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	<title>tecnologia | Massimo Bustreo</title>
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		<title>Qual è la pietra che sostiene il ponte?</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Dec 2023 10:06:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Cosa sostiene la relazione tra persone che fanno parte di un gruppo? Uno spazio in cui scoprire nuove prospettive e connessioni, aprendo la strada a nuove opportunità di crescita e comprensione. Un luogo tensivo che offre quanto serve per la trasformazione personale. Esperienza essenziale nella nostra ricerca di significato e realizzazione sociale e comunitaria.</p>
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					<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>Non è detto che Kublai Kan creda a tutto quel che dice Marco Polo quando gli descrive le città visitate nelle sue ambascerie, ma</p></blockquote>
<p>d’altra parte, da qualche altra parte, è pur sempre una questione di <strong>fiducia</strong>. Non credete anche voi? Fiducia e credito. Due dimensioni intimamente intrecciate nelle <strong>relazioni umane</strong> in cui credere. Relazioni complesse, queste. In un mondo caratterizzato da informazioni in continua evoluzione, la fiducia diventa un <strong>atto di equilibrio</strong> delicato. E la credenza un passo pesante che richiede <strong>attenzione</strong>. Qui lo scetticismo dell’interlocutore ci ricorda il nutrimento della fiducia: le relazioni si costruiscono su di un patto fiduciario reciproco e si nutrono di quel sano discernimento che sta alla base della <strong>diffidenza</strong>, se</p>
<blockquote><p>certo l’imperatore dei tartari continua ad ascoltare il giovane veneziano con più curiosità e attenzione che ogni altro suo messo o esploratore.</p></blockquote>
<p>Eccola, la fiducia come <strong>processo dinamico</strong>. Ben più complesso del compito del riferire dimesso. Ben più audace del ricognitore che procede per sommi capi. Eccola, la fiducia basata sulla valutazione continua delle <strong>informazioni</strong> e delle <strong>azioni</strong> degli altri. Quella che solo attraverso la comprensione profonda e la trasparenza reciproca può essere coltivata in modo autentico nelle interazioni umane. Perché ambasciator non porta pene ma porta <strong>prove</strong>.</p>
<blockquote><p>Nella vita degli imperatori c’è un momento, che segue all’orgoglio per l’ampiezza sterminata dei territori che abbiamo conquistato,</p></blockquote>
<p>un momento che nasce di <strong>contrasto</strong>. Un momento in cui l’<strong>umiltà</strong> emerge come virtù essenziale. Questo momento segna una profonda riflessione sulla vulnerabilità umana e sulla transitorietà del <strong>potere</strong>. L’umiltà richiede un riconoscimento dell’infinitesimale dimensione dell’individuo di fronte all’immensità dell’universo. Davanti al quale nulla è l’ampiezza del <strong>proprio governo</strong>. Ma è un nulla che, accettato con umiltà, implica una <strong>connessione empatica</strong> con gli altri. Comprendendo che ognuno di noi è solo un piccolo ingranaggio di un meccanismo più grande. È attraversando l’umiltà, infatti, che i leader possono scoprire la <strong>saggezza</strong> più profonda, quella che sta nella capacità di apprendere dagli altri. Di <strong>ascoltare</strong>. E di riconoscere un’umanità condivisa, con cui ispirare attraverso l’esempio e la gentilezza e sostituirsi</p>
<blockquote><p>alla malinconia e al sollievo di sapere che presto rinunceremo a conoscerli e comprenderli;</p></blockquote>
<p>perché anche al leader più saggio la comprensione totale è spesso fuori dalla propria portata. La <strong>complessità delle relazioni</strong> <strong>e nelle relazioni</strong> è densa di misteri, di domande senza risposta, di indizi ingannevoli. Accettare la nostra limitata comprensione del mondo può portare a una pace interiore. Rinunciare alla ricerca ossessiva della conoscenza assoluta può liberarci dal peso dell’<strong>incertezza</strong>. Accogliere il <strong>limite</strong> permette di abbracciare il mistero e apprezzare la bellezza dell’incomprensibile. E di godere del suo fascino che deriva non da una rinuncia vissuta come atto d’ignoranza, quanto piuttosto da una saggezza agita nel ritrovare contezza nei propri limiti e <strong>contentezza nell’imperfetto</strong>. Fino a poter assaporare</p>
<blockquote><p>un senso come di vuoto che ci prende una sera con l’odore degli elefanti dopo la pioggia e della cenere di sandalo che si raffredda nei bracieri;</p></blockquote>
<p>chiedetelo a un musicista: cosa è il <strong>vuoto</strong> se non musica silenziosa tra due note? cosa è il <strong>silenzio</strong> se non una pausa, quiete in mezzo alla frenesia del mondo che urla? cosa è una<strong> pausa</strong> se non l’occasione per dare senso alle nostre emozioni e ai pensieri più profondi. E chiedete sempre allo stesso musicista: cosa può anche essere il vuoto se diverso da questo? Il <strong>luogo</strong> in cui evocare sentimenti di perdita e solitudine, di minaccia e paura, di disorientamento e perdita di centratura. Tuttavia, è proprio in questo spazio vuoto che dobbiamo scoprire nuove <strong>prospettive e connessioni</strong>, aprendo la strada a nuove opportunità di crescita e comprensione. Il vuoto che odora di fertile terreno per l’auto-riflessione e la <strong>trasformazione</strong> personale. Esperienza essenziale nella nostra ricerca di significato e realizzazione. Anche a rischio di provare</p>
<blockquote><p>una vertigine che fa tremare i fiumi e le montagne istoriati sulla fulva groppa dei planisferi, arrotola uno sull’altro i dispacci che ci annunciano il franare degli ultimi eserciti nemici di sconfitta in sconfitta, e scrosta la ceralacca dei sigilli di re mai sentiti nominare che implorano la protezione delle nostre armate avanzanti in cambio di tributi annuali in metalli preziosi, pelli conciate e gusci di testuggine:</p></blockquote>
<p>c’è forse leader che non abbia mai provato una vertigine che minasse la propria <strong>percezione</strong> del mondo? Le fondamenta delle proprie conquiste? La propria stabilità? È la complessità del tutto che mostra la fragilità delle scrostate ambizioni umane. Ossessioni di grandezza e di <strong>controllo</strong>. Un’umanità relazionale che si tende tra <strong>debito e credito</strong>, fin che</p>
<blockquote><p>è il momento disperato in cui si scopre che quest’impero che ci era sembrato la somma di tutte le meraviglie è uno sfacelo senza fine né forma, che la sua corruzione è troppo incancrenita perché il nostro scettro possa mettervi riparo, che il trionfo sui sovrani avversari ci ha fatto eredi della loro lunga rovina.</p></blockquote>
<p>Il tutto è di più della somma delle singole parti. Il tutto è un <strong>sistema complesso</strong>, un intreccio di entità minime, <strong>differenti e originali</strong>, che interagiscono fra loro. È necessario analizzarlo come sistema. Analizzarne la forma complessa e complessiva. Spesso celata.</p>
<blockquote><p>Solo nei resoconti Marco Polo, Kublai Kan riusciva a discernere, attraverso le muraglie e le torri destinate a crollare, la filigrana d’un disegno così sottile da sfuggire al morso delle termiti.</p></blockquote>
<p>Con un obiettivo: prendere <strong>consapevolezza</strong>. Di cosa? Dell’effetto che tali interazioni hanno fra di esse e che va ben al di là delle caratteristiche dei singoli elementi. Come? Concentrandosi sulla <strong>contrapposizione</strong> che genera significato. Sulle caratteristiche che derivano dalla <strong>relazione</strong> granulare tra i membri di una <strong>comunità</strong>. Perché?</p>
<blockquote><p>Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra.<br />
– Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? – chiede Kublai Kan.<br />
– Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra − risponde Marco, − ma dalla linea dell’arco che esse formano.<br />
Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo. Poi soggiunge: – Perché mi parli delle pietre? È solo dell’arco che m’importa.<br />
Polo risponde: – Senza pietre non c’è arco.</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: 10pt;">Nota: questo articolo è un personale e affettuoso omaggio a <em>Le città invisibili</em> (1972) di Italo Calvino ed è uscito nella rubrica <em>Creattivamente</em> di <a href="https://www.touchpoint.news/tag/magazine/">TouchPoint Magazine</a>, nr. 9, 2023 (pp. 10-11).</span></p>
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		<title>Occhio al Carico</title>
		<link>https://www.massimobustreo.it/occhio-al-carico/</link>
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		<pubDate>Mon, 20 Dec 2021 07:44:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Non siamo tutti sulla stessa barca. Siamo stati e ancora ci troviamo nella stessa tempesta. Forse. Ma c’è chi la sta attraversando in zattera. Chi con la ciambella. E chi su un transatlantico. Ognuno con le proprie rotte. Ognuno con il proprio sestante. Ognuno con la propria capacità di leggere il vento e regolare vele e terzaroli. E soprattutto ognuno con il proprio carico. </p>
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<h6 style="text-align: center;"><span style="font-size: small;">S. Silva Ramirez «Plimsoll Line» (Marghera, Venice, 2003)</span></h6>
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					<h3><span style="font-size: x-large;"><em><strong>Non siamo tutti sulla stessa barca</strong></em></span></h3>
<p>Non siamo tutti sulla stessa barca. Siamo stati e ancora ci troviamo nella <strong>stessa tempesta</strong>. Forse. Ma c’è chi la sta attraversando in zattera. Chi con la ciambella. E chi su un transatlantico. Ognuno con le proprie rotte. Ognuno con il proprio sestante. Ognuno con la propria capacità di leggere il vento e regolare vele e terzaroli. E soprattutto ognuno con il proprio carico. Un <a href="https://www.massimobustreo.it/ragione-e-sentimento-di-fronte-allincertezza/"><strong>carico emotivo e cognitivo</strong></a>. Relazionale, sociale ed economico. Un carico che negli ultimi mesi si è mosso pericolosamente. Sbandando tra dritta e sinistra. Tra poppe e prue. Carichi sospesi per naviganti sorpresi a navigare in acque nuove. E non bastan due occhi per <a href="https://www.massimobustreo.it/e-tutto-sotto-controllo-o-almeno-cosi-spero/">tenere d’occhio questi carichi</a>.<br />
Per questo chi va per mare conosce la <em>Linea di Plimsoll</em>. Ma anche chi sta a terra farebbe bene a conoscerla. Soprattutto se si occupa di carichi di mente e corpo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><span style="font-size: x-large;"><em><strong>Occhio alla Linea di Plimsoll</strong></em></span></h3>
<p>Parlamento britannico. 1870. Con un importante atto – di responsabilità prima che di legge – i deputati accolgono la proposta di <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Samuel_Plimsoll">Samuel Plimsoll</a>. Questo politico riformatore aveva trovato una <strong>soluzione</strong> capace di ridurre in modo significativo il numero di incidenti navali dovuti al carico delle navi, spesso eccessivo quando pure mal distribuito. Quale soluzione? Dare <strong>un occhio al carico</strong>. No, non si trattava di un marinaio dallo sguardo acuto dedicato alla stiva o alla coperta. Si trattava di aggiungere sullo scafo un <strong>segno</strong> convenzionale – una marca di bordo libero – per indicare la linea di galleggiamento al massimo carico consentito. Un’indicazione che potesse considerare le <strong>differenti condizioni</strong> climatiche di navigazione, da cui trarre la misura del limite di <strong>sicurezza</strong>. A garanzia di una riserva di spinta al natante in funzione del carico e delle contingenze ambientali. Così, le autorità britanniche decisero di consentire l’accesso ai propri porti da quel momento in poi solo alle navi dotate dell’Occhio di Plimsoll. Ovvero: un occhio non solo attento, ma discreto. Non un occhio che guarda ma <strong>un occhio a cui guardare</strong>.</p>
<p>Da quel giorno e dall’intuizione di Samuel Plimsoll molte rotte sono state percorse. Molti carichi sono stati salvati. Da quel giorno è stato possibile tracciare rotte con un importante strumento in più. In mare e in terra.<br />
Perché oggi, quando ci troviamo a domandarci quanto riusciremo a <strong>sostenere</strong> ancora il peso di questa navigazione a vista, dobbiamo pure noi guardare all’Occhio di Plimsoll. La parola <em>sostenere</em> deriva dal verbo latino <em>sustinere</em>, composto da <em>sub-</em> ‘sotto’ e ‘tenere’: <em>reggere, portare su di sé il peso di qualcosa, sopportare, ossia <strong>tenere sopra un limite</strong>,</em> e quindi <em>sopportare, mantenere, mantenere il peso di, <strong>prendere su di sé</strong> un impegno</em>. Riuscire a sostenere il peso emotivo e cognitivo della nostra condizione significa, in primis, essere capaci di garantire il <strong>rispetto</strong> dei limiti di sicurezza del proprio mezzo di navigazione. Considerate le condizioni di navigazione. Ovvero, mantenere l’<strong>onere della responsabilità</strong>: la capacità di rispondere con impegno del proprio comportamento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><span style="font-size: x-large;"><em><strong>Un peso da sostenere</strong></em></span></h3>
<p>Poter sostenere il proprio carico significa essere capaci – nel senso letterale di coloro che, comprendendo, sono abili ad agire – di <strong>vivere entro le capacità di carico del sistema</strong> di cui si fa parte. E tale capacità di carico deve considerare limiti naturali e limiti artificiali.  Siamo persone che vivono in un sistema causale chiuso: la terra. Un sistema di interdipendenze che tendono alla stabilità, all’equilibrio e alla conservazione di quelle condizioni favorevoli alla vita e alla sua preservazione. A fronte di un evento che perturba tale equilibrio il sistema contrappone una reazione contraria e opposta al fine di contenere e annullarne gli effetti attraverso importanti processi di resilienza. Se poi tale perturbazione dell’equilibrio superasse le capacità di riassorbimento del sistema, lo stesso tenderebbe a creare un <strong>nuovo equilibrio</strong> basato sullo stesso evento perturbante. Oltre tale limite e nella peggiore delle ipotesi, il sistema potrebbe naufragare, collassare. La causa: un evento che porta il sistema stesso sotto il limite massimo di “sopportazione” del carico di perturbazioni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><span style="font-size: x-large;"><em><strong>Denaro, una difficile zavorra</strong></em></span></h3>
<p>Uno dei carichi più instabili che il genere umano ha imbarcato e dei cui movimenti in stiva è necessario porre maggiore attenzione di quella dedicata fino a ora è il <a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?Id=24656"><strong>denaro</strong></a>. L’iniqua distribuzione del reddito sta infatti devastando le economie di interi paesi. E non solo quei paesi cui chi sta meglio è solito guardare con distaccata pietà. Intere economie proprie a quei paesi che fino a ieri si sentivano più forti e avevano mercati stabili oggi traballano in balia delle onde.</p>
<blockquote><p>«È il consumo, bellezza!», urlano i balenieri.</p></blockquote>
<p>Il diabolico meccanismo della <strong>propensione al consumo</strong>. E la spinta al consumo è il vento che gonfia le vele. Anche e soprattutto dopo una bonaccia durante la quale non si è fatto il punto nave né s’è aggiustata la rotta. Ma solo inveito o pregato i numi perché tornassero a soffiare.<br />
In questo, noi siamo come una nave in navigazione nel mare aperto: galleggiamo sopra la nostra <strong>esistenza e sussistenza</strong>. Ciascuno con il proprio carico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><span style="font-size: x-large;"><em><strong>Parole, pensieri e comunicazione</strong></em></span></h3>
<blockquote><p>E nell’illusione diffusa del «Navigo, dunque so, no?».</p></blockquote>
<p>E questo è l’altro carico instabile: la <strong>comunicazione</strong>. Navigare in rete oggi – tempo in cui la notizia si fa più rapida della materia – significa percorrere rotte proprie alla <strong>società dell’informazione</strong>. Ovvero, significa considerare la comunicazione non come valore in sé, bensì come una rete estesa in cui ogni agente è un attore di tale rete relazionale, sconfinata e interconnessa. Tuttavia, se oggi si considera, spesso acriticamente, la Rete come uno strumento di connessione – o meglio, <em>lo</em> strumento di connessione – spesso lo si fa non valutando opportunamente – o peggio, sottovalutando completamente – che la sua azione sembra quella di mancare sempre più quella <strong>separazione</strong> che divide inesorabilmente chi sa andar per mare da chi improvvisa. Il navigante deve infatti saper bene su quali risorse poter contare. A quante affidarsi. E quante consumarne senza correre il rischio di rimanerne privo prima di arrivare al porto. Deve saper <strong>amministrare al meglio</strong> la propria stiva e il proprio equipaggio. Deve saper conoscere la <em><strong>carrying capacity</strong></em>, la capacità di carico della propria nave.<br />
Il concetto della capacità di carico applicato alla pratica della comunicazione obbliga una riflessione che considera non solo la quantità di informazioni o il numero di interlocutori che costituiscono la massa relazionale. Ma anche lo <strong>stile di comportamento</strong> di ciascuno. Il loro modo di consumare. Il generale flusso di informazioni generato dall’insieme delle loro interazioni. Tra produttori e consumatori come tra consumatori e mercato.</p>
<p>Ecco che torna la contemporanea linea di Plimsoll per la <strong>navigazione sicura, responsabile e sostenibile</strong>. Là dove non c’è una nave ma ognuno di noi. Là dove non c’è il mare ma l’universo delle parole, capaci di muovere i comportamenti. Parole che proprio in quanto onnipresenti nel tempo e nello spazio ben al di fuori dei loro propri confini opportuni e contestuali vengono sempre più violate, alterate e danneggiate, manomesse. Ed è proprio attraverso l’originale significato latino <em>manumissio</em> – in diritto romano, l’atto con cui il <em>dominus</em> proclamava la liberazione del suo proprio servo dalla schiavitù rinunciando nell’atto stesso alla potestà, la manus che aveva su di lui – che le <strong>parole</strong> devono essere liberate, riscattate, affrancate. Solo così facendo quello che sta sotto emerge: il significato originario, sincero, simbolico deve essere recuperato, issato a bordo, pulito dalle incrostazioni degli usi inappropriati che tali parole hanno subìto nell’eccessiva immersione nell’oceano della<strong> mistificazione</strong>. Le parole, soprattutto quelle che oggi troviamo immerse nel mare di Internet, vanno asciugate. Ricomposte laddove scheggiate nella loro robustezza delle origini. Ripensate nella loro contemporanea validità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><span style="font-size: x-large;"><em><strong>A scuola di navigazione</strong></em></span></h3>
<p>Proprio perché capaci di provocare comportamenti, le parole vanno usate nella piena <strong>consapevolezza</strong> del loro funzionamento. E chi ha il compito di portare a bordo della propria nave questi <strong>carichi di parole</strong> dense di sensi e di significati preziosi ha parimenti il dovere di proteggerle dall’occupazione piratesca, dalla loro manipolazione, dagli abusi dei loro usi. Tali capitani di lungo corso hanno l’obbligo morale di stare alla larga delle acque di Oceania che con i suoi flutti e sotto il dominio del bucaniere Winston Smith altera il senso della storia, la direzione del linguaggio, la capacità di intendere il pensiero, depauperandolo.</p>
<p>Le parole danno <strong>forma all’esperienza</strong>: sono il vento che gonfia le vele di ogni navigante, esperto o meno che sia. Ma è il navigante che deve tener d’occhio la linea di Plimsoll. E in questo, <a href="https://www.amazon.it/MIND-YOUR-FUTURE-coaching-del/dp/8894513114/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&amp;crid=34C9CMOBKQJ4I&amp;keywords=mind+your+future&amp;qid=1639985848&amp;s=books&amp;sprefix=mind+you%2Cstripbooks%2C489&amp;sr=1-1">possiamo diventare tutti più esperti</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: 10pt;">Nota: questo articolo è uscito nella rubrica <em>Creattivamente</em> di <a href="https://www.touchpoint.news/">TouchPoint Magazine</a>, nr. 5, 2021 (pp. 10-11).</span>
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		<title>Techne, Psiche e Democrazia</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Dec 2018 21:55:54 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Se fossimo capaci di scorgere all’orizzonte il passato dal quale proveniamo e le origini umane della tecnica stessa il cambiamento sarebbe facilitato. Non quel quel cambiamento nel quale tutti sono convinti d’esser immersi solo perché «l’innovazione» è per forza una cosa nuova e si muove in avanti. E la tecnologia (o meglio, il mercato della tecnologia) fa di tutto per rendere più rapidi e meno "consapevoli" tale "movimento inaulttabile" in avanti.</p>
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					<h1 style="text-align: center;"><span style="color: #444444; font-size: small;">Caorle, Venezia (ph Sossima Silva Ramirez, 2013)</span></h1>
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<p><strong><span style="font-family: Roboto Light;">Intervista con Giulia Wonka tenuta presso l&#8217;Università IULM il 13 maggio 2018.</span></strong></p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;"><strong>GW</strong> <em>La tecnologia di oggi influenza tutto, compresa la democrazia. Questo ci porta a porci alcune domande: è la tecnologia positiva o negativa per la democrazia?</em></span></p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;"><strong>MB</strong> Una delle caratteristiche della nostra epoca storica e sociale è l&#8217;esaltazione della tecnica. O meglio della téchne, in cui rientra la tecnologia. La tecnica è diventata la matrice dell’esistenza dell’uomo. Di più &#8211; come ben ne ha argomentato il filosofo Emanuele Severnio &#8211; nella tecnica ritroviamo oggi quella forma pervasiva della prassi e del pensiero dell&#8217;Occidente il cui destino è quello di espandere il proprio potere in modo illimitato attraverso il capovolgimento del rapporto tra mezzi e fini all&#8217;interno delle ideologie dominanti. E quindi il capitalismo (come ho scritto nel mio recente <em><strong><a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.aspx?ID=24656&amp;Tipo=Libro&amp;vedi=ebook&amp;titolo=La+terza+faccia+della+moneta.+Le+dinamiche+che+guidano+la+nostra+relazione+con+il+denaro">La terza faccia della moneta</a></strong></em>), le grandi religioni monoteiste (cristianesimo e islam, in particolare) e, anche, la democrazia. Dal momento che la tecnica da strumento diventa scopo (per altro con un parallellismo evidente con il destino della moneta, o meglio del denaro, acme della capacità tecnica dell&#8217;uomo: denaro e téchne sono gli ultimi Déi prodotti dall&#8217;uomo), all&#8217;interno delle dinamiche democratiche questa diviene potenzialmente negativa per la sua capacità di generare non benessere e fiducia nel futuro bensì angosica e terrore. Un&#8217;angoscia che aumenta man mano che si accresce nell&#8217;uomo la consapevolezza che ogni conquista e ogni possesso è incerto, effabile e costantemente sotto la minaccia dell&#8217;annientamento (anche in senso nichilistico).</span> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Il futuro, come scrisse Paul Valery, non è più qeullo di una volta. Ma se fossimo capaci di scorgere all’orizzonte il passato dal quale proveniamo e le origini umane della tecnica stessa il cambiamento sarebbe facilitato. Non quel quel cambiamento nel quale tutti sono convinti d’esser immersi solo perché «l’innovazione» è per forza una cosa nuova e si muove in avanti (<a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?Id=24656"><em><strong>La terza faccia della moneta</strong></em></a>: p. 262 e ss.). E la tecnologia (o meglio, il mercato della tecnologia) fa di tutto per rendere più rapidi e meno &#8220;consapevoli&#8221; tale &#8220;movimento inaulttabile&#8221; in avanti. Considerare il passato che sta davanti per comprendere profeticamente il futuro che ci sta dietro: ecco l’importanza della memoria come volta positiva (in senso comportamentale ed etico) della democrazia del futuro. «Ricorda!». Il ricordo è bagaglio, è coscienza di ciò da cui proveniamo, ma anche patrimonio per affrontare il presente e progettare il futuro. E ogni progetto presuppone conoscenza e decisioni. Di più: le decisioni rappresentano l’Uomo, un uomo che, come diceva Aubenque, non è né abbastanza saggio né abbastanza ignorante, in un mondo che non è né completamente razionale né completamente assurdo. Ma di certo <em><strong>liberamente obbligato </strong></em>(<em><strong><a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?Id=24656">La terza faccia della moneta</a></strong></em><strong>:</strong><em> p. 66 e ss.).</em><br /> </span></p>
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<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;"><strong>GW</strong> <em>Ormai è internet che struttura la società: le nuove tecnologie hanno cambiato il modo in cui ci esprimiamo, in cui ci informiamo, i documenti sono diventati molto più accessibili, accorciando la distanza tra la classe dirigente e le persone comuni. Credi che questo possa facilitare la collaborazione e soprattutto la partecipazione sociale e politica?</em></span></p>
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<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;"><strong>MB</strong> Rispondo con una domanda a me molto cara. Come si fa ad essere socialmente responsaibli nella nostra condivisione del sapere on line oggi? Una risposta la propongo sempre nel mio ultimo libro. Ovvero: ieri si commerciavano beni e servizi. Oggi si mercanteggiano informazioni. Il contenuto di conoscenza degli oggetti e dei prodotti di consumo ha oggi un valore maggiore dell’oggetto materiale e del prodotto stesso. È un capitalismo cognitivo che, dopo quello mercantile e il successivo industriale, sta riportando al centro un’economia fondata sulle informazioni socialmente condivise, come aveva anticipato secoli fa Karl Marx. In tale tecno-economia il ruolo dell’uomo è quello di controllare le macchine che producono. Ovvero: il valore dell’organizzazione della conoscenza e la sua diffusione (anche nel senso di condivisione democratica) è maggiore del contributo produttivo e del lavoro per costruire e far funzionare le macchine che producono. È lo spostamento dal potere della merce al potere della conoscenza. Qui le informazioni sono condivise in una sorta di &#8220;mente sociale&#8221; che partecipa al sapere collettivo a beneficio di tutti i suoi componenti.</span> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Tale visione ha anticipato quell’economia dell’informazione e della condivisione oggi così attuale ma che non si è (ancora) sostituita all’economia di mercato capitalistico. Non ancora, ma ci sta provando: nel cambiamento attuale la produzione di oggetti di consumo effettuata tramite reti gratuite, condivise e indipendenti da un’autorità centrale non è altro che un primo passo verso il futuro più immediato. Questo processo di cambiamento in atto dovrà necessariamente coinvolgere consumatori, produttori, mercato e istituzioni come già ha cominciato a fare. La partecipazione dei consumatori/cittadini alla creazione o alla ri-creazione di beni e servizi dovrà però passare per una connessione istruita, educata, per una condivisione appunto responsabile e per una cultura morale dello scambio.</span></p>
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<p><strong><span style="font-family: Roboto Light;">GW </span></strong><em><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Senza la privacy un Paese non può considerarsi libero. Che ruolo hanno le nuove tecnologie per quanto riguarda la privacy?</span></em></p>
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<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;"><strong>MB</strong> Mi perdonerà, ma anche qui torno ad un passo presente nel mio ultimo lavoro <a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.aspx?ID=24656&amp;Tipo=Libro&amp;vedi=ebook&amp;titolo=La+terza+faccia+della+moneta.+Le+dinamiche+che+guidano+la+nostra+relazione+con+il+denaro">(pp.158-159)</a>. Oggi la trasformazione psicosociale nella quale ci troviamo ha portato al centro del nostro modo di percepirci e di vivere la realtà sociale in cui siamo immersi un’individualismo e un egotismo quali esiti di un percorso storico di lontana origine e dai molti tratti. Il primo di questi è il suo carattere di ambiguità. All’interno di una quotidianità disseminata di reti, relazioni, comunicazioni condivise, collaborazioni e contatti sociali l’individualismo appare come una forza più o meno sotterranea in cui si dissolvono i sistemi relazionali tra le persone. Dove si esaltano le conquiste dell’economia. E dove si rende ancor più difficile ogni tentativo di cambiamento. Proprio all’interno dell’individualismo stesso c’è la sua illusione autoprotettiva: ecco la privacy! Individualizzazione, spersonalizzazione e perdita di contatto con la propria identità sociale lasciano ben presto spazio – come stanno facendo – alla possibilità di sostituire quest’ultima con identità fittizie, con travestimenti attraverso cui fingere ruoli, stati e voci nell’interazione mediata e anonima. E attraverso cui difendersi attaccando, dall’alto della propria rocca isolata, attraverso continui atti di aggressività e conflittualità interne alla propria comunità. Questi confusi giochi di ruolo agiscono infatti a confine tra la vita vissuta off line e quella on line, tra i comportamenti agiti nella sfera intima e personale e quelli pubblici e professionali. O meglio: nel passaggio tra l&#8217;intimité e l&#8217;attuale extimité, come dice Serge Tisseron.</span> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Da qui il recupero, spesso falsato o falsante, di una garanzia riposta nell’isolamento a fronte di una spinta alla socializzazione vissuta come minacciosa. In una ritrovata e nuovamente non risolta ambiguità della relazione di fiducia/sfiducia. </span></p>
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<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;"><strong>GW</strong> <em>Il recente caso di Cambridge Analytica è l’esempio di come le forze politiche possano sorvegliare e veicolare il popolo. Tutto questo può turbare i più assidui frequentatori del web, come coloro che usano spesso i social network. Crede che questo possa cambiare il modo in cui fruiscono dei social, dal computer o dal telefono?</em> </span></p>
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<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;"><strong>MB</strong> No. In un flusso in cui gli attori principali sono costantemente private della consapevolezza (o meglio degli strumenti più adatti a costruire tale consapevolezza: l&#8217;educazione primo strumento tra tutti gli altri) il cambiamento non lo vedo affatto possibile. Quale tipo di consapevolezza c&#8217;è oggi, dopo che tutti i principali protagonisti delle nostre quotidianità mediate (FB, Google, TT, Instagram, Wapp, Amazon&#8230;) annunciano modifiche della gestione delle proprie politiche di gestione della privacy (sic) rispetto al cosa ogni consumatore consegna di privato e di intimo alla rete? </span></p>
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<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;"><strong>GW</strong> <em>In conclusione, le nuove tecnologie rappresentano una risorsa per lo sviluppo di una consapevolezza più profonda e una riflessione riguardo l’importanza della democrazia?</em> </span></p>
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<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;"><strong>MB</strong> Anche qui ho più domande che risposte. La creazione e la partecipazione del sapere attraverso il Web per mano e intelletto di quei prosumer che nella Rete condividono il luogo dove è depositato il sapere di ogni cosa, la memoria personale di ciascuno, le conoscenze facilmente ricuperabili, la sicurezza della quotidiana disponibilità delle informazioni. Tale condivisione del sapere quanto è critica e quanto accettata in quanto dogma del XXI secolo? Quanto è messa in discussione e quanto indiscussa perché senza occasione di confronto vivo e articolato? Il sapere inteso come tutto ciò che è conosciuto attraverso l’esperienza, l’informazione e le relazioni interpersonali; il sapere che distingue un individuo da un altro; il sapere come guida delle scelte di ciascuno. Questo sapere, se si fa occasione di confronto e di verifica continua in quanto fonte d’informazione e strumento di partecipazione può contribuire a rendere gli individui più responsabili e consapevoli nel modo di vivere la realtà. Oggi le nuove tecnologie non rappresentano solo uno s trumento capace di facilitare la creazione del sapere e la sua democratica diffusione, come dicevo all&#8217;inizio. Sono un fine che guida i comportamenti dell&#8217;uomo. E comportamenti simili non solo si dimostrano insufficienti per maturare la consapevolezza collettiva e l’informazione oggettiva e condivisibile ma sarebbero necessari per migliorare e ampliare le modalità di relazione interpersonale e, di conseguenza, di migliorare il mondo in cui viviamo. Se i Social Network sono oggi avamposto del sapere, allora per me &#8211; al momento attuale &#8211; rappresentano una rete sociale del sapere da contare non una conoscenza reale su cui contare! Il tempo di elaborazione cui i computer hanno abituato gli utenti ha superato le capacità di elaborazione della mente degli stessi, determinando una distorsione nella percezione della realtà: la maggior parte dei comportamenti d’oggi si esaurisce nel tempo e nello spazio di pochi “clic” a scapito criticità, approfondimento e verifica della realtà. Oppure no? Me lo direte voi alla fine delle vostre indagini.</span></p>
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