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	<title>persone | Massimo Bustreo</title>
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		<title>Un bel respiro</title>
		<link>https://www.massimobustreo.it/un-bel-respiro/</link>
		<pubDate>Mon, 15 Dec 2025 20:41:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Viviamo esposti a una spossatezza emotiva e mentale che ci riconosce prima ancora che noi si possa riconoscere lei. Ammetterlo non è un lamento: è il primo atto di resistenza. Forse non si tratta solo di stanchezza. È l’esito di un rumore di fondo di un’epoca complessa. Troppo complessa per poterla comprendere con strumenti noti e già sperimentati. Ma riconoscere questo rumore è il primo passo per non esserne sopraffatti.</p>
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					<blockquote><p>Siamo solo stanchi? O siamo saturi? Possiamo resistere ancora? E quanto?</p></blockquote>
<p>Viviamo esposti a una <strong>spossatezza emotiva e mentale</strong> che ci riconosce prima ancora che noi si possa riconoscere lei. Ammetterlo non è un lamento: è il primo atto di <strong>resistenza</strong>.</p>
<p>Forse non si tratta solo di <strong>stanchezza</strong>. È l’esito di un <strong>rumore</strong> di fondo di un’epoca complessa. Troppo complessa per poterla comprendere con strumenti noti e già sperimentati. Ma riconoscere questo rumore è il primo passo per non esserne sopraffatti.</p>
<p>Da qualche tempo conviviamo quotidianamente con una forma particolare di stanchezza. Questa non è arrivata all’improvviso. Non si è presentata né fatta annunciare. Non ha bussato alla nostra porta. Lei fa così: <strong>ci precede,</strong> perché sa già dove andare mentre noi cerchiamo ancora la direzione. Come fanno le emozioni, d’altra parte.</p>
<blockquote><p>Che sia una stanchezza che nasce dal vivere in un mondo che accelera più dei nostri pensieri? In un mondo che cambia forma mentre cerchiamo le istruzioni per capirlo? In un mondo che sfugge alle categorie?</p></blockquote>
<p>La fatica di rincorrere tale vertiginosa <strong>volatilità</strong> conduce a una stanchezza sottile, stratificata, subdola, Non tanto fisica quanto cognitiva. Non tanto muscolare quanto affettiva. Non tanto individuale quanto relazionale.<br />
Nell’era della complessità, <a href="https://www.inspiringpr.it/verita-resistenti-a-inspiringpr-2026/"><strong>resistere</strong></a> come anche solo <strong>orientarsi</strong> e ancor prima <strong>comprendere</strong> è un lavoro faticoso. Troppo faticoso per degli esseri limitati come siamo.</p>
<p><span style="font-size: large;"><em><strong>Una presenza discreta</strong></em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">È una fatica che non alza la voce. Non è eroica. Non è epica. Non è instagrammabile. Eppure ci accompagna ovunque. Come un’<strong>ombra</strong> che conosce perfettamente il nostro passo. Di più: che lo anticipa e lo rende sempre più instabile.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">È la fatica di <strong>decidere per il meglio</strong> in un mondo che cambia troppo velocemente. Anzi: è la fatica di decidere per il soddisfacente. Che pure il bene ancor più che il meglio si sta allontanando sempre più.<br />
</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">È la fatica di comprendere. Di <strong>stare in equilibrio</strong> tra ciò che sappiamo e ciò che sfugge. Tra ciò che vorremmo e ciò che dobbiamo pensare, scegliere, agire.<br />
</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La sua materia prima è l’<strong>incertezza</strong>. Il suo rumore di fondo è il <strong>sovraccarico informativo</strong>. Il suo gesto quotidiano è lo <strong>spaesamento</strong>. Il suo volto è la <strong>maschera</strong> che la nasconde, e sempre meno discretamente.<br />
</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">È una fatica <strong>distribuita</strong>, sì, ma non uniforme. Per i più giovani pare essere come il peso di uno zaino che non hanno preparato loro, ma che loro si ritrovano in spalla. Una pressione che schiaccia e abbassa l’orizzonte dello sguardo sotto l’orizzonte. Per i meno giovani pare accompagnare ogni passo mosso su un terreno terreno che cambia consistenza sotto i piedi a ogni allungo. E per molti se non per tutti è il motore che gira in folle. A consumar benzina emotia.</span></p>
<p><span style="font-size: large;"><strong><em>Specchi e punti di frizione</em></strong></span></p>
<p>Per chi si occupa di educazione, di formazione e di divulgazione, la stanchezza si colora di tonalità e sfumature particolari. La fatica del mestiere mette sì alla prova la resistenza. Ma prima ancora emerge dalla frizione tra mondi e rappresentazioni. Tra realtà e narrazioni. Tra forme e contenuti. Tra <strong>verità e ragioni</strong>.</p>
<p>Perché chi insegna, chi comunica, chi educa non maneggia soltanto contenuti: prende in mano rappresentazioni, immagini, aspettative, paure, visioni, bisogni, desideri. Ogni tema complesso porta con sé anche il peso del <strong>contesto</strong> che fa da sfondo: economico, sociale, emotivo, relazionale, politico, valoriale, ideologico. Un contesto che oggi somiglia più a un mare livido in burrasca che a un cristallino torrente saltellante.</p>
<blockquote><p>Il rischio si ripresenta a ogni occasione: dire troppo e contribuire alla saturazione? Dire male e contribuire alla confusione? Dire poco e rendere lecito l’indifendibile?</p></blockquote>
<p>Il dovere di dire la verità senza avvelenare il pozzo. Parlare del contesto reale, con le sue ombre, senza diventare complici dello scoraggiamento, della saturazione, del cinismo strisciante. È una linea sottilissima. La manchiamo, a volte. Perché dobbiamo muoverci sul crinale di un <strong>equilibrio instabile</strong>: un passo più in qua illumina, un passo più in là affatica. Spesso non lo indoviniamo. Sempre inciampiamo. E sovente – se non ad ogni procedere – in <strong>errori</strong> che sono l’emersione del sincero.</p>
<p>C’è, infatti, un <strong>paradosso</strong> tra i tanti di oggi che vale la pena nominare: questa fatica non è solo un ostacolo. È <strong>forza rivelatrice</strong>. Ci mostra dove finisce il nostro <strong>sapere</strong> e dove inizia il nostro <strong>limite</strong>. Ci ricorda che, prima ancora di essere professionisti, siamo persone che attraversano la stessa complessità dei nostri interlocutori. In modo diverso, ma sovrapponibile.</p>
<p>E forse è proprio questa <strong>vulnerabilità condivisa</strong> a dare profondità vera alla relazione educativa. La fatica ci restituisce la misura.</p>
<blockquote><p>E la <strong>misura</strong> è una necessità per comprendere la realtà.</p></blockquote>
<p><span style="font-size: large;"><em><strong>Serve un limite che serva</strong></em></span></p>
<p>A volte basta spostare l’<strong>angolo di osservazione</strong> di qualche grado. Come ben c’insegna <strong><a href="https://www.massimobustreo.it/propongo/"><em>Soul</em></a></strong>.</p>
<p>Bisogna necessariamente <strong>esporsi</strong>. E farlo significa <strong>parlare con cura</strong>, sapendo che ogni parola può accendere un’immagine interna, una speranza, una paura, un dubbio. Significa <strong>cercare la verità</strong> allontanando la tentazione di trasmetterla come un macigno. Significa <a href="https://youtu.be/fKeHN8nQWj0?si=FQSLFLdPjzNJ9ulh"><strong>mettersi in gioco</strong></a>, tra onore di sé e oneri per sé e gli altri. Ma questo toglie il fiato.</p>
<p>Il <strong>limite</strong> non è un nemico. Non toglie, ma <strong>ordina</strong>. Non castra, ma permette di <strong>costruire</strong>.</p>
<p>Il limite è la cornice che ci <strong>protegge</strong> dal rischio di diventare cinici. E ci salva da quell’enorme buco nero che inghiotte tutto, anche ciò che potrebbe salvarci: l’<strong>indifferenza</strong>.</p>
<p>Per questo la fatica è un <strong><a href="https://www.audible.it/pd/Coaching-per-il-futuro-Audiolibri/B0CPYCDTN3?qid=1741702603&amp;sr=1-1&amp;ref_pageloadid=not_applicable&amp;pf_rd_p=67f8f22b-aed1-45a6-a456-d09beff03315&amp;pf_rd_r=SGBA3PGG7DAQEENCXFFG&amp;plink=AQK3ctv48tLRfVNq&amp;pageLoadId=hmT2ZwW79hDIQdx2&amp;creativeId=b2592cc9-1111-40d9-9474-98f67c8075cc&amp;ref=a_search_c3_lProduct_1_1">esercizio quotidiano</a></strong>, quasi ascetico: <strong>misurare</strong> ciò che sappiamo, <strong>riconoscere</strong> ciò che ignoriamo. Per farlo serve energia, serve <strong>resistenza</strong>. E questo accorcia il fiato. Soprattutto se ci si muove senza <strong>allenamento</strong>.</p>
<p><span style="font-size: large;"><em><strong>Servono domande prima delle risposte</strong></em></span></p>
<p>La fatica ci costringe a domandarci che <strong>storia</strong> sto raccontando.</p>
<blockquote><p>Che storia racconto a me stesso? Che storie sto raccontando agli altri? Che immagine sto evocando della realtà? Sto costruendo una via d’uscita? Un vicolo cieco? Un altrove che mi faccia da alibi?</p></blockquote>
<p>Dobbiamo scegliere consapevolmente quali <strong>immagini</strong> far lavorare dietro i nostri occhi. Perché da quelle immagini prende forma ciò che decidiamo. Ciò che comunichiamo. Ciò che siamo.</p>
<p>Forse il nostro tempo chiede proprio questo: riconoscerne la presenza di questa fatica. Capire da dove nasce. Ascoltarla. Trasformarla in un <strong>gesto generativo</strong>.</p>
<p>E la competenza da allenare meglio delle altre è oggi quella che permette di attraversare la <strong>complessità</strong> senza perdere <strong>lucidità</strong>.</p>
<p><span style="font-size: large;"><em><strong>Riprendere fiato</strong></em></span></p>
<blockquote><p>Dobbiamo resistere alla fatica? O forse conviene ascoltarla? Leggerla come un segnale? Rigettarla come fallimento? Riformularla come necessità?</p></blockquote>
<p>Per fare ciò dobbiamo riprendere contatto con quel <strong>luogo interno</strong> in cui <strong>emozioni</strong> e <strong>valori</strong> costruiscono la colonna portante della nostra persona. Dove la complessità non si semplifica, ma si comprende meglio e si <strong>risolve</strong>.</p>
<p>Per farlo, ovvero per iniziare, serve <strong>fermarsi</strong>. E agire un gesto minuscolo e potentissimo: <strong>un respiro</strong>. Un atto semplice e rivoluzionario. Un bel respiro, consapevole.</p>
<p>Un respiro che è<strong> varco</strong> per entrare dall’uscita. Un respiro che è<strong> occasione</strong> per smettere di inseguire. Un respiro che è<strong> tempo</strong> per ricominciare a vedere. Un respiro che riallinea l’<strong>attenzione</strong>. Un respiro che <strong>raccoglie</strong> le emozioni. E che, in un respiro, permetta a ciascuno di cominciare a <strong>far spazio</strong> alla necessaria consapevolezza emotiva.</p>
<p>In quel semplice quanto perduto atto del gonfiarsi e svuotarsi del torace riconquistato in tutta la sua <strong>arte</strong> la fatica si ridimensiona. Non scompare, ma torna a misura. E con lei riemerge qualcosa che spesso dimentichiamo di avere: un margine di <strong>scelta</strong>, un piccolo <strong>vantaggio</strong> evolutivo, una rinnovata <strong>motivazione</strong> per attraversare ciò che ci stanca senza smettere di andare avanti.</p>
<blockquote><p>«It’s only pain. Take a breath. Take a deep breath».</p></blockquote>
<p>Basta poco. Davvero. Un respiro.<br />
E il mondo, pur restando lo stesso, ci troverà più presenti.</p>
				</div>
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		<title>Ascoltare è paradossale</title>
		<link>https://www.massimobustreo.it/ascoltare/</link>
		<pubDate>Wed, 02 Apr 2025 18:16:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Oggi la comunicazione è istantanea, globale, incessante. Sovradimensionata rispetto alle nostre risorse. E paradossalmente mai come oggi ognuno è al centro del proprio universo di incomprensione. Abbiamo dimenticato l’arte dell’ascolto autentico? Quello che richiede presenza, attenzione, empatia. Che ci porta a ri-conoscere le differenze. Quello che ci mette in contatto profondo con l’altro. E, allo stesso tempo, con noi stessi. E qui casca il comunicatore.</p>
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					<blockquote><p>Hai mai pensato al paradosso dell’ascolto?</p></blockquote>
<p>Sì, proprio così. Ascoltare sembra un’azione semplice. Quasi automatica. Eppure nasconde un universo complesso di <strong>attivazioni, azioni</strong><br />
<strong>e reazioni</strong>. Di significati svelati. Rivelati. Se stai realmente <strong>svuotando la mente</strong> per accogliere questo, sei su una strada risolutiva. Se invece la tua <strong>voce interna</strong> sta già riportando i contenuti delle prime righe a quanto già pensi e sai dell’ascolto, stai agendo il <strong>paradosso dell’ascoltare</strong>. Il vero ascolto non è certo questione di orecchie aperte. Di buona disposizione. Ovvero di posizione disponibile. È la capacità di <strong>tacere e far tacere le comunicazioni interne</strong> che accompagnano le informazioni esterne. Almeno <a href="https://www.massimobustreo.it/in-principio-era-il-verbo/">quando e quanto serve farlo</a>.</p>
<p>Oggi la comunicazione è istantanea, globale, incessante. Sovradimensionata rispetto alle nostre risorse. E paradossalmente mai come oggi ognuno è al centro del proprio <strong>universo di incomprensione</strong>. Abbiamo dimenticato l’arte dell’<strong>ascolto autentico</strong>? Quello che richiede presenza, attenzione, empatia. Che ci porta a <strong>ri-conoscere le differenze</strong>. Quello che ci mette in contatto profondo con l’altro. E, allo stesso tempo, con noi stessi. E qui casca il comunicatore.</p>
<p>L’ascolto non è solo porta d’accesso alla <strong>conoscenza</strong> <strong>dell’altro e del mondo</strong>. È portone d’ingresso e tappeto rosso alla <strong>conoscenza di sé</strong>. Per aprire questo varco dobbiamo prima <strong>liberarci</strong> dei nostri pregiudizi, delle nostre certezze granitiche, di quell’arroganza sottile che ci fa credere di avere già tutte le risposte. Quindi, una volta spalancato uno spiraglio sul nostro Sé ecco alzarsi a guardia muri di parole non pronunciate che rinforzano la propria zona confortevole e <strong>autodifensiva</strong>.</p>
<p>Ascoltare è processo impervio, che richiede <em>umiltà </em>e<em> coraggio</em>. E se non ci si chiede, anche ora rileggendole, cosa significhino <strong>umiltà</strong> e <strong>coraggio</strong> stiamo esercitando il paradosso dell’ascolto scritto, della <strong>lettura inconsapevole</strong>. Il coraggio di ammettere che non sappiamo tutto. O che forse quello che andiamo ripetendo con tanta solidità non lo ascoltiamo nemmeno noi. Per non esporci a dover ammettere che <strong>«non ci stavamo ascoltando»</strong>.</p>
<p>Socrate è morto e il suo <em>so di non sapere</em> vale come epigrafe della relazione. Frase da cioccolatino filosofico più che monito per motivarsi a riconoscersi nella propria ignoranza.</p>
<blockquote>
<p class="p1">Di fronte all’apparente <strong>consumabilità del sapere</strong> che meraviglia, che stupisce, che spettacolarizza, quanti farebbero un mezzo passo indietro per poter avanzare davvero? Quanti invece si rifugiano nelle <strong>proprie convinzioni</strong> a forma di bolla, evitando accuratamente qualsiasi confronto che possa metterli in discussione? Quanti sacrificano <strong>il meglio</strong> perché vissuto come nemico del «proprio bene»?</p>
</blockquote>
<p class="p1">Non è solo questione di <i>bias di conferma</i>. Cerchiamo – più nolenti che volenti – informazioni e opinioni che rinsaldino sempre più le nostre idee preesistenti, certo. Scartiamo tutto ciò che potrebbe <strong>contraddirle</strong> o anche solo minacciarle, sicuro. Preferiamoi meccanismi rassicuranti anche se limitanti rispetto al rischio di <strong>avere torto</strong>, come no. Probabilmente è anche e soprattutto questione di <strong>arroganza</strong>. Di quell’atteggiamento che si manifesta con un costante disdegno e un’irritante altezzosità. Di quel senso di superiorità nei confronti del <a href="https://www.massimobustreo.it/qual-e-la-pietra-che-sostiene-il-ponte/"><i>prossimo tuo</i></a>. Che altro non è che ciascuno di noi al <strong>secondo ascolto</strong>, se ci prendiamo la <strong>fatica di ascoltarlo</strong>.</p>
<blockquote><p>Possiamo rompere questo circolo vizioso?</p></blockquote>
<p class="p1">Sì. In modo semplice e non facile. Attraverso un ascolto che non sia mera attesa del proprio <strong>turno di parola</strong>: caratteristico di quel silenzio di chi ascolta il proprio interlocutore e lo riempie mentalmente con la <strong>riorganizzazione delle proprie cose da dire</strong> qualche secondo dopo la fine di quello. Un ascolto che sia autentica volontà di comprendere l’altro e la sua identità. Un ascolto che richiede <strong>silenzio interiore</strong>, sospensione del giudizio, apertura mentale. Merce rara. E con molti dazi.</p>
<p class="p1">L’ascolto paradossale, in una conversazione, è abitudine diffusa. Ma deleteria. Ci priva della possibilità di <strong>ampliare i nostri orizzonti</strong>. Di stabilire connessioni profonde. Eppure, senza <strong>ascolto schietto</strong> è impossibile creare qualcosa di veramente nuovo e significativo. Restiamo confinati nel già noto, nel prevedibile, nel limitato recinto delle nostre certezze. E non è forse questa la tomba della <strong>creatività generativa</strong>?</p>
<p class="p1">Ascoltare non significa accettare passivamente tutto ciò che ci viene proposto. Significa <strong>instaurare un dialogo</strong>. Autentico. Significa essere disposti a rivedere le proprie posizioni alla luce di nuove informazioni. Ed esser <strong>disposti a condividere</strong> le proprie idee in modo costruttivo. Non predatorio, come troppo spesso oggi accade.</p>
<p class="p1">Bisogna riscoprire l’<strong>onestà del dubbio</strong>. Non come fonte di paralisi o incertezza cronica. Il dubbio come motore di ricerca sincera. Il dubbio che ci spinge a verificare, a capire. A non accontentarci delle apparenze. <a href="https://www.massimobustreo.it/il-piu-temibile-hacker-della-nostra-mente-noi-stessi/">Che ci libera dalle gabbie</a> dell’arroganza e dell’autosufficienza. Ovvero del farsi bastare a se stessi.</p>
<blockquote><p>Come allenarci all’ascolto autentico?</p></blockquote>
<p class="p1">Con il <strong>tempo</strong> e l’<strong>attenzione</strong> dedicati alle persone che incontriamo, soprattutto nei nostri luoghi di lavoro, di relazione sociale, di affetti<br />
personali. Con la <strong>sospensione</strong> del flusso incessante dei nostri pensieri autogratificanti. Con l’esercizio della <strong>focalizzazione</strong> sull’altro da noi. Con <strong>domande</strong> potenti, sincere, interessate. Con spirito d’<strong>accoglienza</strong>.</p>
<p class="p1">L’ascolto è paradossale in quanto <strong>atto <em>rivoluzionario</em></strong>. <strong>Parte da sé</strong>, per comprendere l’interlocutore. E <strong>torna a sé</strong> e per comprendere il proprio Sé. Per questo è <strong>emotivamente faticoso</strong>. Per alcuni insopportabile come lo è il <a href="https://www.massimobustreo.it/la-comunicazione-e-condivisione/">riconoscere i propri debiti</a>. Non contraddittorio per chi sceglie di lasciar risuonare il rumore – interno ed esterno – invece che lasciarsi sorprendere dalla voce dell’altro. Né per chi ignora quelle voci che minano la visione e l’amor proprio. La <strong>capacità di essere altro</strong> nasce dalla capacità di ascoltare. E ascoltare, in fondo, è il primo <strong>atto creativo</strong> verso la costruzione di un mondo migliore.</p>
<p class="p1">La prossima volta che ci troviamo di fronte al nostro interlocutore, proviamo a fare un piccolo esperimento: ascoltare senza farsi interrompere dal proprio <strong>dialogo interno</strong>. <strong>Non giudicare</strong>. Sostituire il <strong>silenzio attivo</strong> alla preparazione della risposta. E osservare cosa<br />
accade. Potremmo rimanere sorpresi. E scoprire che, vincendo l’ascolto paradossale, stiamo avviando una <strong>comunicazione augurale</strong>. Di certo, il primo passo. Io ti ascolto. Tu mi ascolti. Ecco il vero potere della creatività: <strong>trasformare l’ascolto in azione</strong>. L’incontro in crescita. Il dubbio in ricerca. La parola in <strong>silenzio</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo contributo per <em>TouchPoint Magazine</em> è presente nel nr. 3 di marzo 2025.</p>
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		<title>In principio era il Verbo</title>
		<link>https://www.massimobustreo.it/in-principio-era-il-verbo/</link>
		<pubDate>Sat, 15 Feb 2025 15:17:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Comunicare ad arte significa recuperare il potere della parola. I nostri discorsi non trasmettono solo messaggi, emozioni, storie o esperienze. Le parole generano comportamenti. Le parole hanno il potere di trasformare la realtà. Per questo dobbiamo tornare a farci artigiani della comunicazione. Partendo dal presupposto che è inutile "raccontarci storie": per parlare ai nostri interlocutori dobbiamo riacquistare la capacità di "raccontare Storie".</p>
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				<div class="et_pb_text_inner">
					<blockquote><p>«Quali sono i pilastri dello <strong>storytelling</strong>, così importante per migliorare sia la <strong>comunicazione interna</strong> (con e tra collaboratori e colleghi), sia il <strong>rapporto con i clienti</strong> (reali e potenziali)?»</p></blockquote>
<p>Per rinforzare o conquistare il proprio mercato di riferimento, un’azienda non deve limitarsi a “raccontar storie” in modo generico o astratto. Deve imparare a “<strong>raccontare la propria storia</strong>”. E a farlo in maniera autentica. Ciò significa esprimere con chiarezza chi si è, quali valori sostengono il proprio lavoro, e <strong>cosa ci rende unici, originali e irripetibili</strong>. Ovvero qual è la nostra <em><strong>purpose</strong></em>, ovvero l’<strong>impronta</strong> – come mi piace tradurre tale importante colonna identitaria – del nostro esserci nel mercato. Per un’azienda comunicare la propria storia è ancora più cruciale: i valori come l’impegno, il cambiamento, la salute, la crescita personale, il lavoro su di sé, il monitoraggio dei risultati devono riflettersi in ogni dettaglio. Rendere il racconto aziendale una vera esperienza condivisa e condivisibili parte da qui. Non si tratta solo di conquistare i clienti come pirati all’arrembaggio che serrano tra i denti modelli retorici e strumenti di marketing. Attraverso il “come comunichiamo” si tratta di conquistare in primis chi lavora all’interno dell’azienda, per farlo sentire <strong>coinvolto</strong> in una narrazione più ampia e significativa. Un po’ come nel monologo del capitano Jack “Lucky” Aubrey della H.M.S. (<em>Master and Commander</em>).<br />
Il racconto di sé deve <strong>partire dall’interno</strong>: dal senso di appartenenza e dall’ispirazione che i collaboratori stessi provano nel far parte di un’organizzazione che promuove il benessere. Da qui costruire una narrazione coerente tra comunicazione interna e comunicazione esterna. Ogni promessa fatta al cliente deve corrispondere a ciò che realmente accade ogni giorno all’interno delle mura aziendali. Una storia ben narrata – con autenticità e passione – diventa così un collante che lega i collaboratori, rende il team più unito e permette di costruire relazioni di fiducia con i clienti.</p>
<blockquote><p>«Come sensibilizzare e formare i propri collaboratori per renderli “narratori” migliori?»</p></blockquote>
<p>Con motivazione, allenamento e costanza. Sappiamo quanto sia importante trasformare i propri collaboratori nei primi ambasciatori della propria esperienza. Ma affinché ciò avvenga, è fondamentale <strong>sensibilizzarli e formarli</strong> perché possano essere narratori autentici e convincenti. La <strong>formazione</strong>, in questo senso, diventa un percorso continuo che va oltre il semplice trasferimento di informazioni: serve a costruire una <strong>consapevolezza comune</strong> e a <strong>condividere valori</strong>, quelli che rappresentano l’anima dell’azienda.<br />
Un metodo efficace è coinvolgere il team nella vita dell’azienda. Fare in modo che ciascuno possa raccontare la propria esperienza personale in relazione ai valori dell’organizzazione. Quando un collaboratore vive il cambiamento e il miglioramento del cliente come se fossero propri, allora il suo racconto sarà autentico, spontaneo e coinvolgente. Creare occasioni per raccontare le storie di trasformazione vissute dai clienti stessi, discuterne apertamente, condividere desideri e bisogni: sono modi per far sì che ogni collaboratore senta di far parte di qualcosa di più grande e possa trasmettere questa emozione al pubblico. Un’emozione che ha bisogno di contenuti, strumenti e strategie. E molto allenamento.</p>
<blockquote><p>«Quali sono i fattori determinanti per far sì che la storia che si racconta sia autentica e convincente?».</p></blockquote>
<p>Una storia aziendale autentica non può nascere da slogan, da promesse non mantenute, da parole consumate, da motivazioni scostumate. Una storia aziendale autentica e convincente deve fondarsi su una <strong>coerenza</strong> radicale: ogni parola, ogni messaggio, ogni azione dell’azienda deve <strong>rispecchiare la sua identità</strong>. La trasparenza è un ingrediente imprescindibile: raccontare non solo i successi, ma anche le difficoltà, le sfide e i percorsi accidentati rafforza la percezione di autenticità e costruisce una relazione di fiducia con i clienti, che vedono un’azienda reale, fatta di persone.<br />
Allo stesso tempo, è importante che la storia non sia fine a se stessa, ma viva attraverso il <strong>coinvolgimento</strong> diretto dei clienti. Il cliente è il co-protagonista della narrazione: ogni esperienza vissuta, ogni trasformazione personale, ogni conquista è una pagina nuova di questo racconto, che evolve in modo dinamico e si arricchisce di sfumature e dettagli – e anche di critiche e di dubbi, la cui comunicazione va gestita con cura e pari attenzione –, facendo sì che ciascuno si senta parte di un viaggio condiviso. Ascoltare i feedback e includere le esperienze dei clienti nella propria narrazione permette all’azienda di mostrarsi in continua evoluzione e di dare valore alla crescita collettiva.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Continua a leggere <a href="https://www.forumclub.it/it/news/principio-era-il-verbo-la-parola-massimo-bustreo">qui l&#8217;intervista</a> di Davide Venturi, condotta per <em>Il Campo</em> in occasione del <em><strong>26° ForumClub Congress</strong></em>, Bologna 12 febbraio 2025.</p>
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		<title>L&#8217;umanista con il martello</title>
		<link>https://www.massimobustreo.it/umanista-con-il-martello/</link>
		<pubDate>Tue, 19 Nov 2024 19:38:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Ippocrate di Kos suggeriva di riflettere su come si possa costruire qualcosa di solido e duraturo partendo dalla conoscenza profonda della materia prima. Che per lui era l’essere umano. Prima di iniziare qualsiasi lavoro, bisogna fare la conta. Guardarsi negli occhi. Studiare la materia. Disegnare un progetto. Misurare con precisione. Pianificare ogni passaggio con attenzione. Fase cruciale questa: visione d’insieme, analisi di bisogni, risorse e obiettivi delle persone e dell’organizzazione.</p>
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					<p>Come ogni estate, da qualche anno, questo è il momento di <strong>darsi da fare</strong> per un lavoro speciale. Faticoso, serrato. A tratti asfissiante (ma solo per il caldo). E al contempo immensamente gratificante: garanzia di relazioni profonde, intense e divertenti (irresistibilmente divertenti, e non solo a tratti). È un’attività di modellazione. Un’opera di coordinamento di competenze dedicate. Un lavoro di progettazione e costruzione di strutture che non solo devono essere funzionali, ma anche solide. E belle. Ciascun elemento che passa <strong>prima in mente</strong> e <strong>poi tra le mani</strong> viene trasformato con cura e maestria. Diventa parte di qualcosa di più grande. Molto più grande. Ogni membro di questa squadra sa che ogni piccolo dettaglio ha un ruolo cruciale nella resa dell’evento finale. E nel raggiungimento dell’obiettivo: far bene, far del bene.</p>
<blockquote><p>«Ma tu, nella vita… fai l’artigiano?».</p></blockquote>
<p>Un antico filosofo greco, Ippocrate di Kos, suggeriva di riflettere su come si possa costruire qualcosa di solido e duraturo partendo dalla <strong>conoscenza profonda della materia</strong> prima. Che per lui era l’essere umano. Prima di iniziare qualsiasi lavoro, bisogna fare la conta. Guardarsi negli occhi. Studiare la materia. <strong>Disegnare </strong>un progetto. <strong>Misurare</strong> con precisione. <strong>Pianificare</strong> ogni passaggio con attenzione. Fase cruciale questa: visione d’insieme, analisi di bisogni, risorse e obiettivi delle persone e dell’organizzazione. Quindi: <strong>preparazione</strong> degli strumenti, ognuno con una funzione specifica. Attrezzi con cui modellare e manutenere. Con pazienza e destrezza: trasformazione del materiale grezzo in elementi funzionali precisi. Ogni colpo, ogni incisione, ogni rifinitura è eseguita con <strong>cura e attenzione</strong>. Conoscenza e abilità nell’utilizzo di questi processi determinano la qualità finale del lavoro.<br />
«In realtà no: plasmo, levigo, facilito relazioni tra elementi diversi con gesti precisi ma nella vita non faccio l’artigiano…».</p>
<blockquote><p>«Ah, allora fai il manutentore!».</p></blockquote>
<p>Una volta preparati i pezzi, si uniscono le parti con <strong>precisione </strong>e attenzione. L’intento è creare strutture stabili e armoniose. Ogni <strong>connessione</strong> dev’essere perfetta per garantire la resistenza e la durabilità dell’opera. Si lavora per <strong>unire le diversità</strong> in un tutto armonioso. Insieme al team, ché da soli non ce la si fa. La <strong>manutenzione</strong> richiede cura nel tempo per preservare bellezza e funzionalità. Come tutte le cose vive, la materia cambia. Si evolve. Per questo necessita di <strong>attenzione continua</strong>. Ugualmente le persone e le organizzazioni: han costante bisogno di supporto continuo, di aiuto a settare e a risolvere problemi, ad affrontare nuove sfide. Crescita e sviluppo sono processi dinamici che abbisognano di cura continua, essenziale per il benessere e il bellessere. Perché questo lavoro non è mera tecnica. È arte. È <strong>passione</strong>. Opera unica che porta con sé l’<strong>impronta personale</strong> di chi l’ha creata e di chi l’ha curata.<br />
«In realtà no: analizzo lo stato dell’arte, fornisco strumenti adeguati, accompagno il lavoro meticoloso e facilito la passione ma nella vita non faccio il manutentore…».</p>
<blockquote><p>«No? Allora nella vita fai il falegname!».</p></blockquote>
<p>Il falegname vede nel legno grezzo la<strong> potenzialità di forme e strutture</strong> che possono nascere solo grazie alla sua abilità e visione. Partire dalle <strong>radici</strong> per costruire un futuro ricco di significato e valore. Con pazienza, attenzione e <strong>rispetto</strong> per la materia che ha tra le mani, <strong>modellando e trasformando</strong> le esperienze in conoscenza e saggezza.<br />
«In realtà no: nella vita guardo più a ciò che sta sotto, la rete micorrizica delle connessioni sociali, per capire come si sviluppano in tronco e rami per trarne miglior utilità, ma non faccio il falegname…».</p>
<blockquote><p>«Reti e connessioni: allora fai l’elettricista!».</p></blockquote>
<p>Questo lavoro speciale porta luce e connessione dove prima regnava oscurità e separazione. La capacità di <strong>vedere oltre</strong> il visibile, di scrutare quello che c’è dietro i nostri occhi, di <strong>immaginare</strong> come le idee possono collegarsi e dar vita a qualcosa di nuovo e utile, ne è caratteristica essenziale. Portare <strong>energia e vitalità</strong>.<br />
«In realtà facilito sì l’accensione di idee, per far chiaro nella mente e creare nuove connessioni tra pensieri, persone ed esperienze ma… non faccio l’elettricista!».</p>
<blockquote><p>«Davvero? Allora ho capito: nella vita fai l’architetto!».</p></blockquote>
<p><strong>Analizzare</strong>, <strong>progettare</strong>, <strong>costruire</strong> spazi armoniosi e funzionali. Avere la capacità di guardare al di là. Avere una <strong>visione</strong>. Comprendere esigenze e desideri. <strong>Tradurli</strong> in realtà concrete. Pensare agli interlocutori finali. Fare bene, fare meglio. Ecco la parte centrale di questo lavoro speciale.<br />
«Contribuisco a pianificare aspetti e dettagli, con attenzione al progetto e alla sua realizzabilità, monitorando e misurando i progressi. E guardando sempre al risultato finale. Tuttavia… Non sono un architetto!».</p>
<blockquote><p>«Non sei un architetto? Allora fai il pittore!».</p></blockquote>
<p>Il pittore ha una sviluppata e allenata capacità nel <strong>catturare e trasmettere emozioni</strong> attraverso forme, colori, profondità, piani e connessioni. Crea opere che <strong>ispirano</strong>, <strong>provocano</strong> e <strong>fanno riflettere</strong>. Ha l’abilità di <strong>vedere la bellezza</strong> nel quotidiano. Di scorgere ciò che altri non vedono. Di comunicare sensi e significati altri agli altri.<br />
«Uh, mi sarebbe sempre piaciuto farlo ma no… nella vita non sono pittore».</p>
<blockquote><p>«Ho capito: fai il capo cantiere, è chiaro!».</p></blockquote>
<p>Il capo cantiere <strong>coordina e guida</strong> il lavoro di squadra. Garantisce che ogni elemento del progetto si <strong>integri</strong> perfettamente con gli altri. Sviluppa una fine <strong>capacità di leadership</strong> e quella <strong>visione strategica</strong> che risulta essenziale per chi desidera realizzare un progetto – proprio o di altri –, guidare un cambiamento e facilitarne la realizzazione e lo sviluppo futuro.<br />
«Mio nonno era capo cantiere…».</p>
<blockquote><p>«…e tu, allora, cosa fai nella vita?».</p></blockquote>
<p>«Mi lascio ispirare da mio nonno. Forse è proprio questo quello che faccio nella vita…».<br />
Per lavoro e per passione, <strong>coordino</strong> pensieri, emozioni e azioni. <strong>Facilito</strong> processi e relazioni. A livello individuale e collettivo. Lavoro per <strong>contribuire a costruire</strong> una società più coesa e armoniosa.<br />
«Nella vita sono e faccio l’umanista…»</p>
<p>L’umanista è colui che – con ragione e sentimento – <strong>esplora e interpreta l’essere umano</strong>. Con l’obiettivo ardito di comprenderne la complessità. Per farlo, utilizza strumenti come la <strong>curiosità</strong>, la <strong>riflessione critica</strong>, l’<strong>empatia</strong>, la <strong>cultura</strong>, l’<strong>arte</strong>, la <strong>psicologia</strong>. Per migliorare la condizione umana.<br />
Come un artigiano, l’umanista lavora con passione e dedizione. S’impegna costantemente a trovare <strong>nuove soluzioni a problemi sempre più complessi</strong>. Sa utilizzare una vasta gamma di <strong>strumenti intellettuali ed emozionali</strong> per costruire strutture di pensiero e relazioni significative. Come un abile artigiano, maneggia con destrezza concetti complessi. Li <strong>adatta</strong> alle esigenze del momento e del contesto. La sua abilità risiede nella <strong>capacità di integrare conoscenze</strong> provenienti da diverse discipline, creando un tessuto ricco e articolato di sapere ed esperienza.<br />
La forza dell’umanista risiede nella capacità di <strong>vedere oltre l’immediato</strong>. Di progettare soluzioni che tengano conto dell’interconnessione tra le varie componenti della realtà. L’umanista è a proprio agio nel <strong>navigare tra idee e persone</strong>. Che mira a coordinare e guidare con saggezza e sensibilità. Formazione ed esperienza gli permettono di affrontare le sfide con una <strong>visione chiara e strategica</strong>. Sempre orientata al miglioramento continuo e al benessere individuale e collettivo.</p>
<p>In un mondo sempre più dominato dalla tecnologia e dalla velocità, l’umanista rappresenta la figura capace di riportare l’<strong>attenzione sull’essere umano</strong> e sulle sue esigenze profonde. Con la sua capacità di comprenderne e interpretarne il comportamento, intende contribuire a costruire <strong>una società più giusta, inclusiva e sostenibile</strong>. Egli è il custode delle conoscenze passate. Il visionario del futuro. Il designer del presente. L’operaio del maglio del pensiero critico a forgiare un mondo migliore.</p>
<p>«Ecco… nella vita sono l’umanista con il martello».</p>
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		<title>Babbo Natale vi ha fatti più buoni?</title>
		<link>https://www.massimobustreo.it/babbo-natale-vi-ha-fatto-piu-buoni/</link>
		<pubDate>Tue, 19 Nov 2024 19:15:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Bisogna allenarsi a fare il bene: la generosità va manutenuta. Nelle dinamiche relazionali entrano in gioco l’immagine di sé, l’autostima, il sentimento di colpa nel temere di fare del male agli altri con le proprie decisioni. A molti non piace essere visti come professionisti duri, colleghi insensibili, persone cattive.</p>
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					<p>C’era una volta&#8230; il piccolo villaggio di Natale. Sì, proprio <em>il</em>, mica <em>un</em>. Quel villaggio dove <strong>a Natale si è tutti più buoni</strong>. I vicoli e le strade risplendevano di luci colorate. Nell’aria si respiravano profumi di pan speziato. Ogni passo era avvolto da carezze di dolci appena sfornati. Ogni giro di lancette vedeva le piazze affollarsi di persone che scambiavano sorrisi e auguri. Auguri e sorrisi. Tutti felici d’incontrarsi. E di riconoscersi. Come se un’<strong>atmosfera magica</strong> avesse trasformato ognuno in una versione più gentile di sé stesso. Nella calda e accogliente casa di Ada, una ragazzina dai riccioli d’oro, la famiglia si stava preparando per la <strong>cena di Natale</strong>. Il padre cantava allegro mentre impastava il pane, tenendo d’occhio il rosolare sui fornelli. La madre aggiustava l’allineamento delle decorazioni sull’albero, oscillando testa e spalle in una danza silenziosa. Il fratellino Otto giocava entusiasta con i suoi nuovi regali. Scambiando sguardi d’intesa e complicità con Ebe, la sorella più grande, a ogni suo sollevar il capo dalla lettura di quel tanto atteso saggio che voleva approfondire per la sua tesi in management. Ada ascoltava quell’armonia rassicurante. C’era tutto. Ed <strong>era tutto perfetto</strong>. Come se la gentilezza fosse un contagio invernale diffuso nell’aria. Ma tutto questo <em>c’era</em>. Perché mica <em>c’è</em> più. Come spesso accade, <strong>quando ciò che appare lascia spazio a ciò che è</strong>. Dopo cena, Ada si ritirò nella sua camera. Una matita in mano, un foglio color latte davanti a sé.</p>
<blockquote>
<p>«<strong>Caro Babbo Natale</strong>, oggi abbiamo aperto i doni che hai portato. Ed è stato un giorno meraviglioso. Ma… mentre guardavo intorno a me, mi son accorta che forse non tutti sono così buoni come sembrano. Ho visto rubare un biscotto dalla tavola dei dolci lasciando qualcuno senza. Ho sentito una risata invidiosa provenire dalla stanza accanto. Ho visto regali fatti per fare pace. E altri per un buon voto preso a scuola…».</p>
</blockquote>
<p>Ada continuava a scrivere. E più scriveva più i propri pensieri si ribaltavano.</p>
<blockquote>
<p>«Quindi, caro Babbo Natale… davvero trasformi le persone in individui migliori? O forse sei solo una grande illusione collettiva vestita di rosso?».</p>
</blockquote>
<p>Mentre chiudeva con cura la lettera per sistemarla sotto l’albero, Ada si rese conto che la <strong>gentilezza</strong> non era automatica solo perché era Natale. <strong>La bontà richiede sforzo</strong>. Ha bisogno di <strong>consapevolezza</strong>. E del <strong>desiderio</strong> sincero di esser gentili. Così Ada decise che, per rendere davvero speciale quel giorno, avrebbe dovuto impegnarsi ad esser gentile ogni giorno dell’anno.</p>
<blockquote>
<p>«Bisogna allenarsi a fare il bene: la generosità va manutenuta»</p>
</blockquote>
<p>aveva letto poche righe prima Ebe</p>
<blockquote>
<p>«Nelle relazioni professionali, ogni nostro interlocutore non è solo una risorsa. Non è solo un mezzo utile a conseguire l’obiettivo organizzativo. Ognuno è prima di tutto <strong>una persona unica, originale e irripetibile</strong>. Una persona con un proprio progetto esistenziale e lavorativo. Così in ogni relazione interpersonale siamo oggetti e <strong>soggetti di sentimenti ambivalenti</strong>. Il desiderio di stima, il bisogno di affetto e la necessità del consenso a volte si realizzano rendendo ostensibili i risultati positivi conseguiti nei compiti. A volte si realizzano estendendo il successo delle dinamiche relazionali. Qui entrano in gioco l’immagine di sé, l’autostima, il sentimento di colpa nel temere di fare del male agli altri con le proprie decisioni. A molti non piace essere visti come professionisti duri, colleghi insensibili, persone cattive».</p>
</blockquote>
<p>E qui Ebe aveva sollevato lo sguardo verso il papà.</p>
<blockquote>
<p>«Per questo, più che per educazione, evitiamo di dire e fare cose che possono risultare sgradite ai propri interlocutori»,</p>
</blockquote>
<p>lesse pensando alla sua mamma. Ecco – pensò fulminea Ebe – tendiamo a considerare <strong>“buono”</strong> chi privilegia le relazioni, chi difende le persone anche a scapito dei risultati e delle azioni di lavoro. E a considerare <strong>“cattivo”</strong> chi privilegia il compito di lavoro e i risultati a scapito delle persone. Sicuramente – Ebe ne era sempre più convinta – è da qui che nasce la preoccupazione principale del capo degli aiutanti di Babbo Natale: ciò che sta più a cuore a chi svolge funzioni direttive è di essere considerato buono o cattivo. O di apparire, <strong>oltre ogni dubbio di irragionevolezza</strong>, buono o cattivo.</p>
<blockquote>
<p>«E così, dopo che mese dopo mese i nostri luoghi di lavoro sono il palcoscenico di un <strong>sistema di valori</strong> guidato da quella cultura che Franco Fornari definisce <strong>paterna</strong> e volta a sostenere e promuovere meriti, competenze e differenze, ecco il cambio scena dell’ultima settimana dell’anno! Via alle quinte di quella che lo stesso psicoanalista definisce cultura<strong> materna</strong> e caratterizzata da una prevalenza affettiva centrata sui bisogni, sull’accompagnamento dei più necessitanti e sui sentimenti di uguaglianza. Un avvento che oggi abbandona la valorizzazione dei meriti e delle competenze a favore di una tutela dei bisognosi. Dell’appianamento delle differenze. Del diamo a tutti, perché siamo – appunto – più buoni».</p>
</blockquote>
<p>Che detto sotto l’albero – sussurrò tra i denti la saggia Ebe – è come se nei nostri luoghi lavorativi ci si aspettasse che il regalo da scartare sia oggi l’epifania di colleghi, capi e collaboratori che, abbandonate le vesti di meritocratici paladini delle competenze e del raggiungimento dei risultati, vestano gli abiti benevoli dei paladini delle relazioni interpersonali. Riprese in mano il libro.</p>
<blockquote>
<p>«Cosa distingue oggi il bene dal male? Chi guida le nostre opinioni su cosa sia <strong>giusto</strong> e cosa sia <strong>ingiusto</strong>? Come controlliamo le nostre<strong> percezioni</strong> per poter dire cosa sia equo e cosa sia iniquo? Anche in una società che finge di credere sempre meno a Babbo Natale, che s’illude di trasformare le <strong>dinamiche del dono</strong> in mutui affari per chi dà come per chi riceve, che ha assistito attonita al tramonto dei valori ritenuti immutabili dalla nostra tradizione, la percezione di cosa sia buono e di cosa sia cattivo rimane il fattore chiave. Una leva interpretativa capace di influenzare i nostri comportamenti. La nostra soddisfazione nell’agire il ruolo che abbiamo. La motivazione con cui facciamo il lavoro che facciamo. La nostra capacità individuale. Il nostro modo di stare nei gruppi di lavoro».</p>
</blockquote>
<p>Ma allora ha ragione Ada – urlò Ebe facendo tremare tutta la famiglia – conviene, quando serve, <strong>saper essere</strong> anche cattivi! Corse su per le scale. Entrò in camera sua. Aprì rapida tre cassetti prima di trovare quel foglio di carta da lettere. Si sedette alla scrivania. Sfoderò la stilografica delle grandi occasioni. Fece un gran respiro e scrisse la sua di lettera:</p>
<blockquote>
<p>«<strong>Caro Babbo Natale</strong>, ti chiedo di farmi diventare una manager. Un manager cattivo. Perché il mondo è pieno di gente buona. E tu solo sai quanto danno fa».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
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<p><span style="font-size: 10pt;">Nota: questo articolo è uscito nella rubrica <em>Creattivamente</em> di <a href="https://www.touchpoint.news/tag/magazine/">TouchPoint Magazine</a>, nr. 10, 2023-24 (pp. 10-11).</span></p>
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		<title>Qual è la pietra che sostiene il ponte?</title>
		<link>https://www.massimobustreo.it/qual-e-la-pietra-che-sostiene-il-ponte/</link>
		<pubDate>Tue, 12 Dec 2023 10:06:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Cosa sostiene la relazione tra persone che fanno parte di un gruppo? Uno spazio in cui scoprire nuove prospettive e connessioni, aprendo la strada a nuove opportunità di crescita e comprensione. Un luogo tensivo che offre quanto serve per la trasformazione personale. Esperienza essenziale nella nostra ricerca di significato e realizzazione sociale e comunitaria.</p>
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					<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>Non è detto che Kublai Kan creda a tutto quel che dice Marco Polo quando gli descrive le città visitate nelle sue ambascerie, ma</p></blockquote>
<p>d’altra parte, da qualche altra parte, è pur sempre una questione di <strong>fiducia</strong>. Non credete anche voi? Fiducia e credito. Due dimensioni intimamente intrecciate nelle <strong>relazioni umane</strong> in cui credere. Relazioni complesse, queste. In un mondo caratterizzato da informazioni in continua evoluzione, la fiducia diventa un <strong>atto di equilibrio</strong> delicato. E la credenza un passo pesante che richiede <strong>attenzione</strong>. Qui lo scetticismo dell’interlocutore ci ricorda il nutrimento della fiducia: le relazioni si costruiscono su di un patto fiduciario reciproco e si nutrono di quel sano discernimento che sta alla base della <strong>diffidenza</strong>, se</p>
<blockquote><p>certo l’imperatore dei tartari continua ad ascoltare il giovane veneziano con più curiosità e attenzione che ogni altro suo messo o esploratore.</p></blockquote>
<p>Eccola, la fiducia come <strong>processo dinamico</strong>. Ben più complesso del compito del riferire dimesso. Ben più audace del ricognitore che procede per sommi capi. Eccola, la fiducia basata sulla valutazione continua delle <strong>informazioni</strong> e delle <strong>azioni</strong> degli altri. Quella che solo attraverso la comprensione profonda e la trasparenza reciproca può essere coltivata in modo autentico nelle interazioni umane. Perché ambasciator non porta pene ma porta <strong>prove</strong>.</p>
<blockquote><p>Nella vita degli imperatori c’è un momento, che segue all’orgoglio per l’ampiezza sterminata dei territori che abbiamo conquistato,</p></blockquote>
<p>un momento che nasce di <strong>contrasto</strong>. Un momento in cui l’<strong>umiltà</strong> emerge come virtù essenziale. Questo momento segna una profonda riflessione sulla vulnerabilità umana e sulla transitorietà del <strong>potere</strong>. L’umiltà richiede un riconoscimento dell’infinitesimale dimensione dell’individuo di fronte all’immensità dell’universo. Davanti al quale nulla è l’ampiezza del <strong>proprio governo</strong>. Ma è un nulla che, accettato con umiltà, implica una <strong>connessione empatica</strong> con gli altri. Comprendendo che ognuno di noi è solo un piccolo ingranaggio di un meccanismo più grande. È attraversando l’umiltà, infatti, che i leader possono scoprire la <strong>saggezza</strong> più profonda, quella che sta nella capacità di apprendere dagli altri. Di <strong>ascoltare</strong>. E di riconoscere un’umanità condivisa, con cui ispirare attraverso l’esempio e la gentilezza e sostituirsi</p>
<blockquote><p>alla malinconia e al sollievo di sapere che presto rinunceremo a conoscerli e comprenderli;</p></blockquote>
<p>perché anche al leader più saggio la comprensione totale è spesso fuori dalla propria portata. La <strong>complessità delle relazioni</strong> <strong>e nelle relazioni</strong> è densa di misteri, di domande senza risposta, di indizi ingannevoli. Accettare la nostra limitata comprensione del mondo può portare a una pace interiore. Rinunciare alla ricerca ossessiva della conoscenza assoluta può liberarci dal peso dell’<strong>incertezza</strong>. Accogliere il <strong>limite</strong> permette di abbracciare il mistero e apprezzare la bellezza dell’incomprensibile. E di godere del suo fascino che deriva non da una rinuncia vissuta come atto d’ignoranza, quanto piuttosto da una saggezza agita nel ritrovare contezza nei propri limiti e <strong>contentezza nell’imperfetto</strong>. Fino a poter assaporare</p>
<blockquote><p>un senso come di vuoto che ci prende una sera con l’odore degli elefanti dopo la pioggia e della cenere di sandalo che si raffredda nei bracieri;</p></blockquote>
<p>chiedetelo a un musicista: cosa è il <strong>vuoto</strong> se non musica silenziosa tra due note? cosa è il <strong>silenzio</strong> se non una pausa, quiete in mezzo alla frenesia del mondo che urla? cosa è una<strong> pausa</strong> se non l’occasione per dare senso alle nostre emozioni e ai pensieri più profondi. E chiedete sempre allo stesso musicista: cosa può anche essere il vuoto se diverso da questo? Il <strong>luogo</strong> in cui evocare sentimenti di perdita e solitudine, di minaccia e paura, di disorientamento e perdita di centratura. Tuttavia, è proprio in questo spazio vuoto che dobbiamo scoprire nuove <strong>prospettive e connessioni</strong>, aprendo la strada a nuove opportunità di crescita e comprensione. Il vuoto che odora di fertile terreno per l’auto-riflessione e la <strong>trasformazione</strong> personale. Esperienza essenziale nella nostra ricerca di significato e realizzazione. Anche a rischio di provare</p>
<blockquote><p>una vertigine che fa tremare i fiumi e le montagne istoriati sulla fulva groppa dei planisferi, arrotola uno sull’altro i dispacci che ci annunciano il franare degli ultimi eserciti nemici di sconfitta in sconfitta, e scrosta la ceralacca dei sigilli di re mai sentiti nominare che implorano la protezione delle nostre armate avanzanti in cambio di tributi annuali in metalli preziosi, pelli conciate e gusci di testuggine:</p></blockquote>
<p>c’è forse leader che non abbia mai provato una vertigine che minasse la propria <strong>percezione</strong> del mondo? Le fondamenta delle proprie conquiste? La propria stabilità? È la complessità del tutto che mostra la fragilità delle scrostate ambizioni umane. Ossessioni di grandezza e di <strong>controllo</strong>. Un’umanità relazionale che si tende tra <strong>debito e credito</strong>, fin che</p>
<blockquote><p>è il momento disperato in cui si scopre che quest’impero che ci era sembrato la somma di tutte le meraviglie è uno sfacelo senza fine né forma, che la sua corruzione è troppo incancrenita perché il nostro scettro possa mettervi riparo, che il trionfo sui sovrani avversari ci ha fatto eredi della loro lunga rovina.</p></blockquote>
<p>Il tutto è di più della somma delle singole parti. Il tutto è un <strong>sistema complesso</strong>, un intreccio di entità minime, <strong>differenti e originali</strong>, che interagiscono fra loro. È necessario analizzarlo come sistema. Analizzarne la forma complessa e complessiva. Spesso celata.</p>
<blockquote><p>Solo nei resoconti Marco Polo, Kublai Kan riusciva a discernere, attraverso le muraglie e le torri destinate a crollare, la filigrana d’un disegno così sottile da sfuggire al morso delle termiti.</p></blockquote>
<p>Con un obiettivo: prendere <strong>consapevolezza</strong>. Di cosa? Dell’effetto che tali interazioni hanno fra di esse e che va ben al di là delle caratteristiche dei singoli elementi. Come? Concentrandosi sulla <strong>contrapposizione</strong> che genera significato. Sulle caratteristiche che derivano dalla <strong>relazione</strong> granulare tra i membri di una <strong>comunità</strong>. Perché?</p>
<blockquote><p>Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra.<br />
– Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? – chiede Kublai Kan.<br />
– Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra − risponde Marco, − ma dalla linea dell’arco che esse formano.<br />
Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo. Poi soggiunge: – Perché mi parli delle pietre? È solo dell’arco che m’importa.<br />
Polo risponde: – Senza pietre non c’è arco.</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: 10pt;">Nota: questo articolo è un personale e affettuoso omaggio a <em>Le città invisibili</em> (1972) di Italo Calvino ed è uscito nella rubrica <em>Creattivamente</em> di <a href="https://www.touchpoint.news/tag/magazine/">TouchPoint Magazine</a>, nr. 9, 2023 (pp. 10-11).</span></p>
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