è in presenza dell’angoscia che i comportamenti diventano <strong>irrazionali</strong>. Diventano irrazionali perché manca un riferimento chiaro al comportamento che può contenere tale minaccia: cosa fare e cosa non fare. E rischiano di estendersi ad altri comportamenti creando una situazione ancor più pericolosa di quella reale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><em><strong>L&#8217;importanza della relazione</strong></em></h4>
<p>Per chi fa della <strong>relazione</strong> <strong>uno degli strumenti</strong> del proprio lavoro, in una situazione come questa è ancor più importante ricordarsi che questa &#8211; la relazione, quella che io chiamo la <a href="https://www.amazon.it/faccia-moneta-dinamiche-guidano-relazione/dp/8891762687/ref=sr_1_1?adgrpid=59458331024&amp;gclid=EAIaIQobChMIha6bse-U6AIVVeDtCh3OmACLEAAYASAAEgK2ZPD_BwE&amp;hvadid=255115079982&amp;hvdev=c&amp;hvlocphy=1008966&amp;hvnetw=g&amp;hvqmt=e&amp;hvrand=5977192808589842193&amp;hvtargid=kwd-426956540544&amp;hydadcr=18603_1822691&amp;keywords=la+terza+faccia+della+moneta&amp;qid=1584013846&amp;sr=8-1"><em>terza faccia della moneta</em></a> &#8211; parte dalla <strong>cura di sé</strong> e quindi arriva alla <strong>cura degli altri</strong> e dei loro bisogni.</p>
<p>Rinforzare la cura di sé significa prendere consapevolezza che ciascuno di noi ha un <strong>centro profondo</strong> che la psicologia chiama «Sé».</p>
<blockquote><p>Il «Sé» è la nostra guida interiore. Una guida che segue un <strong>codice paterno che governa</strong> e un <strong>codice materno che genera</strong>.</p></blockquote>
<p>Nei momenti difficili come quelli che stiamo vivendo dobbiamo resistere alla <strong>tentazione di ascoltare le sirene</strong> esterne e lasciarci andare a decisioni e comportamenti impulsivi, soprattutto se mossi da uno stato di angoscia.</p>
<p>Dobbiamo invece governare i nostri comportamenti. E per farlo dobbiamo <strong>ascoltare</strong>. Ascoltare prima di tutto la nostra guida interna: la parte più profonda di noi. E poi garantire l’ascolto dei nostri interlocutori. In tal modo si favorisce il generare di immagini e soluzioni comuni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><em><strong>Quali risorse?</strong></em></h4>
<p>Ognuno di noi, in un momento difficile, deve ricordarsi di non essere un professionista in balia degli eventi, dell’incertezza e della minaccia. Sono e devo essere una persona che, con il giusto <strong>distacco emotivo</strong>, comprende quale sia il <strong>comportamento migliore da agire</strong>. Sono e devo essere una persona che prende precauzioni ascoltando le informazioni che arrivano da <strong>fonti autorevoli</strong>.</p>
<p>Sono e devo essere un professionista che <strong>difende il benessere</strong>: perché se la mente è occupata dalla paura e dall’angoscia i comportamenti che si mettono in atto saranno più rischiosi. Invece, è in forza di tale rassicurazione sul benessere si rinforza <strong>la fiducia nella relazione</strong>, anche e soprattutto oggi.</p>
<p>Sono e devo essere una persona che <strong>ascolta i sentimenti</strong> di profonda incertezza, propri e altrui. E che sa <strong>intervenire per trasformare</strong> la relazione in supporto. Per poter <strong>trasformare la crisi in opportunità</strong> al di là della retorica. Per rinforzare una <strong>gestione attiva e tutelante</strong> del proprio benessere. Per <strong>agire e non subire il cambiamento,</strong> per quanto difficile e doloroso esso sia.</p>
<blockquote><p>Qui la terza metà di ciascuno di noi può rappresentare quegli strumenti utili a comprendere come il momento difficile che stiamo vivendo è inserito in un <strong>contesto più ampio</strong>. E in tale contesto ci sono sì minacce da temere ma per le quali esistono <strong>strumenti per affrontarle</strong>.</p></blockquote>
<p>Le paure possono e devono essere riportate a oggetti concreti da gestire con strumenti solidi ed efficaci. Strumenti che appartengono al nostro <strong>ruolo professionale</strong>, alla nostra <strong>esperienza personale</strong>, alla rete di <strong>relazioni</strong> <strong>umane</strong> nelle quali siamo inseriti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
				</div>
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		<title>L&#8217;invenzione del Tempo</title>
		<link>https://www.massimobustreo.it/linvenzione-del-tempo/</link>
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		<pubDate>Thu, 19 Dec 2019 21:33:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Come si può uscire dagli ingranaggi cronometrici che fin dal linguaggio del nostro tempo tengono il giogo delle azioni possibili? «Non ho tempo... appena ho un attimo... recuperando il ritardo... devo finire in tempo...». Nella quotidiana lotta contro Caos ognuno di noi sublima l’arte del controllo illusorio dell'indaffarato Cronos. Come se l’orologio fosse regolato da qualcun altro.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Nella quotidiana lotta contro <strong>Caos</strong> ognuno di noi sublima l’arte del controllo illusorio dell&#8217;indaffarato <strong>Cronos</strong>. Il tempo che divora tutte le cose che egli stesso ha creato. Tempo contaminato, spesso rassegnato al ritmo della propria vita e a quello del proprio lavoro. Inerme e sconfitto. Come se l’<strong>orologio</strong> fosse regolato da qualcun altro.</p>
<blockquote><p>Come si può uscire dagli ingranaggi cronometrici che fin dal linguaggio del nostro tempo – «non ho tempo&#8230; appena ho un attimo&#8230; recuperando il ritardo&#8230; devo finire in tempo&#8230;» – tengono il giogo delle azioni possibili?</p></blockquote>
<h4><strong><em>Il mito di Caos e Crono</em></strong></h4>
<p>In principio era il Regno di Caos. Un disordine universale della materia. Una forma informe, indefinita e indefinibile. Un brodo indescrivibile che racchiudeva cielo, mare e terra. Ma non durò molto.<br />
Da <strong>Caos</strong> nacquero le tenebre (<strong>Erebo</strong>), la <strong>Notte</strong> buia e misteriosa che portava agli uomini buoni consigli e donava il riposo, le tre sorelle fatali (<strong>Mòire</strong>), la <strong>Discordia</strong>, la <strong>Vecchiaia</strong>. E il <strong>Destino</strong> (o Fato), una divinità generatrice di scenari favorevoli quanto ostili. Potentissima e inesorabile, a cui tutte le divinità erano sottomesse. L’ordine del Fato era inevitabile e nulla e nessuno poteva cambiare le sue disposizioni.</p>
<p>Solo più tardi nacquero divinità più clementi: la <strong>Concordia,</strong> l’<strong>Eros</strong>, il <strong>Giorno</strong>. E finalmente nacque <strong>Gea</strong>, la Terra, madre e principio di vita. Genitrice degli uomini e della stirpe divina. Fu così che dal Caos nacque l’ordine. Gea generò <strong>Urano</strong>, il Cielo, con cui si unì e che feconderà la Terra con una pioggia prolifica. Dall’unione di Urano con Gea nacquero i dodici <strong>Titani</strong>, tra cui <strong>Crono</strong> (per i latini Saturno), i tre <strong>Ecatonchiri</strong> (o Centimani) e i tre <strong>Ciclopi</strong>.</p>
<h4><strong><em>Il regno di Urano<br />
</em></strong></h4>
<p>Gea e Urano governavano l’Universo. Urano viveva però nel disgusto provocatogli dall’aspetto mostruoso dei suoi figli. Era ossessionato dall’idea che potessero privarlo un giorno del dominio dell’Universo. Per tale ragione li fece sprofondare al centro della Terra.</p>
<p>Gea decise di reagire. All&#8217;insaputa di Urano, costruì una falce con del ferro estratto dalle sue proprie viscere. Il più giovane dei suoi figli, il titano <strong>Crono</strong>, osò seguire il consiglio della madre. E, armato, si nascose nella Terra e attese l’arrivo del padre. Era infatti abitudine di Urano discendere la notte dal cielo per abbracciare la sua sposa nell’oscurità. Non appena Urano si stese sopra Gea, Crono comparve e con una mano immobilizzò il padre mentre con l’altra lo evirava con il falcetto.</p>
<p>Il sangue che sgorgava copioso dalla ferita fecondò <strong>Gea</strong>, dalla quale nacquero le <strong>Erinni</strong> (divinità infernali), le <strong>Meliadi</strong> (ninfe dei Frassini e protettrici delle greggi) e i <strong>Giganti</strong> (creature gigantesche dalla forza spaventosa, simbolo della forza bruta e della violenza sconvolgente della natura quali i terremoti e gli uragani). Dalla spuma delle onde creata dai genitali di Urano che cadevano nel mare, si generò <strong>Afrodite,</strong> la dea dell’amore. Urano ferito, riuscì a scappare lontano e da allora mai più si avvicinò alla Terra, sua sposa. Crono riuscì a impossessarsi del trono e a regnare sul Creato, dando inizio al Regno di Crono.</p>
<h4><strong><em>Il regno di Crono<br />
</em></strong></h4>
<p>Crono scelse come sposa <strong>Rea</strong> (Cibele), sua sorella, chiamata Madre degli dèi o la Grande Madre. Con Rea, Crono ebbe numerosi figli tra cui <strong>Poseidone</strong>, <strong>Ade</strong>, <strong>Zeus</strong>. Sotto il regno di Crono la terra conobbe l’Età dell’oro. Ma la sua tranquillità fu minata da un triste vaticinio: gli fu infatti predetto che il suo regno avrebbe avuto fine per mano di uno dei suoi figli. Terrorizzato, per tentare di ingannare il destino e non potendo ucciderli in quanto divinità immortali iniziò a divorare la sua stirpe non appena alla luce, tenendola così prigioniera nelle sue viscere.</p>
<p>Crono – più tardi assimilato con <strong>Chronos</strong>, il <strong>Tempo</strong> – fu il mito che spiegava i cicli dell&#8217;anno agricolo e gli aspetti connessi alla fecondità e alla successione del regno, finendo solo in un secondo momento ad assumere il nuovo significato del<em> tempo che divora tutte le cose che egli stesso ha creato</em>. Il suo culto ebbe per centro Olimpia: le feste in suo onore, le Cronie, si celebravano in Atene d’estate.</p>
<blockquote><p>Secondo la <strong>mitopsicologia</strong>, Crono è l’archetipo dell’istanza maschile che chiede senza donare, che domanda costantemente senza offrire nulla di sé, un predatore in ricerca perenne.</p></blockquote>
<p><strong>Rea</strong>, disperata, subito dopo la nascita del suo ultimogenito <strong>Zeus</strong> che partorì a <strong>Creta</strong> dove si era rifugiata, si recò da <strong>Crono</strong>. Anziché presentargli il figlio, gli consegnò una pietra avvolta nelle fasce. Crono la ingoiò, senza sospettare nulla.<br />
Nel frattempo il piccolo Zeus era stato portato in una caverna del monte <strong>Ida</strong> (nell&#8217;isola di Creta) e affidato alle cure delle ninfe <strong>Melissa</strong> (Ida) e <strong>Adrastea</strong>. E allattato dalla capra della ninfa <strong>Amaltea</strong>. Una capra che era l&#8217;orgoglio del suo popolo per le superbe corna ricurve all&#8217;indietro e per le mammelle ricche di latte, degne di allattare il grande Zeus.</p>
<p>Un giorno la capra si spezzò un corno urtando contro un albero perdendo metà della sua bellezza. Il corno fu raccolto da Amaltea che lo ricolmò di frutta ed erbe e lo donò a <strong>Zeus</strong>, il quale lo benedì (la <strong>cornucopia</strong>). Anche l’ape <strong>Panacride</strong> nutriva Zeus dandogli il miele e un&#8217;aquila gli portava ogni giorno il nettare dell&#8217;immortalità. I suoi pianti erano coperti dai <strong>Cureti</strong> che battevano il ferro per impedire ad alcuno di sentire i suoi vagiti.</p>
<div class="page" title="Page 4">
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<div class="column">
<h4><strong><em>La guerra dei Titani e l&#8217;esilio del tempo<br />
</em></strong></h4>
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<p>Zeus, quando fu grande a sufficienza, salì in cielo. E con l’inganno fece bere a <strong>Crono</strong> una speciale bevande emetica preparata da <strong>Metis</strong>. Questa gli fece vomitare i figli che aveva divorato in precedenza. E insieme agli stessi dichiarò guerra al padre. Ebbe così inizio una lunga guerra che durò dieci anni e che vide da una parte <strong>Crono</strong>, al cui fianco si schierarono i Titani, e dall&#8217;altra <strong>Zeus</strong>, al cui fianco c&#8217;erano tutti i suoi fratelli.</p>
<p>La terra era devastata dai <strong>Titani</strong>. Con la loro forza cambiavano i contorni del mondo, distruggendo montagne scagliandole nell&#8217;<strong>Olimpo</strong>, il monte più alto della Grecia, dove Zeus e i suoi fratelli avevano stabilito il proprio regno. La guerra durò dieci anni e sarebbe andata avanti ancora per parecchio tempo se Gea non fosse intervenuta per consigliare a Zeus di liberare i Ciclopi e stringere un’alleanza con loro. I <strong>Ciclopi</strong>, per ripagare Zeus di avergli reso la libertà, fabbricarono per lui le armi che sarebbero entrate nella leggenda e con le quali avrebbe retto il suo regno dalla cima dell&#8217;Olimpo: le folgori.</p>
<div class="page" title="Page 4">
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<p>Zeus liberò anche gli <strong>Ecatonchiri</strong>, che con le loro cento braccia iniziarono a scagliare una quantità infinita di massi contro gli alleati di <strong>Crono</strong>. Questi, assieme alle folgori scagliate da Zeus, decretarono la vittoria finale. Terminava così il <strong>regno di Crono</strong>, secondo sovrano della divina famiglia.E aveva inizio quella di <strong>Zeus</strong>, terzo sovrano e suo figlio.</p>
<blockquote><p>Sulla sorte che <strong>Zeus</strong> fece fare al padre <strong>Crono</strong> ci sono diverse ipotesi. Secondo alcune versioni di interpretazioni orfiche, Crono divenne il sovrano di un mondo fantastico al di là della terra abitate: le <strong>isole dei Beati</strong>, ai confini del mondo. Secondi altri, fu condotto a <strong>Tule</strong> e sprofondato in un magico sonno. Secondo altri ancora, fu incatenato nelle più profonde viscere della terra.</p></blockquote>
<h4><strong><em>Cosa c&#8217;è al di là del regno di Crono?</em></strong></h4>
<p>«Che cos&#8217;è insomma il tempo?<br />
Lo so finché nessuno me lo chiede.<br />
Non lo so più, se volessi spiegarlo a chi me lo chiede»<br />
(Sant’Agostino, <em>Confessioni</em>, 11, 15, 18)</p>
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