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	<title>euristiche | Massimo Bustreo</title>
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		<title>È Tutto Sotto Controllo. O Almeno Così Spero!</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Sep 2019 13:09:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Per metterci al riparo dal rischio dei piccoli naufragi quotidiani ognuno di noi tende ad anticipare scenari imminenti. Rispondere agli eventi secondo quanto le proprie aspettative propongono come più possibile. E monitora persone, oggetti ed emozioni. Tutto per rinforzare l'illusione di avere tutto sotto controllo. Ma funziona davvero?</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>«Ho tutto sotto controllo» disse il capitano prima di naufragare!<br />
Per metterci al riparo dal rischio dei <strong>piccoli naufragi quotidiani</strong> ognuno di noi tende ad anticipare scenari imminenti. Rispondere agli eventi secondo quanto le proprie <strong>aspettative</strong> propongono come più possibile. E <strong>monitora</strong> persone, oggetti ed emozioni. Tutto per rinforzare l&#8217;illusione di avere tutto sotto controllo. Ma funziona davvero?</p>
<h4><strong><em>Bias dell&#8217;illusione del controllo</em></strong></h4>
<p>Attraverso il <strong>controllo</strong> e l&#8217;anticipazione guidiamo i nostri comportamenti lontano dalle minacce di eventi nefasti o poco piacevoli. E soprattutto lo facciamo con un grande dispendio di glucosio, la nostra energia per far funzionare la mente. Tuttavia nel fare questo non sempre seguiamo la via più opportuna ed efficace. Cercando una soluzione all&#8217;<strong>ambiguità</strong> degli stimoli che ci si offrono di fronte siamo spesso ingannati da noi stessi nella ricerca delle cause o delle conseguenze reali. Senza nemmeno accorgerci che siamo <a href="https://www.massimobustreo.it/wp-content/uploads/2019/06/MF1_2019-Bustreo-pp-20-25.pdf">liberamente obbligati</a>. Che ci affidiamo alle immagini mentali dei problemi da risolvere, vedendo ciò che ci aspettiamo di vedere e sentendo ciò che vogliamo sentire.</p>
<p>Vogliamo illuderci di controllare gli eventi che appartengono alla nostra vita per proteggerci. Per non farci trovare impreparati. O peggio, vulnerabili (ai nostri occhi, prima che agli altri). Così crescendo rinforziamo la nostra <strong>capacità di prevedere</strong>. Ma prevedere significa &#8220;vedere prima che le cose accadano&#8221;. A volte è un bene. Se prevedo che quell&#8217;auto esce dallo stop senza darmi la precedenza, posso rallentare (ed evitare un incidente). Prevedere la reazione di mia moglie mi può far cambiare il mio comportamento ancor prima di metterlo in atto (e salvare un matrimonio). Quando prevedo che il mio capo leggerà questi dati del report e non altri, posso preoccuparmi di scriverli nel modo più adeguato (e meritarmi un premio). A volte non è così bene. Se prevedo che una reazione del collega sia uguale a quella che ha sempre messo in atto, rischio di non cambiare il mio approccio con lo stesso. Prevedere la soddisfazione della moglie all&#8217;ennesima proposta di &#8220;cena fuori&#8221; rischia di far diventare routinaria una storia romantica. Quando prevedo che un problema abbia quelle soluzioni «perchè è sempre stato così» ho la certezza che mi sto precludendo ogni ulteriore possibile soluzioni. Magari più efficace.</p>
<h4><em><strong>Risolvere i problemi con la magia</strong><br />
</em></h4>
<p>Ecco una <a href="https://www.massimobustreo.it/propongo/"><strong><em>magica</em> proposta</strong></a> per lavorare sulle strategie di decision making partendo da un migliore <strong>problem setting</strong> visto da un’innovativa prospettiva: quella dell’<strong>astuzia</strong>. L&#8217;astuzia non come sotterfugio che permette al soggetto di “aggirare” il vero problema quanto come quell’opportuno insieme di attenzione, approccio creativo, stratagemmi e pensiero laterale che permette di risolvere uno “snodo decisionale” prima che diventi un problema. Consapevoli del fatto che <a href="https://www.massimobustreo.it/il-piu-temibile-hacker-della-nostra-mente-noi-stessi/">è la nostra mente che costruisce i problemi</a> che nella realtà non esistono se non come generiche difficoltà.</p>
<p>«È la mente a creare i problemi» significa ribaltare quella prospettiva che porta il <strong>risolutore di enigmi</strong> (di qualsiasi natura professionale essi siano) ad andare alla ricerca di soluzioni note, magari già sperimentate, per una loro risoluzione. E favorire così un approccio più &#8220;strutturale&#8221; al problema che parta dalla sua&#8230; creazione! È infatti solo comprendendo come si creano i problemi che è possibile imaprare a gestirli e risolverli.</p>
<blockquote><p>E chi meglio di un <strong>illusionista</strong> possiede la nobile arte di saper creare problemi apparentemente insolubili?</p></blockquote>
<p>Statue della Libertà che spariscono davanti a migliaia di occhi attenti. Donne che levitano a mezz&#8217;aria. Carte che vengono ritrovate dopo esser state perdute o bruciate. Monete che si moltiplicano e sparisono a un palmo da naso dell&#8217;interlocutore. Grossi gorilla neri che attraversano una scena senza che il pubblico noti alcunché.</p>
<h4><em><strong>Il contrario di ambiguità non è univocità!</strong><br />
</em></h4>
<p>Creare situazioni di (apparente) <strong>impossibilità</strong>, di (indecifrabile) <strong>ambiguità</strong>, di (ignote) <strong>logiche</strong> fisiche o meccaniche è una specifica abilità di creazione immaginativa e tecnica che permette agli illusionisti di <strong>costruire una realtà</strong> (ovvero un problema da risolvere, per gli spettatori) apparentemente impossibile. Impossibile per gli spettatori solo perchè questi non hanno a disposizione ulteriori e <strong>differenti modelli interpretativi</strong>. O informazioni sul come quel problema è stato costruito.</p>
<blockquote><p>Ecco la magia del problem solver: l&#8217;esercizio a quell&#8217;ideazione creativa necessaria per costruire (e quindi risolvere) problemi apparentemente insolubili. Il contrario di &#8220;ambiguità&#8221; non è infatti &#8220;univocità&#8221; ma &#8220;<strong>nuovo ordine</strong>&#8220;!</p></blockquote>
<p>È possibile trattare i modelli e gli approcci ai dilemmi decisionali partendo da un’analisi dei metodi di problem setting propri ad alcune figure professionali particolarmente esemplificative in tal senso: <strong>detective, enigmisti, maghi e illusionisti</strong>. Conoscere gli approcci &#8211; non certo i trucchi, anche se&#8230; &#8211; attraverso cui tali professionisti approcciano i propri problemi professionali (routine di magia, giochi illusionistici ed enigmi logico-linguistici) significa potersi avvicinare a come la mente, di fronte a una condizione di ambiguità percettiva e cognitiva, riesca a <strong>ideare nuove soluzioni</strong>, spesso inusuali, in risposta alle sempre differenti situazioni che il problem solver deve affrontare nella sua quotidianità professionale. Significa imparare a cercare ogni volta <strong>interpretazioni molteplici</strong> e non scontate di ciò che abitualmente si considera dotato di un significato univoco.</p>
<h4><em>Cosa c&#8217;è di possibile nell&#8217;impossibile<br />
</em></h4>
<p>Conoscenze scientifiche e abilità illusorie permettono così di comprendere un po’ meglio quali sono i <strong>processi mentali</strong> che possono o devono essere attivati di volta in volta per produrre le soluzioni più adeguate in determinate circostanze. Anche quelle considerate così difficili da apparire “impossibili”.</p>
<p>Un esempio coinvolgente e originale lo trovate ora nella conferenza-spettacolo <a href="http://www.neuromagia.it">«Neuromagia. Quando la magia &#8220;svela&#8221; il nostro rapporto con il denaro»</a>, unica realtà italiana di educazione al denaro e ai processi decisionali che unisce psicologia del denaro e illusionismo!</p>
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		<title>Il Più Temibile Hacker della Nostra Mente? Noi Stessi</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Jun 2019 10:33:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Ovvero, siamo liberamente obbligati in molte delle nostre scelte quotidiane. Pensiamo in base a quello che già conosciamo, e ci illudiamo di essere liberi nel guidare noi il nostro pensiero. Ovvero, crediamo di essere liberi mentre l’hacker che è in noi sta obbligando le nostre decisioni, mettendo in relazione mente e realtà.<br />
E il nostro modo di relazionarci con la realtà attraversa vie euristiche e bias, fallace percettive e distorsioni, pregiudizi e fallimenti sistematici del nostro modo di pensare. Spesso hackerati dall’esterno. Ma ancor più spesso da… noi stessi.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.massimobustreo.it/il-piu-temibile-hacker-della-nostra-mente-noi-stessi/">Il Più Temibile Hacker della Nostra Mente? Noi Stessi</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.massimobustreo.it">Massimo Bustreo</a>.</p>
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					<p><em>[estratto dalla relazione al TEDxUdine del 9 marzo 2019]</em></p>
<p><em><strong><span style="font-size: 14pt;">Chi hackera chi?</span><br />
</strong></em>Nei prossimi 18 minuti il vostro cervello verrà hackerato più e più volte. E solo in due di queste non sarete voi a farlo!<br />
Ma c’è di più: queste “intrusioni” non solo non verranno da “fuori”, ma non violeranno alcuna norma legale, etica o che abbia a che fare con la buona educazione. Non avranno bisogno di alcuna autorizzazione né di domande specifiche. E non saranno “visibili”. Anche perché, accadendo dentro alla nostra testa, è difficile poter “vederci qualcosa”. O forse no?<br />
Oggi, in realtà, con raffinati strumenti di Neuroimaging Funzionale è possibile “vedere” e “valutare” le differenti funzionalità del nostro cervello.<br />
Per far questo sono necessarie principalmente due cose:<br />
1) un cervello in attività, oggetto non scontato né frequente, e<br />
2) uno scanner RMF, oggetto che nemmeno scontato sarebbe stato possibile portare qui per “vedere” tutti i vostri cervelli al lavoro!<br />
Sapendo di avere qui molti cervelli in attività ma nessuno scanner per sbirciare i nostri neuroni dentro la nostra scatola cranica, ho elaborato un efficace metodo per “portar fuori” i neuroni. Esaminiamolo insieme!<br />
Allungate un braccio davanti a voi e aprite bene la mano. Ecco un’ottima rappresentazione di un neurone con il suo nucleo (qui, nel palmo della mano), i suoi dendriti (le dita) che ricevono i segnali e li propagano in direzione opportuna per la loro elaborazione, attraverso l’assone (il vostro braccio). Se alzate bene la manica potete vedere anche la guaina mielinica e le cellule di Schwann…!<br />
Ora <a href="https://www.youtube.com/watch?v=7DsjNxzr41g&amp;t=622s">capiamo nel dettaglio</a> come questo nostro affascinante sistema reagisce a una stimolazione esterna.<br />
Per cortesia, alzatevi tutti in piedi.<br />
Da questo momento fate <em>esattamente</em> quello che faccio io. Allungate le braccia e portatele parallele all’altezza delle spalle, palmo a palmo. Muovete le dita così: questi sono i vostri neuroni che reagiscono alle indicazioni vocali che vi sto comunicando: reattivi e rispondenti! Ottimo!<br />
Continuate a fare esattamente quello che faccio. Fermate le dita. Girate le mani dorso contro dorso, sollevate il braccio destro portandolo sopra il braccio sinistro e unite le mani, intrecciando bene le dita e facendo molta attenzione che il pollice della mano sinistra &#8211; quella che appartiene al braccio che stava e sta sotto il braccio destro &#8211; si trovi tra il pollice della mano destra, sotto, e l’indice della mano destra, sopra. Allungate gli indici &#8211; i vostri dendriti &#8211; così e unite forte i polpastrelli. Osservatela bene: questa è una trasmissione sinaptica tra i vostri neuroni. Fermi così! Eccoli i neuroni che potete “toccare con mano” mentre eseguono un comando, senza accorgervi che, nel frattempo, altri neuroni hanno subìto un primo attacco hacker. Che è andato a “buon” fine se… non riuscite a fare <a href="https://youtu.be/7DsjNxzr41g?t=217">così</a>.</p>
<p><span style="font-size: 14pt;"><em><strong>Il potere delle aspettative</strong></em></span><br />
Siamo sicuri che quello che avete visto proprio ora sia ciò che stava davanti ai vostri sguardi? In realtà non è proprio così.</p>
<blockquote><p>Noi vediamo esattamente quello che ci aspettiamo di vedere. Mentre accadono cose là dove la nostra attenzione non riesce a cogliere eventi e cambiamenti.<br />
Ciò significa che ognuno di noi agisce non tanto agli stimoli oggettivi provenienti dalla realtà stessa quanto in risposta a una serie di immagini mentali create da… qualcuno che lavora per noi. O contro di noi.</p></blockquote>
<p>Noi vediamo quello che vogliamo vedere. E non mi riferisco solo alla vista.<br />
Ovvero, siamo <strong>liberamente obbligati</strong> in molte delle nostre scelte quotidiane. Pensiamo in base a quello che già conosciamo, e ci illudiamo di essere liberi nel guidare noi il nostro pensiero. Ovvero, crediamo di essere liberi mentre l’hacker che è in noi sta obbligando le nostre decisioni, mettendo in relazione mente e realtà.<br />
E il nostro modo di relazionarci con la realtà passa proprio di qui: non sempre lungo il sentiero più razionale, opportuno e lineare che si possa immaginare o volere, ma attraverso vie euristiche e bias, fallace percettive e distorsioni, pregiudizi e fallimenti sistematici del nostro modo di pensare. Spesso hackerati dall’esterno, sì (mercato, pubblicità, informazioni). Ma ancor più spesso da… noi stessi.</p>
<blockquote><p>La comunicazione può infatti ingannare. Ma anche la mente <em>mente</em>. Anzi: la mente <em>ci</em> mente.</p></blockquote>
<p>Il fatto è che noi <em>affidiamo</em> a lei ciò che vogliamo, e vogliamo <em>fortemente</em>, credere. Ma cosa significa “credere”? La radice della parola <strong>credere</strong> rimanda al <strong>credito</strong>: se noi ci <em>fidiamo</em> della nostra mente è perché le diamo credito! Quando non lo facciamo, quando <em>dif-fidiamo</em>, allora siamo motivati ad analizzare ogni singola parola, ogni singola azione per …smascherare una possibile minaccia! Ma se ci <em>fidiamo</em> di lei… ci <em>affidiamo</em> a lei.<br />
Allo stesso modo, se noi diamo credito alla realtà che ci sta di fronte è perché ci fidiamo di essa.<br />
Ma queste &#8211; la nostra mente e la realtà &#8211; sono solo <em>due</em> delle <strong>tre facce della medaglia</strong>! Perché c’è poi quella che io chiamo la terza faccia della medaglia.<br />
La terza “metà” è il luogo relazionale dove si spende il nostro reciproco credito relazionale.<br />
Ed è in questo luogo che noi spesso &#8211; molto spesso &#8211; ci sentiamo <em>obb-ligati</em> a fidarci. Obbligati: legati reciprocamente. O più precisamente: qui è la nostra mente che ci obbliga, ci lega in modo vincolante alle sue decisioni.</p>
<p><span style="font-size: 14pt;"><em><strong>Liberamente obbligati</strong></em></span><br />
Nel gioco del «<a href="https://www.youtube.com/watch?v=7DsjNxzr41g&amp;t=622s"><strong>pacchetto di sigarette</strong></a>» ognuna di queste macchine (le nostre menti) è un “libro aperto” di fronte ai migliori pirati cognitivi! Avete lasciato spalancato il vostro firewall e l’hacker è entrato fin dalla presentazione delle regole del gioco. E poi da quella prima domanda che ha favorito un <strong>processo di associazione semantica</strong> tra “sigarette” e “pacchetto di sigarette”. Voi, o meglio, la maggior parte di voi si è sentita libera di rispondere in modo apparentemente generalizzato (scrivendo un qualsiasi numero tra 0 e 20, o alcuni numeri tra 0 e 20, o delle frasi tipo «non so… quelle che restano… dipende…») quando in realtà &#8211; e in modo completamente inconsapevole &#8211; era già stata obbligata &#8211; dalla propria mente &#8211; a costruire una <strong>risposta implicitamente coerente</strong> con l’associazione “sigarette-pacchetto di sigarette”. Il vostro amato hacker vi ha tenuti lontani da altre realtà seppur verosimili e plausibili. Infatti: a qualcuno di voi, alla prima domanda «Quante sigarette ci sono in un pacchetto?», è venuto in mente un pacchetto tipo questo (pacchetto di fazzoletti blu) o questo (pacchetto di caramelle giallo)? Per l’appunto: il sistema era già stato violato dal <strong>bias di conferma</strong>.</p>
<p>Nella seconda domanda, presa nelle trappole disseminate lungo il sentiero della <strong>comunicazione liberamente obbligante</strong> fin dall’inizio dell’elencazione delle tre (e solo tre) prescrizioni del gioco (seppur paradossali, come quella di non ridere) e della modalità di presentazione delle domande, la vostra mente ha operato un’ulteriore <strong>inferenza</strong>, confermando a voi stessi che si stesse parlando proprio di sigarette, allora… Allora avete risposto, o meglio la maggior parte di voi ha confermato la risposta precedente, o l’ha “aggiustata” sempre affidandosi all’immagine mentale di un pacchetto di sigarette. Un’immagine mentale ora ben più chiara e univoca, ma pur sempre un’immagine mentale. È l’<strong>euristica dell’ancoraggio e aggiustamento</strong>. Quell’euristica che ci àncora al primo prezzo comunicato in una contrattazione.</p>
<p>Infatti, tale sistema di inferenze procede e si rinforza nella terza domanda. Qui, il vostro hacker forza i file della vostra memoria, scassìna i ricordi della vostra esperienza e vi fa rispondere «10, 20, 25». È l’<strong>euristica della disponibilità</strong>. Risposte facilmente recuperabili in <strong>memoria</strong> perché disponibili nella nostra esperienza, coerenti con la mia esperienza. Ecco che, se conosco bene la Francia, ai numeri di prima posso aggiungere un «30 o 35». Ma la questione è: sono risposte relative a reali pacchetti esistenti di sigarette? E se qualcuno avesse risposto 19? Sarebbe una risposta accettabile? …Sì, per il fatto che il limite entro cui accettare tale risposta può trovarsi oltre le informazioni disponibili alla nostra esperienza, in modo che comprenda, ad esempio, i «pacchetti intatti» in commercio in Inghilterra (19 sigarette).</p>
<p>Ma arriviamo alla questione cruciale. È possibile rispondere in modo corretto alla quarta e ultima domanda? Oppure, dopo l’intromissione del vostro caro hacker, questa possibilità è svanita? Perché per dare l’unica vera risposta possibile all’ultima domanda non ci si può affidare all’<strong>immagine mentale</strong> del pacchetto di sigarette che il sistema hackerato ha non solo costruito attraverso le domande di questo gioco ma via via consolidato attraverso le proprie risposte come personale realtà cui ognuno di voi si è poi riferito. Eh sì, perché su quei foglietti c’è il tracciato mentale del vostro affidarvi a una immagine mentale. All’immagine mentale del “pacchetto di sigarette&#8221; e non più alla realtà, che è questo pacchetto di sigarette, reale e disponibile a tutti. Questo è il problema cui è necessario metter mano per poterlo risolvere. E si trova ben al di là di come la nostra mente ce lo racconta.</p>
<blockquote><p>Per trovare la risposta giusta è qui necessario controllare le intrusioni e le violazioni del nostro sistema mentale &#8211; inferenze, generalizzazioni, ipotesi, conoscenze pregresse… &#8211; in modo da aiutarlo ad agire nell’unico modo corretto: riconsiderare le condizioni imposte dalle regole, agire all’interno di queste, dubitare dell’immagine mentale esistente (creata dalla mia mente) o diffusa (stimolata dalla comunicazione a me rivolta), verificare il contenuto del problema e risolverlo.</p></blockquote>
<p><span style="font-size: 14pt;"><em><strong>L&#8217;antivirus che è in noi</strong></em></span><br />
È la nostra mente che ci rende<strong> liberamente obbligati</strong>. Il nostro comportamento è esposto ai rischi di un hackeraggio mosso da noi stessi molto più spesso di quanto pensiamo.</p>
<p>Per questo mi piacerebbe che ci portassimo a casa <strong>3 sneakers</strong> o ovvero 3 utili programmi che permettano al nostro caro hacker non solo di prendere consapevolezza dei nostri limiti ma soprattutto di migliorare le nostre prese di decisione:<br />
<strong>1)</strong> <strong>dubitare</strong> delle informazioni a disposizione e verificarle<br />
<strong>2)</strong> <strong>valorizzare gli errori</strong>, perché se la nostra mente è liberamente obbligata che lo sia nella più opportuna delle direzioni<br />
e, infine, evitare di fumare ma<br />
<strong>3)</strong> <strong>aprire</strong> non solo la nostra mente ma tutti i “pacchetti” che ci troveremo davanti!</p>
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		<title>«Papà, perchè?» e il Pregiudizio dello Status Quo</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Jan 2019 16:30:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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					<h1 style="text-align: center;"><span style="color: #444444; font-size: small;">Peter Demetz «The Perception» (ph Sossima Silva Ramirez, 2018)</span></h1>
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					<p>Qual è il <strong>gioco</strong> <strong>più difficile</strong> che un bambino possa proporre a un adulto? La maggior parte di noi lo avrà provato almeno una volta con il proprio figlio, con un nipotino affettuoso o con un bimbo curioso. E molti di noi adulti hanno miseramente abbandonato, dichiarando «Hai vinto tu!» dopo un paio di …«Perché?».</p>
<p>Ecco la disciplina olimpica per i campionati del triathlon mentale, specialità 3C <strong>curiosità, conoscenza e creatività</strong>: il gioco del «Perché?». Questo semplice ma tutt&#8217;altro che innocente avverbio interrogativo nasconde dietro sé tanto il fascino esercitato dalla conoscenza quanto il terrore dell’ignoranza e il brivido della sfida creativa. Il bambino brama sapere come funzionano le cose, cosa sta dietro a ogni singola spiegazione degli eventi e s’ingegna per trovare una strada che gli permetta di scoprirla. Desidera fortemente sapere il perché dietro ad ogni «perché…». L&#8217;adulto, dal canto suo, teme di non sapere la causa reale che motiva gli eventi, affidandosi alle cose come stanno e come gli son note, nel tentativo di allontanare ogni ragionevole dubbio e sollevarsi dalla fatica di andare un po’ più in là.</p>
<p>Eh sì, perché ogni «perché» apre una porta sull&#8217;universo della conoscenza, avvia un percorso di indagine che può spingersi in <strong>profondità</strong>, molto in profondità. Ai limiti della vertigine. Per questo al contempo è promessa e minaccia per il <em><strong>mantenimento dello</strong></em> <em><strong>status quo</strong></em> del soggetto che si pone tale interrogativo. Speranza e timore. Opportunità e rischi. E per tale motivo l’adulto perde miseramente quasi sempre in questo gioco, sotto gli indifendibili «Perché… sì!» e «Perché… è così!».</p>
<p>Eppure noi stiamo a fatica in una condizione di non conoscenza: <strong>vogliamo sapere</strong>. Nasciamo curiosi, anche se troppo spesso crescendo tale nostra esigenza viene ridimensionata e sopita. «La curiosità è una risorsa importante, che ci aiuta a esplorare il mondo e ci apre nuove strade. Perché siamo curiosi? E perché è importante restarlo per tutta la vita?» si chiede in uno stimolante articolo Anna Rita Longo nel numero di febbraio di <em>Le Scienze &#8211; MIND</em> «Una vita da curiosi» (<a href="https://www.massimobustreo.it/wp-content/uploads/2019/01/Una-vita-da-curiosi-Mind-febbraio-2019-pp-24-31.pdf">pp. 24-31</a>) con la quale ho avuto il piacere di dialogare su questo tema che mi ha sempre… incuriosito!</p>
<p>Essere curiosi significa “prendersi cura” di sé attraverso il sapere. É il nostro modo di esplorare il mondo e uno di quelli preferibili per affrontare le decisioni nella nostra quotidianità. Un modo tanto necessario quanto costoso in termini di <strong>rischi</strong> e di <strong>energia</strong>, fisica e mentale (<a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?Id=24656"><em>La terza faccia della moneta</em>, 2018: pp. 19-27</a>). Costi che affrontiamo proprio perché pre-disposti ad esser curiosi attraverso pensiero, linguaggio e creatività. Predisposti non significa certo “disposti per tutta la vita”. Purtroppo. Crescendo lo spazio dedicato o concesso per “scoprire” il mondo e sperimentarlo con la propria esperienza lascia ben presto il posto alle occasioni di apprendimento imposto o passivo. Quanto siamo disposti, tra adulti, a giocare al gioco dei «Perché?» andando oltre i primi “giri”? Troppa fatica! Di fronte allo sforzo di dover immergersi in ragioni, cause e logiche da verificare e scoprire meglio optare per una soluzione di “superficie”, su cui galleggiare nello <strong>stagno sicuro di ciò che già si sa</strong>.</p>
<p>Tuttavia, preferire la situazione attuale e sicura in cui compiere le proprie scelte quotidiane è l’esito di un bias comportamentale: il <strong><em>Pregiudizio</em></strong><em><strong> dello Status Quo</strong></em>. La situazione attuale è il solido riferimento da mantenere immutato, in cui ogni legame causale degli eventi è noto in modo rassicurante. E qualsiasi <strong>cambiamento</strong> &#8211; e non a causa di evidenti possibilità di peggioramento &#8211; viene considerato una perdita. Un’euristica questa che porta a conseguenze limitanti, conservative e non sempre opportune. Specialmente in un contesto di apprendimento e di conoscenza. Eppure, l’euristica &#8211; come indica l’origine greca del termine &#8211; dovrebbe ben rimandare al <strong>piacere della scoperta</strong>, alla gioia conseguente il ritrovamento di una ragione che spiega le cose.</p>
<p>Ecco perché è utile, se non necessario, conservare la predisposizione alla curiosità anche “da grandi&#8221;, oltre il nostro periodo infantile. La curiosità dovrebbe rimanere quella fondamentale e atavica spinta intima al <strong>desiderio di vedere, di sapere</strong>, di provare, di gustare. Proprio come l’atto del bambino che “introietta” il mondo esterno nel proprio sé “gustandolo” morso a morso, nel suo “mettere in bocca” parti del mondo da conoscere (<em>Le Scienze &#8211; MIND</em>: <a href="https://www.massimobustreo.it/wp-content/uploads/2019/01/Una-vita-da-curiosi-Mind-febbraio-2019-pp-24-31.pdf">pp. 29-30</a>).</p>
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<p>La curiosità come premessa del conoscere è un potente <strong>stimolo intellettuale</strong>. La curiosità è benefica nel suo essere strettamente legata all’atto del <strong>prendersi cura di sé</strong>, come il bambino nell’esplorazione del mondo, degli altri e della relazione tra sé e gli altri.</p>
</blockquote>
<p>Per evitare che la curiosità si perda con la maturità e con l’abbandono della modalità infantile – cioè propria dell’infanzia, ma non per questo meno efficace e produttiva di conoscere il mondo nelle occasioni adulte – è indispensabile che anche da adulti si sia capaci di recuperare il nostro approccio infantile alla <strong>scoperta del nuovo</strong> e la volontà di saper ascoltare anche la parte meno adulta di noi, quella più giocosa che è poi quella più vicina alla nostra <a href="http://www.massimobustreo.it"><strong><em>terza metà</em></strong></a>. È la <strong>dimensione del gioco</strong> del bambino, libero, destrutturato, immaginifico, potente. Si tratta di una <strong>dimensione gratificante</strong> e fondata sulla <strong>fiducia</strong> su sé e sugli altri, nella relazione. Nella nostra relazione con il mondo tendiamo a “monetizzare” la relazione con gli altri (<a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?Id=24656"><em>La terza faccia della moneta</em>, 2018</a>: pp. 95 e ss.). Noi, infatti, pensiamo, agiamo e decidiamo interagendo con il nostro ambiente, fortemente influenzati dal contesto, dalle cornici entro cui ci vengono raccontati i fatti e dai valori attribuiti dall’esperienza. Tuttavia, non sempre questa via porta al <strong>successo</strong>.</p>
<p>Se da un lato siamo stati cresciuti per replicare azioni e comportamenti “di successo” perché in passato si sono già dimostrate efficaci, dall’altro abbiamo la tendenza in situazioni simili a replicare un comportamento che ha già funzionato. Ma questa è tanto una promessa di riuscita quanto una minaccia di fallimento. Lasciare o no la via vecchia per la nuova?</p>
<p>Da un punto di vista mentale ci attiviamo tanto per evitare di intraprendere una nuova via quanto per immaginare cosa ci sia al di là della vecchia: ma ecco che il “far succedere” diventa più importante di ciò che “è successo”. Questa è l’attivazione da recuperare, <strong>il prezzo da pagare</strong>: la curiosità quale strategia personale e professionale per far accadere le cose e prendersi cura di esse e delle relazioni che queste accompagnano, sempre. E senza paura di sbagliare ma imparando a sbagliare meglio. Anche giocando al gioco dei «Perché?». Perché c’è solo da guadagnarci!<br /> Come conferma la testimonianza raccolta dall’articolo di Longo (<a href="https://www.massimobustreo.it/wp-content/uploads/2019/01/Una-vita-da-curiosi-Mind-febbraio-2019-pp-24-31.pdf">p. 31</a>) di Francesca Gino, docente di Business Administration alla Harvard Business School, avremmo «tutto da guadagnare dal fatto di preservare questa disposizione naturale per tutta la vita». Anche per un vantaggio offerto al “valore economico” dalla curiosità. Secondo gli studi di Gino</p>
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<p>quando viene solleticata la nostra curiosità, noi ragioniamo più approfonditamente e più lucidamente sulle decisioni da prendere ed escogitiamo soluzioni più creative. Inoltre la curiosità permette ai leader di avere più rispetto da parte dei loro follower e induce i dipendenti a sviluppare reazioni fiduciarie e più collaborative con i colleghi.</p>
</blockquote>
<p>Essere curiosi significa prendersi cura di sé, del proprio mondo come del mondo degli altri e quindi <strong>prendersi cura delle relazioni</strong> con gli interlocutori con cui abbiamo a che fare. Un atteggiamento curioso ed esplorativo sarà in grado di riscoprire il <strong>piacere dell’apprendimento</strong> quanto più sarà capace di trovare le risposte cercate. E soprattutto tanto più saprà porre delle <strong>buone domande</strong>.<br /> Per iniziare a cambiare il nostro atteggiamento, infatti, è sufficiente iniziare a comprendere meglio le cose che facciamo. E iniziare, tra tutte, con la più importante delle domande: «Perché?». Meglio se resistendo alla tentazione di rispondere «Perché …è così!».</p>
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<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.massimobustreo.it/papa-perche-e-il-pregiudizio-dello-status-quo/">«Papà, perchè?» e il Pregiudizio dello Status Quo</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.massimobustreo.it">Massimo Bustreo</a>.</p>
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