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	<title>soldi | Massimo Bustreo</title>
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		<title>A Natale son tutti più buoni</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Dec 2022 13:05:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Ogni negozio, ogni supermercato, ogni bancarella del paesello abbellito a festa ne offre almeno uno. Basta avere naso per gli affari. Occhio per i messaggi pubblicitari. Vestiti sempre uguali tra sottrazioni, moltiplicazioni, percentuali e prezzi ribassati. E l’orecchio educato. A resistere ai jingle di seducenti sirene del mercato capaci di risucchiare meglio di Cariddi.</p>
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					<p>In questo periodo lo si capisce a <strong>naso</strong>. Non solo perché diventa più freddo e tendente al rosso. O esplode in starnuti incontrollabili, come ne fosse allergico. È un meccanismo di difesa naturale, si sa. Lo si capisce dal profumo inconfondibile che aleggia a mezz’aria.</p>
<p>E poi lo si intuisce pure a <strong>occhio</strong>. Sì, perché siamo più attenti ai particolari, non l’avete notato anche voi? Nulla sfugge alla nostra attenzione. O almeno così crediamo, ma questa è un’altra storia. D’altra parte, con quel costume così riconoscibile non è tanto da un particolare che lo si giudica. Anche se chi se li trova davanti &#8211; perché son sempre più d’uno &#8211; ne scruta anche il più piccolo segnale che riveli minacce di fregatura. O promesse di vantaggi sorprendenti.</p>
<p>Ma anche tendendo l’<strong>orecchio</strong> si comprende che è giusto dietro l’angolo. Un tintinnio continuo. Insistente e persistente. Un musica già sentita, più e più volte. Anzi, sempre: ogni volta che arriva. Un tormentone, possiamo dirlo. Un suono caratteristico che conosciamo bene. Ormai è una <strong>tradizione</strong>, dicono in molti. Anche se altri non son d’accordo. Ma ci credono lo stesso.</p>
<p><span style="font-size: large;"><em><strong>Arrivano i buoni</strong></em></span></p>
<p>Insomma, lo si capisce: a Natale arrivano i <em>buoni</em>. Anzi, sempre <em>più buoni</em>. Ogni negozio, ogni supermercato, ogni bancarella del paesello abbellito a festa ne offre almeno uno. Basta avere naso per gli <strong>affari</strong>. Occhio per i messaggi pubblicitari. Vestiti sempre uguali tra sottrazioni, moltiplicazioni, percentuali e prezzi ribassati. E l’orecchio educato. A resistere ai jingle di seducenti sirene del mercato capaci di risucchiare meglio di Cariddi.</p>
<p>Si avvicinano le festività natalizie. Con i loro <strong>riti e virtù</strong>. E annunciati dagli economisti classici, arrivano i <em>buoni affari</em>. Perché la riduzione dei prezzi spinge al consumo, dicono. Gli sconti spingono al consumo, dicono. La massimizzazione dell’utilità spinge al consumo, dicono.</p>
<blockquote><p>E in tutto questo spingi-spingi passano avanti le nostre decisioni irrazionali, altro che buoni affari. Dicono gli psicologi del consumo.</p></blockquote>
<p>Partecipare a un <strong>rito consumistico</strong>, affaticarsi nelle gare all’ultimo sconto, svalutare l’impatto di un piccolo acquisto dopo averne fatto uno grande, o ritenere, per effetto alone, vantaggiose anche offerte svantaggiose: ecco che si scioglie come neve al sole la razionalità delle nostre decisioni. Davanti alla chimera dei buoni affari è come se il nostro sistema cognitivo andasse in black out. Lasciando così spazio di manovra al <strong>Black Friday</strong>. Per quali motivi, infatti, il 70% della popolazione, e con irrilevanti differenze di reddito, si tuffa negli acquisti in tale occasione? Cosa c’è di razionale nello <strong>spendere tempo ed energie</strong> nel comprare un prodotto con uno sconto dall’impatto insignificante rispetto al proprio patrimonio? Perché acquistare qualcosa di cui non si ha affatto <strong>bisogno</strong>? Oggetti tecnologici, accessori di moda, articoli di design messi nel carrello a colpi di clic sono un <em>buon</em> affare? O rappresentano piuttosto un ottimo esempio di quei subdoli e potenti <strong>meccanismi psicologici</strong> tra i più studiati dagli economisti comportamentali?</p>
<p><span style="font-size: large;"><em><strong>Dietro ai buoni affari</strong></em></span></p>
<p>Davanti alla possibilità di fare un <em>buon</em> affare, oltre al piacere per l’acquisto esiste un piacere in più. Questo deriva dalla sensazione di <em>aver fatto un affare</em>. E affonda le sue radici nelle <strong>dinamiche affettive</strong>. Nel sentimento di <strong>autostima</strong>. Nel potere dell’<strong>emotività</strong>. È infatti l’esito emotivo del rapporto che esiste tra l’aumento del piacere del possesso del bene e la possibilità di contenere il <strong>dolore del pagamento</strong> a determinare l’acquisto. Un dolore ridimensionato se percepito come vantaggioso rispetto a un prezzo iniziale. Meglio se barrato con un bel segno rosso come l’abito del suo main sponsor.</p>
<blockquote><p>Figuriamoci poi quando questo <strong><em>pain of paying</em></strong> è polverizzato con un clic dai pagamenti smaterializzati, dai colpi di clic compulsivi o dai buoni che nemmeno lontanamente ricordano un legame con quel mezzo di pagamento chiamato denaro.</p></blockquote>
<p>Ma è ancor più l’esito emotivo che si attiva dalla percezione di aver trovato il buon <em>affare</em> <strong>a fare la differenza</strong>. Comprare a una cifra vantaggiosa provoca nel consumatore un piacere aggiuntivo. Che si somma al piacere dell’acquisto. Fa stare meglio: rinforza la considerazione di sé, fa sentire più scaltri, illude d’essere più intelligenti. E così si crede di diventar più bravi a fare i buoni. Affari.</p>
<p>Forse il Black Friday non si chiama <em>black</em> solo per il colore dell’inchiostro con cui un tempo sui libri contabili s’annotavano i buoni ricavi. Le <strong><em>buone</em> risorse</strong>. Forse black è anche il colore della lista in cui oggi s’annotano i cattivi nel <strong>mondo dei buoni</strong>. Perché sotto la lista dei buoni ci vogliono finire pure quelli che il giorno prima &#8211; il giorno del Ringraziamento &#8211; si son dimenticati di ringraziare. Facendo la <strong>figura dei cattivi</strong>. E quale miglior occasione di recuperare ingraziandosi il cielo attraverso questo rito collettivo del credito?</p>
<p>Forse oggi il Black Friday dovrebbe colorarsi di verde. No, non il verde dell’abito originale di quel corpulento e barbuto signore che ispirò il <em>Canto di Natale</em> in cui <strong>Charles Dickens</strong> rappresentò lo spirito della <strong>bontà del Natale</strong>. Bontà sua. Verde come il colore del semaforo che comunica il via a una gara consumeristica della durata di intere settimane di sconti, prezzi al ribasso ed emozioni al rialzo. E a tempo. Che con l’avvento di Internet il suo mercato è ritmato dalle scadenze dei Cyber Monday, i Shopping Thursday, i Gift Wednesday, i Sold-out Tuesday. Che mica c’è tempo per vivere l’altro avvento. E i guadagni ringraziano. Perché i buoni affari son sempre più <em>buoni</em> per qualcuno.</p>
<p><strong><em>T</em></strong><span style="font-size: large;"><em><strong>empo di esser cattivi</strong></em></span></p>
<blockquote><p>Oggi non c’è tempo per agire. Presi dalla chiusura dell’anno, dai programmi da definire, dai rapporti da non dimenticare, dagli incontri da recuperare: la mancanza di tempo mette fretta. E un <em>affare</em> appare così un <em>buon affare</em> solo prima che diventi troppo tardi.</p></blockquote>
<p>E oggi non c’è tempo per pensare. Presi dal fare, dalla necessità di difendersi dalle valanghe d’informazioni, dal gelo delle relazioni, dalle scadenze scottanti da rispettare, dalle influenze del mercato: un pensiero troppo veloce sostiene scelte esclusive che non permettono di pensarci due volte. E un affare appare così un <em>buon affare</em> solo per me. Ora.</p>
<p>Questo è il momento buono per esser cattivi, con se stessi. Allenandosi ad esser insensibili alle sirene del consumo. Maldisposti nei confronti dell’impulso a cedere ai richiami maliardi di bisogni insensati. Per diventare prigionieri di una gabbia di valori comportamentali e relazionali più consapevoli e responsabili. Resistenti alle decisioni volute da altri. E autori invece delle proprie scelte. Egoisti. Per far del bene.</p>
<p>È da questa responsabile consapevolezza che possiamo allora aggiungere una postilla alla nostra letterina da appendere alla stella cometa:</p>
<blockquote><p>«E per piacere non dimenticare, caro Babbo Natale, di metter sotto l’albero anche le istruzioni perché io possa orientare il mio comportamento in una direzione più sensata. PS: A Natale son tutti più buoni. Assaggiali e vedrai!».</p></blockquote>
<p><span style="font-size: 10pt;">Nota: questo articolo è uscito nella rubrica <em>Creattivamente</em> di <a href="https://www.touchpoint.news/tag/magazine/">TouchPoint Magazine</a>, nr. 10, 2022-23 (pp. 10-11).</span></p>
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		<title>Prendersi cura della Relazione tra Doni, Regali e… la nostra Terza Metà</title>
		<link>https://www.massimobustreo.it/prendersi-cura-della-relazione-tra-doni-regali-e-la-nostra-terza-meta/</link>
		<pubDate>Sat, 15 Dec 2018 15:54:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Natale, tempo di regali. Oppure tempo di doni? O è solo una questione di termini?<br />
Il regalo compensa un debito verso qualcuno nei confronti del quale si debba manifestare riconoscenza.<br />
È uno strumento di pagamento da offrire perché si deve. E lo si rivolge a chi é ritenuto meritorio al di là della relazione esistente. Il dono invece riconosce l’importanza dell’interlocutore ed è un investimento di sentimenti nella relazione stessa. Ma qual è il "costo" di tale relazione?</p>
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					<p><em><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;"><strong>Del donare e del regalare</strong></span></em></p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Natale, tempo di regali. Oppure tempo di doni? O è solo una questione di termini? </span><br /> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Il verbo <em><strong>regalare</strong></em> proviene da “regale”, ciò che è offerto al o dal re. Rimanda all’idea della “regalità”, del “tributo” da riconoscere a chi ha un ruolo superiore, in quanto appunto “regale”, per merito o status. </span><br /> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Il <strong>regalo</strong> quindi <strong>compensa un</strong> <em><strong>debito</strong></em> verso qualcuno nei confronti del quale <em>si debba</em> manifestare <em>riconoscenza</em>. </span><br /> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Ecco che il regalo, in questa e simili ricorrenze simboliche, rappresenta uno <strong><em>strumento di pagamento</em></strong> oggettuale da offrire perché <em>si deve</em>. E lo si rivolge a chi, nella cerchia delle persone familiari o in quella professionale, é ritenuto meritorio <em>al di là</em> della relazione esistente. <strong>Al di là</strong> perché il regalo non presuppone un investimento affettivo ed emotivo nella dinamica della relazione ma serve a riconoscere <em>in quanto data</em> la relazione. Oppure, <strong>al di là</strong> quando il regalo va oltre l’investimento affettivo ed emotivo senza considerare questo o “colmandone” il vuoto con oggetti privati di significato relazionale nell’intento di riempire, appunto, le mancanze affettive di una relazione disattenta o disimpegnata.</span><br /> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Il <strong>dono</strong>, a differenza del regalo, è un investimento di sentimenti nella relazione stessa, che riconosce l’importanza dell’interlocutore verso cui si manifesta una volontà piena di relazione. </span><br /> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Il <strong>dono</strong> quindi <strong>apre un</strong><em><strong> credito</strong></em> verso qualcuno nei confronti del quale s’intende manifestare <em>conoscenza</em>, ovvero un’apertura relazionale, che al tempo stesso è promessa e minaccia di riconoscimento. </span><br /> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">E tale ambivalenza si ritrova fin dall’etimo della parola <a href="https://www.francoangeli.it/ricerca/scheda_libro.aspx?CodiceLibro=1243.50"><em>dono</em></a>. La lingua greca presenta una polisemia dei termini legati al dono: <em>dosis</em> indica infatti l’atto del donare come il dono stesso, ma anche la dose di una sostanza mortale. Nel termine tedesco<em> Gift</em> si riferisce egualmente a “dono” e “<strong>veleno</strong>”. Nella maggior parte delle lingue indoeuropee, “dare” è espresso da un verbo che presenta la radice <em>dō</em>, che è prossima al verbo ittita <em>dā</em> “<strong>prendere</strong>”. Ecco che il significato di “dare” o “prendere” espresso dai termini che contengono tale radice – come “dono” e molti altri che si riferiscono allo scambio – viene precisato dal contesto in cui essi sono inseriti. Tale duplice accezione si ritrova in altre lingue e culture: il verbo <em>nehmen</em> – “prendere” in lingua germanica – presenta la radice <em>nem</em> (comune anche al gotico <em>niman</em>) che si riferisce a “ricevere come parte che spetta di diritto” e non a “ottenere” nel senso di “afferrare”. Il tedesco <em>geben</em> “dare” ha la stessa origine dell’irlandese <em>gaibim</em> ovvero “prendere” e “avere”.</span><br /> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Da qui il significato profondo del <strong>dono</strong> come una richiesta di relazione, un “dare per avere”, per “<strong>conoscere</strong>” la disponibilità dell’altro a ricambiare e non per “riconoscere” all’altro una relazione già affermata.</span></p>
<p><em><strong><span style="font-family: Roboto Light;">Doni cha aprono e regali che chiudono</span></strong></em></p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Il regalo è un atto quantitativo. Si allinea alla dinamica di chiusura della relazione in quanto monetizzazione spinta di un atto valoriale che ha in sé un “prezzo”, un “costo”. L’atto del <strong>regalare</strong> spesso si configura come comportamento volto a riconoscere un’azione che ricompensa un debito nel tentativo di recuperare un’<strong>equivalenza</strong> relazionale. Una missione finalmente <strong>compiuta</strong> che <em>chiude</em> ogni “richiesta” di ulteriore relazione. </span><br /> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Il dono é un atto qualitativo. Il <strong>dono</strong> <em>apre</em> alla relazione, o meglio alla <em>possibilità</em> della relazione, proprio perché rispetta la volontà dell’altro a rispondere a tale richiesta di relazione privilegiata con sé. Viene dato senza necessariamente essere la risposta a una richiesta – per quanto implicita – ma mette in condizioni il beneficiario di dover, o meglio di poter, restituire la richiesta di relazione. Il dono infatti <strong>impegna</strong> entrambe gli interlocutori. Con tutto il “costo” affettivo e relazionale che ciò comporta: «Timeo Danaos et dona ferentes», ammonisce Laocoonte davanti al cavallo di Troia.</span><br /> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;"><strong><em>Regalare</em></strong> qualcosa non investe invece il soggetto di un impegno. Si possono regalare molte cose, con la poca fatica di uno shopping. <em><strong>Donare</strong></em> qualcosa, al contrario, è impegnativo: mette <em>in pegno</em> parte della propria persona, della fiducia, della relazione e con essa rischi e promesse. Per questo si fanno e si ricevono pochi doni: il dono richiede un investimento di tempo, di attenzione, di relazione. Apre una dimensione di empatia con l’altro. Di creatività, ovvero di <strong>attività creatrice</strong>. E rappresenta una <em>messa in gioco</em> della relazione, una sua verifica. E proprio per questo si espone alla possibilità dell’<strong>ingratitudine</strong>. Perché il dono non è mai <strong>gratuito</strong>: il dono contiene in sé la richiesta – implicita e molte volte inconsapevole – di una restituzione, nel rispetto della libertà dell’altro di restituire un contro-dono oppure no. </span><br /> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Il dono, proprio in forza di questo, apre una <strong>circolarità</strong> nella relazione. Al contrario, il regalo si può <em>ri-ciclare</em>. E anzi il riciclo dei regali soprattutto nei giorni seguenti al Natale diventa un segnale inconfutabile di come un regalo ricevuto non abbia alcun legame con la persona che lo ha regalato. Invero, un <strong>dono</strong> si cede – se accade – con moltissima sofferenza proprio perché porta con sé una parte importante che appartiene appieno al donatore – il suo <em>mana</em> o <em>hau</em> (spirito) – e che la lega al beneficiario in modo dedicato, univoco e affettivo. Il dono esprime tutta la sua spiritualità del sacrificio affettivo che l’atto della<strong> separazione</strong> comporta. Ecco che l’oggetto donato è <em>caro</em> non nell’accezione del costo bensì nel senso emotivo del <strong>legame affettivo e personale</strong> che in esso è insito.</span></p>
<p><em><strong><span style="font-family: Roboto Light;">Il costo di un dono e il prezzo di un regalo</span></strong></em></p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Se il regalo può entrare in un percorso di ri-ciclo in cui si perde completamente il legame con l’originale possessore, il dono in quanto <strong>simbolo</strong> ricorda la totalità cui appartiene: la relazione tra donatore e beneficiario. E in quanto tale, legandosi indissolubilmente con l’unità originaria – il donatore, il bene-fattore – non può subire una scissione di quel <strong>circolo magico</strong> che ha aperto con il suo passaggio da <strong>benefattore</strong> a <strong>beneficiario</strong>.</span></p>
<blockquote>
<p><em><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Pensa agli ultimi regali che hai comprato per qualcuno. Ricorda quanti più particolari possibili ti vengono in mente. E stimola quelli che fai fatica a recuperare alla memoria. Se ora hai ben in mente questi episodi, rispondi alle seguenti domande. </span></em><br /> <em><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">A chi hai fatto questi regali? In che rapporto relazionale eri con i destinatari? Che occasione era? Il regalo era inserito in un “gesto” dovuto (un invito, una ricorrenza o simili)? Ora pensa al valore economico dell’oggetto che hai regalato e al quale stai pensando. Ti ricordi il prezzo degli oggetti regalati?</span></em></p>
</blockquote>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Regalare e donare conservano qualcosa delle<strong> pratiche arcaiche</strong> delle “offerte” e dei “sacrifici” cultuali le prime e dei “patti sociali” le seconde. Oggi ne siamo sempre meno consapevoli, avendo iscritto quasi tutti i nostri comportamenti all’intero di una <strong>logica economica e commerciale</strong> secondo cui un oggetto messo a disposizione viene ricevuto e pagato, in una dimensione lineare e unidirezionale. Ma il <strong>denaro pagato</strong> per un bene, un servizio o un’interazione personale <em>chiude definitivamente</em> la relazione stessa: e nulla più è dovuto. Nello scambio che precede e non considera la dimensione economica, invece, la transizione <em>apre</em> una <strong>relazione</strong>. </span></p>
<blockquote>
<p><em><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Pensa a quella volta che hai ricevuto un dono da una persona per te importante. Ricorda quanti più particolari possibili ti vengono in mente. E stimola quelli che fai fatica a recuperare alla memoria. Se ora hai ben in mente l’immagine di tale episodio, rispondi alle seguenti domande. </span></em><br /> <em><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Cos’hai provato nel ricevere quel dono da quella persona? Hai contraccambiato il gesto a tua volta? E in che modo? O avresti voluto farlo? E perché non lo hai fatto? Ora pensa al valore economico dell’oggetto che hai ricevuto in dono e al quale stai pensando. Il valore del tuo contro-dono, nel caso ci sia stato, ha avuto un valore economico maggiore, eguale o minore?</span></em></p>
</blockquote>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Il <strong>dono</strong> è relazione. Chi dona si espone alla libertà di chi riceve il dono di contraccambiare con un <strong>contro-dono</strong>. Ciò alimenta la relazione: contribuisce a gestire le dinamiche di potere tra chi dà e chi riceve, in una <strong>dimensione circolare</strong> di scambio. Chi riceve, in realtà, condivide consapevolmente o meno la <strong>necessità profonda di ricambiare</strong>. Tale restituzione – non richiesta a chi riceve un <strong>regalo</strong> – si presenta esattamente come una <em><strong>re-istituzione</strong></em> di un legame. Ed è psicologicamente sostenuta dalla corrispondente necessità di rispondere alla condizione di debito in cui il dono proietta il beneficiario, mantenendo viva la relazione. E, dall’altro lato, chi dona si espone al rischio di non essere ricambiato, e quindi di non veder ricambiata la richiesta di relazione. Ma è proprio da questa dinamica in cui il dono si caratterizza per l’assenza di garanzia relazionale che emerge l’importanza della <strong>fiducia</strong> negli altri. Più <strong>chi riceve un dono è libero</strong> di ricambiare come, quando e quanto desidera e sente, più chi dona attribuirà <strong>valore</strong> a tale restituzione proprio perché segnale di volontà di costruire insieme una relazione. In tal senso lo scambio che sostiene la dinamica del dono costituisce il rapporto stesso che sta alla base della relazione interpersonale e sociale.</span></p>
<p><em><strong><span style="font-family: Roboto Light;">Liberamente obbligati</span></strong></em></p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;"><strong>Donare</strong> significa quindi instaurare relazioni costruite sulla dinamica della fiducia, esattamente al contrario di quanto fa l’utilitarismo dominante in cui il consumatore è considerato un soggetto che persegue i propri interessi, che paga per avere ciò che desidera o necessita. E che vive il dono nella sua errata equivalenza con il <strong>regalo</strong>. Mentre <strong>questo si fa per gli altri, il dono si fa con gli altri</strong>. All’interno delle relazioni di scambio il valore del dono attiene a una dimensione inter-soggettiva e relazionale, nella quale ci <em>sentiamo</em> – ma non sappiamo <em>razionalmente</em> – essere<a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.aspx?ID=24656&amp;Tipo=Libro&amp;vedi=ebook&amp;titolo=La+terza+faccia+della+moneta.+Le+dinamiche+che+guidano+la+nostra+relazione+con+il+denaro"><strong> liberamente obbligati</strong></a> a ricambiare (<em><a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?Id=24656">La terza faccia della moneta</a></em>, p. 66 e ss.). </span><br /> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Anche oggi, nella società dei consumi e della mercificazione dei rapporti professionali, l’oggetto donato obbliga colui che lo riceve in un <strong>rapporto di dipendenza asimmetrico</strong> col donatore. Questa condizione spiega come tutte le relazioni umane implichino in sé la dinamica del <strong>credito/debito</strong> in cui gli interlocutori coinvolti sono entrambi <strong>moralmente compromessi</strong> perché <em>colpevoli</em> di esser entrati in relazione tra loro. E da tale dinamica di debito/credito si torna all’idea che <strong>regalare e donare non sono sinonimi</strong>.</span><br /> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Il dono è un bene relazionale, un atto dove il bene principale non è l’oggetto donato ma la <strong>relazione</strong> tra chi dona e chi riceve. Per questo nell’atto donatorio la forma conta più della sostanza. La relazione è curata non solo nel <em>cosa</em> viene donato ma anche nel <em>come, quando, dove</em>. Il <strong>rito della consegna</strong> del dono necessita di tempo, di attenzione, di contatto tra chi dona e chi riceve. L’<strong>accoglienza</strong> del dono è in sé un’accoglienza della relazione, potenzialmente reciproca, salutare per sé prima che per l’altro, molto spesso consolidante e riparatoria. E la cui cura passa per il prendersi cura della propria <a href="www.massimobustreo.it"><strong>terza metà</strong></a>: «A Natale non fare regali per essere più buono. Sii egoista: dona!».</span></p>
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		<title>Il Denaro e la Sua (S)Materializzazione Simbolica</title>
		<link>https://www.massimobustreo.it/il-denaro-e-la-sua-smaterializzazione-simbolica/</link>
		<pubDate>Thu, 13 Dec 2018 21:26:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Come ogni figlio viene al mondo da colei che lo partorisce, anche il denaro ha una propria madre. In questo caso è la madre di tutti gli dei: Juno Moneta, la dea Giunone, genitrice divina che dà il nome moneta al primo denaro coniato nella zecca della Repubblica di Roma, presso il colle ove sorgeva il tempio a lei dedicato.</p>
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					<h1 style="text-align: center;"><span style="font-size: small; color: #444444;">Dan Tague «</span><span style="font-size: small; color: #444444;">We need a revolution» (2013)</span></h1>
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<h6><span style="font-size: medium; font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Come ogni figlio viene al mondo da colei che lo partorisce, anche il <strong>denaro</strong> ha una propria madre (<a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.aspx?ID=24656&amp;Tipo=Libro&amp;strRicercaTesto=24656&amp;lingua=it&amp;titolo=la+terza+faccia+della+moneta.+le+dinamiche+che+guidano+la+nostra+relazione+con+il+denaro"><strong><em>La terza faccia della moneta</em></strong></a>, 2018). </span></h6>
<h6><span style="font-size: medium; font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">In questo caso è la madre di tutti gli dei: <em>Juno Moneta</em>. La dea Giunone, genitrice divina che dà il nome <em>moneta</em> al primo denaro coniato nella zecca della Repubblica di Roma, presso il colle ove sorgeva il tempio a lei dedicato. La dea <em>Moneta</em> (colei che ammonisce) era anche chiamata dai latini <em>Lucina</em> (colei che protegge le partorienti e i bambini), <em>Pronuba</em> (quando presiedeva alle nozze), <em>Interduca</em> (per condurre la sposa alla nuova casa). Come <em>Regina</em> costituiva con Giove e Minerva la Triade venerata nel tempio sul Campidoglio. Aveva tanti nomi quanti ne avrebbe cambiati lungo i secoli l’<em>aes signatum</em> da lei nominato: <em>aureus</em>, <em>solidus</em>, <em>denarius</em>, <em>libbra</em>, <em>gazzetta</em>, <em>bolognino</em>, <em>fiorino</em>, <em>ducato</em>, <em>grosso</em>, <em>bisante</em>, <em>zecchino</em>, <em>franco</em>, <em>marengo</em>, <em>lira</em>, <em>euro</em> (<em><a href="https://www.francoangeli.it/ricerca/scheda_libro.aspx?CodiceLibro=1243.50"><strong>Denaro e Psiche</strong></a></em>, 2007)<br />
</span></h6>
<h6><span style="font-size: medium; font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Lungo i secoli, la moneta ha mutato più volte peso, colore, materia oltre al nome. Ma non c’è stato giorno in cui il denaro non sia apparso agli occhi di ciascuno in una delle sue svariate sembianze. Tra tutti i <strong>simboli</strong> che sono stati costruiti e che accompagnano le culture umane, il denaro sembra essere l’unico – o il più efficace tra i pochissimi – ad essere stato capace di divenire lo <strong><em>scambiatore universale</em></strong>. Un’essenza totalmente ideale che in ragione di questa sua propria <strong>immaterialità</strong> si è fatta convertitore di tutti i valori materiali. Desiderio del desiderio dell’altro. Significante di tutti i significati. Corpo di tutti i concetti dei beni esistenti. Potere di un segno che rimanda a tutte – non solo ad una – a tutte le cose il cui valore è la cifra inscritta.</span></h6>
<blockquote><p><span style="font-weight: normal; font-size: medium; font-family: Roboto Light;">Il denaro è qui considerato quindi come <em>simbolo</em>, dal greco <em>symbállein</em>, parola composta da <em>sym</em> “insieme” e <em>bállein</em> “mettere”, e quindi “ricongiungere”, “mettere assieme”.</span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: normal; font-size: medium; font-family: Roboto Light;">Il termine in origine indicava un oggetto di terracotta – spesso proprio una moneta – che, spezzato in due, veniva conservato nelle sue parti da due persone in relazione fra loro. E per questo impegnati per una ricomposizione futura dell’intero, legate all’origine unica che le univa così come al <strong>ricongiungimento finale</strong>. Nel percorso interpretativo della dimensione del simbolo, quella dell’<strong>unione</strong> è un’accezione che permane nel tempo, attraversando secoli e culture. Come quella appartenente alla tradizione islamica che indica con il termine <em>ta’wil</em> l’andare all’origine primaria delle cose, il rinvenire il senso vero e originario. Fondamentale, nonché più antica, è l’accezione teologica (propria alla Fenomenologia della Religione). Connessa al duplice livello di interpretazione delle Sacre Scritture, l’allegorico e il simbolico. In origine c’è il Verbo, che si fa carne, un legame che avvicina la Parola allo Spirito nel ricongiungimento con l’origine primaria. </span></p>
<p><span style="font-weight: normal; font-size: medium; font-family: Roboto Light;">Accanto a questa si trova la prospettiva antropologica. Questa vede il simbolo come un ulteriore <em>al di là</em> del segno, l’unione con l’antica e atavica origine. La moneta ha quindi un forte valore di <strong>potenza</strong>, perché in realtà attraverso il denaro ognuno può recuperare questo sogno ancestrale di ri-unione con la parte di Sé perduta con la nascita. Come affermano le letture psicoanalitiche del ricongiungimento nel <strong>simbolo-denaro</strong> (Freud, Ferenczi, Jung). Ovvero attraverso la ricerca di un equilibrio tra quello che è il bisogno personale soggettivo, quelle che sono le necessità vissute dal soggetto e quelli che sono i fattori esterni che contribuiscono a mantenere questo equilibrio. Attraverso il riconoscimento dei simboli e la possibilità di acquistare delle valenze che per il soggetto sono utili. </span></p>
<p><span style="font-weight: normal; font-size: medium; font-family: Roboto Light;">In senso propriamente psicologico, un simbolo, ad esempio, viene considerato come un’<strong>operazione mentale astrattiva</strong> che sostituisce un oggetto, atto o situazione con un segno e il riconoscimento del quale avviene mediante l’attivazione di importanti processi cognitivi e di dinamiche affettive. La perdita di onnipotenza vissuta drammaticamente dall’individuo nel riconoscimento cognitivo ed affettivo di una realtà diversa dall’unione con la madre-origine viene così risolta attraverso una <strong>rappresentazione</strong> indiretta veicolata dal simbolo. La moneta risolve il <em>ri-</em>congiungimento con l’Altro inserito in una rete di rapporti di dipendenze, potere, relazioni economico-sociali. In questo il denaro è profondamente un’<em>idea</em>: è la rappresentazione di una inter-relazione umana che attesta il potere economico del suo possessore. Ecco che il denaro appare in tutta la sua natura di <em>logica</em>. È un <em>significante sociale</em>, ovvero l’esito della rottura e del riassestamento degli atavici legami sociali, delle modalità e ritualità dei rapporti. Come veicolo agente del sistema dei valori. </span></p>
<p><span style="font-weight: normal; font-size: medium; font-family: Roboto Light;">Il denaro è un&#8217;<strong>idea</strong>. Il denaro è un <strong>concetto</strong>. Per questo il suo destino oggi pare essere un ritorno a un originale stato di <strong>smaterializzazione</strong>.</span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: normal; font-size: medium; font-family: Roboto Light;">Il denaro sta alla moneta che abbiamo nelle nostre tasche come il metro sta alla Barra 27 che si trova presso il <em>Bureau International des Poids et Mesures</em> di Sèvres (Francia).</span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: normal; font-size: medium; font-family: Roboto Light;">Il denaro è il frutto di una convenzione sociale, dotata di una forte valenza politica e pragmatica: è l’idea che spiega lo strumento, che <strong>organizza valori</strong> e procedure attraverso ciò che produciamo e consumiamo e nel modo in cui valutiamo gli stessi prodotti di consumo. Per questo, come dimostrano le risposte che il lettore de <strong><a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.aspx?ID=24656&amp;Tipo=Libro&amp;strRicercaTesto=24656&amp;lingua=it&amp;titolo=la+terza+faccia+della+moneta.+le+dinamiche+che+guidano+la+nostra+relazione+con+il+denaro"><em>La terza faccia della moneta</em></a></strong> potrà dare ad alcune situazioni simulate nello stesso, ha valore ciò che vale o ha valore ciò che si vuole?</span></p>
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		<title>Il Cuore della Decisione</title>
		<link>https://www.massimobustreo.it/il-cuore-della-decisione/</link>
		<pubDate>Thu, 13 Dec 2018 21:21:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Consumare o risparmiare, spendere o investire non sono azioni scevre dal rischio di comportamenti inintenzionali, irrazionali o contrari alla legge dell’utilità. Le strategie decisionali si basano più su sensazioni e intuito che su calcoli razionali e probabilistici. Si pensa con la testa, ma si decide con la pancia e con il cuore.</p>
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					<h1 style="text-align: center;"><span style="font-size: small; color: #444444;">Exeter Oldest Church, 2011</span><span style="font-size: small; color: #444444;"> (ph M. Bustreo)</span></h1>
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<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Ogni consumatore nella vita di tutti i giorni pensa, agisce e prova differenti e articolate <strong>emozioni</strong>. Queste ne condizionano <strong>decisioni</strong> e <strong>comportamenti</strong>. Giudizi e valutazioni risultano essere imprecisi e instabili. Le espressioni delle <strong>preferenze</strong> che sottendono le scelte sono spesso incoerenti e incongruenti. Le azioni intraprese raramente riflettono una massimizzazione dell’esito voluto. Le strategie decisionali si basano più su <strong>sensazioni</strong> e<strong> intuito</strong> che su calcoli razionali e probabilistici. Si pensa con la testa, ma si decide <a href="https://www.massimobustreo.it/wp-content/uploads/2018/10/MenteFinanza-n2-06-2018-pp16-20-La-terza-faccia-della-moneta.pdf">con la pancia e con il cuore</a>.</span></p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Un tempo l’idea di un <em>decisore olimpico</em>, razionale e calcolatore. Oggi la prospettiva che recupera una <strong>visione <em>umana</em></strong> del decisore. Le teorie della <em>Bounded Rationality</em> (<a href="https://journals.sagepub.com/doi/abs/10.1177/017084068500600320">Simon, 1982</a>) e le implicazioni emergenti dalla <em>Subjective Rationality</em> (<a href="https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/1043463189001002002">Boudon, 1989</a>) hanno messo in luce come le scelte degli individui siano l’esito di <strong>ragionamenti limitati</strong>. Le dinamiche dei processi decisionali sono guidate da obiettivi di <strong><em>coerenza </em></strong>e non di <em>sostanza</em>. Le forze che sottendono i comportamenti dei soggetti in scenari di scelta di carattere economico agiti all’interno di scambi interpersonali veicolati dal denaro mostrano strategie soggette a <em>errori comportamentali </em>prevedibili, o meglio <strong>liberamente obbligati</strong> (<a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?Id=24656"><em>La terza faccia della moneta</em></a>, 2018: p. 66 e ss.).</span></p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">La velocità di trasformazione dello scenario dei consumi e le conoscenze attuali sulle dinamiche di scelta impone a chi se ne occupa la necessità di una consapevolezza e di una sensibilità alla lettura di tali dinamiche. La <em>Consumer Behaviour Psychology</em> riconosce l’allargamento della specificità della materia verso nuovi contesti. Dilata il perimetro di significati del concetto di “domanda-offerta” al ruolo e alle funzioni dei soggetti protagonisti – <strong><em>consumer</em></strong> e <strong><em>prosumer</em></strong> – che comunicano per promuovere valori e credenze. Per comporre un simile bagaglio di competenze è imprescindibile una focalizzazione sulle pratiche e sulla concretezza del <em>mestiere di consulente.</em> Questo deve derivare da un approccio critico tanto delle teorie e delle metodologie che sottendono a tale <em>prassi</em> quanto della storia e delle provenienze dei <strong>comportamenti</strong> individuali, sociali e aziendali. Consolidati ma non per questo non migliorabili.</span></p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Da un lato, infatti, le aziende sono ormai mature dal punto di vista delle <strong>competenze</strong> per ambire ad affermare con decisione la propria identità sul mercato di riferimento. Dall’altro è necessaria una maggiore <strong>abilità</strong> da parte dei consulenti nell’affrontare degli interlocutori sempre più complessi. Per farlo al meglio la via non è l’affidarsi al valore intrinseco del prodotto e/o del brand. È la preparazione consapevole e strategica alla gestione più corretta degli incontri di vendita. All’<strong>intervento creativo</strong> nell’affrontare gli imprevisti. Alla prevenzione delle reazioni negative dei clienti. Alle loro paure, ai timori, ai <a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.aspx?ID=11696&amp;Tipo=Libro&amp;strRicercaTesto=11696&amp;lingua=it&amp;titolo=l%27%27impresa+del+se%27.+simboli+e+significati+nella+societa%27+postmoderna"><strong>riferimenti simbolici</strong></a> profondi di chi sta parlando del <em>proprio</em> <strong>denaro</strong>.</span></p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Le vendite chiedono sì una maggiore preparazione nella costruzione dell’incontro di vendita. Impongono in più una maggiore abilità di negoziazione e di <strong>problem setting</strong> e problem solving. Il consulente di successo oggi deve maturare le competenze necessarie per <strong>governare il cambiamento</strong> nelle sue molteplici espressioni. Deve saper cogliere e sfruttare le possibilità offerte dall’integrazione dei messaggi e degli strumenti di <strong>comunicazione</strong>. Deve innovarsi nelle metodologie di ricerca, nella concezione strategica delle scelte nell’area comunicazione e dei <em>media relations</em>. Deve sedurre e convincere. Passando per la comunicazione emotiva ed <strong>empatica</strong>. Il venditore deve sapere interagire in maniera creativa con i potenziali clienti adottando soluzioni in una logica tipica da <strong><em>pensiero laterale</em></strong>.</span></p>
<blockquote><p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Prima di vendere un prodotto finanziario o una soluzione al problema del cliente, il venditore-consulente deve dimostrare <strong>competenza</strong>, abilità nel riconoscere e soddisfare i bisogni dell’interlocutore, capacità di <strong>ascolto</strong> attivo e proattivo che si finalizza nel far superare ai potenziali clienti le loro <strong>resistenze</strong> all’acquisto. A nessuno piace infatti che qualcuno gli si venda qualcosa, ma a tutti piace comprare.</span></p></blockquote>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Il buon consulente finanziario deve contenere in sé qualità quali la capacità di creare un rapporto di empatia e di <strong>fiducia</strong> con il cliente (<a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?Id=24656"><em>La terza faccia della moneta</em></a><strong>,</strong> 2018: p. 97 e ss.). Con integrità e spirito imprenditoriale. Attraverso l’umiltà e la capacità di ascolto attivo che dimostrano <strong>interesse sincero</strong> per l’interlocutore. Deve saper comunicare nell’accezione più ampia del termine: <em>mettere in comune valori e desideri </em>con l’interlocutore. Capirne i bisogni e carpirne le aspettative. Condividerne le emozioni. E porsi in una posizione complementare per trovare una soluzione, la <strong>miglior</strong> <strong>soluzione</strong>, insieme. Il bravo consulente infatti non interrompe, non si sovrappone, non cerca di essere interessante. Si dimostra invece interessato al proprio interlocutore. Gli pone domande e acquisisce utili informazioni sulle sue esigenze, sui suoi valori e quindi sui suoi criteri d’acquisto. Il miglior consulente sa come riuscire a mantenere il pieno controllo della comunicazione. Lascia l’inizio della conversazione al cliente. E, rivolgendogli delle <strong><a href="https://www.massimobustreo.it/propongo/">domande</a></strong>, lo fa proseguire accompagnando assertivamente la conversazione con segnali di riconoscimento verbali o non verbali.</span></p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Durante la relazione con il proprio <strong>interlocutore</strong> ciò che spinge alla decisione finale d’acquisto sono le <strong>emozioni</strong> molto più che i calcoli razionali e le valutazioni di utilità. Su questo c&#8217;è una <a href="https://www.marketwatch.com/story/6-books-recommended-by-richard-thaler-a-founding-father-of-behavioral-economics-2016-07-05">florida letteratura</a>, innumerevoli esempi di vendita fondati sulla <em>Behavioral Economic</em> e un’<a href="http://www.oxfordbibliographies.com/view/document/obo-9780199828340/obo-9780199828340-0089.xml">ampia panoramica</a> di casi di studio. Qui si trovano dimostrazioni di quanto la capacità di vendita e di promozione sia strettamente legata a <strong>meccanismi irrazionali</strong> e a <strong>errori</strong> di valutazione da parte del <a href="https://www.massimobustreo.it/wp-content/uploads/2018/12/MF_3_Bustreo-1.pdf">decisore</a>. Aspetti che, se conosciuti e padroneggiati con competenza, facilitano la contrattazione e contribuiscono al successo della vendita. Il consulente vincente è colui che possiede le qualità «indispensabili per suscitare nei clienti l’impulso d’acquisto: l’entusiasmo e la passionalità» (<a href="https://www.tealibri.it/libri/come-si-diventa-il-venditore-numero-uno-9788850217328">Altmann, 2005</a>). E come è possibile andare al cuore della decisione?</span></p>
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