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	<title>dono | Massimo Bustreo</title>
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		<title>Babbo Natale vi ha fatti più buoni?</title>
		<link>https://www.massimobustreo.it/babbo-natale-vi-ha-fatto-piu-buoni/</link>
		<pubDate>Tue, 19 Nov 2024 19:15:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Bisogna allenarsi a fare il bene: la generosità va manutenuta. Nelle dinamiche relazionali entrano in gioco l’immagine di sé, l’autostima, il sentimento di colpa nel temere di fare del male agli altri con le proprie decisioni. A molti non piace essere visti come professionisti duri, colleghi insensibili, persone cattive.</p>
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					<p>C’era una volta&#8230; il piccolo villaggio di Natale. Sì, proprio <em>il</em>, mica <em>un</em>. Quel villaggio dove <strong>a Natale si è tutti più buoni</strong>. I vicoli e le strade risplendevano di luci colorate. Nell’aria si respiravano profumi di pan speziato. Ogni passo era avvolto da carezze di dolci appena sfornati. Ogni giro di lancette vedeva le piazze affollarsi di persone che scambiavano sorrisi e auguri. Auguri e sorrisi. Tutti felici d’incontrarsi. E di riconoscersi. Come se un’<strong>atmosfera magica</strong> avesse trasformato ognuno in una versione più gentile di sé stesso. Nella calda e accogliente casa di Ada, una ragazzina dai riccioli d’oro, la famiglia si stava preparando per la <strong>cena di Natale</strong>. Il padre cantava allegro mentre impastava il pane, tenendo d’occhio il rosolare sui fornelli. La madre aggiustava l’allineamento delle decorazioni sull’albero, oscillando testa e spalle in una danza silenziosa. Il fratellino Otto giocava entusiasta con i suoi nuovi regali. Scambiando sguardi d’intesa e complicità con Ebe, la sorella più grande, a ogni suo sollevar il capo dalla lettura di quel tanto atteso saggio che voleva approfondire per la sua tesi in management. Ada ascoltava quell’armonia rassicurante. C’era tutto. Ed <strong>era tutto perfetto</strong>. Come se la gentilezza fosse un contagio invernale diffuso nell’aria. Ma tutto questo <em>c’era</em>. Perché mica <em>c’è</em> più. Come spesso accade, <strong>quando ciò che appare lascia spazio a ciò che è</strong>. Dopo cena, Ada si ritirò nella sua camera. Una matita in mano, un foglio color latte davanti a sé.</p>
<blockquote>
<p>«<strong>Caro Babbo Natale</strong>, oggi abbiamo aperto i doni che hai portato. Ed è stato un giorno meraviglioso. Ma… mentre guardavo intorno a me, mi son accorta che forse non tutti sono così buoni come sembrano. Ho visto rubare un biscotto dalla tavola dei dolci lasciando qualcuno senza. Ho sentito una risata invidiosa provenire dalla stanza accanto. Ho visto regali fatti per fare pace. E altri per un buon voto preso a scuola…».</p>
</blockquote>
<p>Ada continuava a scrivere. E più scriveva più i propri pensieri si ribaltavano.</p>
<blockquote>
<p>«Quindi, caro Babbo Natale… davvero trasformi le persone in individui migliori? O forse sei solo una grande illusione collettiva vestita di rosso?».</p>
</blockquote>
<p>Mentre chiudeva con cura la lettera per sistemarla sotto l’albero, Ada si rese conto che la <strong>gentilezza</strong> non era automatica solo perché era Natale. <strong>La bontà richiede sforzo</strong>. Ha bisogno di <strong>consapevolezza</strong>. E del <strong>desiderio</strong> sincero di esser gentili. Così Ada decise che, per rendere davvero speciale quel giorno, avrebbe dovuto impegnarsi ad esser gentile ogni giorno dell’anno.</p>
<blockquote>
<p>«Bisogna allenarsi a fare il bene: la generosità va manutenuta»</p>
</blockquote>
<p>aveva letto poche righe prima Ebe</p>
<blockquote>
<p>«Nelle relazioni professionali, ogni nostro interlocutore non è solo una risorsa. Non è solo un mezzo utile a conseguire l’obiettivo organizzativo. Ognuno è prima di tutto <strong>una persona unica, originale e irripetibile</strong>. Una persona con un proprio progetto esistenziale e lavorativo. Così in ogni relazione interpersonale siamo oggetti e <strong>soggetti di sentimenti ambivalenti</strong>. Il desiderio di stima, il bisogno di affetto e la necessità del consenso a volte si realizzano rendendo ostensibili i risultati positivi conseguiti nei compiti. A volte si realizzano estendendo il successo delle dinamiche relazionali. Qui entrano in gioco l’immagine di sé, l’autostima, il sentimento di colpa nel temere di fare del male agli altri con le proprie decisioni. A molti non piace essere visti come professionisti duri, colleghi insensibili, persone cattive».</p>
</blockquote>
<p>E qui Ebe aveva sollevato lo sguardo verso il papà.</p>
<blockquote>
<p>«Per questo, più che per educazione, evitiamo di dire e fare cose che possono risultare sgradite ai propri interlocutori»,</p>
</blockquote>
<p>lesse pensando alla sua mamma. Ecco – pensò fulminea Ebe – tendiamo a considerare <strong>“buono”</strong> chi privilegia le relazioni, chi difende le persone anche a scapito dei risultati e delle azioni di lavoro. E a considerare <strong>“cattivo”</strong> chi privilegia il compito di lavoro e i risultati a scapito delle persone. Sicuramente – Ebe ne era sempre più convinta – è da qui che nasce la preoccupazione principale del capo degli aiutanti di Babbo Natale: ciò che sta più a cuore a chi svolge funzioni direttive è di essere considerato buono o cattivo. O di apparire, <strong>oltre ogni dubbio di irragionevolezza</strong>, buono o cattivo.</p>
<blockquote>
<p>«E così, dopo che mese dopo mese i nostri luoghi di lavoro sono il palcoscenico di un <strong>sistema di valori</strong> guidato da quella cultura che Franco Fornari definisce <strong>paterna</strong> e volta a sostenere e promuovere meriti, competenze e differenze, ecco il cambio scena dell’ultima settimana dell’anno! Via alle quinte di quella che lo stesso psicoanalista definisce cultura<strong> materna</strong> e caratterizzata da una prevalenza affettiva centrata sui bisogni, sull’accompagnamento dei più necessitanti e sui sentimenti di uguaglianza. Un avvento che oggi abbandona la valorizzazione dei meriti e delle competenze a favore di una tutela dei bisognosi. Dell’appianamento delle differenze. Del diamo a tutti, perché siamo – appunto – più buoni».</p>
</blockquote>
<p>Che detto sotto l’albero – sussurrò tra i denti la saggia Ebe – è come se nei nostri luoghi lavorativi ci si aspettasse che il regalo da scartare sia oggi l’epifania di colleghi, capi e collaboratori che, abbandonate le vesti di meritocratici paladini delle competenze e del raggiungimento dei risultati, vestano gli abiti benevoli dei paladini delle relazioni interpersonali. Riprese in mano il libro.</p>
<blockquote>
<p>«Cosa distingue oggi il bene dal male? Chi guida le nostre opinioni su cosa sia <strong>giusto</strong> e cosa sia <strong>ingiusto</strong>? Come controlliamo le nostre<strong> percezioni</strong> per poter dire cosa sia equo e cosa sia iniquo? Anche in una società che finge di credere sempre meno a Babbo Natale, che s’illude di trasformare le <strong>dinamiche del dono</strong> in mutui affari per chi dà come per chi riceve, che ha assistito attonita al tramonto dei valori ritenuti immutabili dalla nostra tradizione, la percezione di cosa sia buono e di cosa sia cattivo rimane il fattore chiave. Una leva interpretativa capace di influenzare i nostri comportamenti. La nostra soddisfazione nell’agire il ruolo che abbiamo. La motivazione con cui facciamo il lavoro che facciamo. La nostra capacità individuale. Il nostro modo di stare nei gruppi di lavoro».</p>
</blockquote>
<p>Ma allora ha ragione Ada – urlò Ebe facendo tremare tutta la famiglia – conviene, quando serve, <strong>saper essere</strong> anche cattivi! Corse su per le scale. Entrò in camera sua. Aprì rapida tre cassetti prima di trovare quel foglio di carta da lettere. Si sedette alla scrivania. Sfoderò la stilografica delle grandi occasioni. Fece un gran respiro e scrisse la sua di lettera:</p>
<blockquote>
<p>«<strong>Caro Babbo Natale</strong>, ti chiedo di farmi diventare una manager. Un manager cattivo. Perché il mondo è pieno di gente buona. E tu solo sai quanto danno fa».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
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<p><span style="font-size: 10pt;">Nota: questo articolo è uscito nella rubrica <em>Creattivamente</em> di <a href="https://www.touchpoint.news/tag/magazine/">TouchPoint Magazine</a>, nr. 10, 2023-24 (pp. 10-11).</span></p>
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		<title>La Comunicazione è un Dono</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Mar 2020 12:18:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Comunicare viene da cum munus ‘mettere in comune dei doni’ creando un rapporto. Il dono si fa comunicazione nel momento in cui la rappresenta nella sua funzione più alta. La parola è per la comunicazione quello che il dono è per la relazione: un valore che esiste nel momento in cui viene ceduto.</p>
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					<h1 style="text-align: center;"><span style="color: #444444; font-size: small;">Michael Beitz</span><span style="color: #444444; font-size: small;"> «Not Now» (2015)</span></h1>
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					<h4><em><strong>In origine c&#8217;è la fiducia</strong></em></h4>
<p>In origine c&#8217;è la <strong>fiducia</strong>. Quella fiducia che anche oggi sta alla base del sistema di credito. E che sostiene la dimensione di circolarità dello scambio. Esattamente qui sta il riconoscimento che il bisogno dell’altro può incontrare un mio bisogno. E viceversa. Dato che ognuno di noi è un Altro per qualcun Altro. La soluzione per entrambi si trova così nella <strong>relazione</strong> che precede la nascita della moneta come garanzia di un accordo di utilità tra le parti.</p>
<blockquote><p>La rete delle nostre relazioni sociali (dalla famiglia agli amici, dal condominio alla nazione) si fonda sul principio di <strong>dipendenza relazionale</strong>.</p></blockquote>
<p>Oggi ne siamo più o meno (sempre meno) consapevoli. Abbiamo iscritto tutti (o quasi) i nostri comportamenti all’intero di una logica economica e commerciale secondo cui un oggetto messo a disposizione viene ricevuto e pagato, in una dimensione lineare e unidirezionale. Ma il <strong>denaro</strong> pagato per un bene o un servizio chiude definitivamente la relazione: e nulla più è dovuto. Nello scambio che precede la dimensione economica, invece, la transizione <strong>apre una relazione</strong>.</p>
<h4><em><strong>Il dono è relazione</strong></em></h4>
<p>Chi dona si espone alla libertà di chi riceve il dono di contraccambiare con un contro-dono. Ciò <strong>alimenta la relazione</strong>. Chi riceve condivide consapevolmente o meno la <strong>necessità</strong> profonda di ricambiare. Tale restituzione si presenta esattamente come una <em>re-istituzione</em> di un legame ed è psicologicamente sostenuta dalla corrispondente necessità di rispondere alla <strong>condizione di debito</strong> in cui il dono proietta il beneficiario. Questo manteniene viva la relazione. Dall’altro lato, chi dona si espone al <strong>rischio</strong> di non essere ricambiato. E quindi di non veder ricambiata la richiesta di relazione. Ma è proprio da questa dinamica in cui il dono si caratterizza per l’assenza di garanzia relazionale che emerge l’<strong>importanza della fiducia</strong> negli altri. Più chi riceve un dono è libero di ricambiare come, quando e quanto desidera e sente, più chi dona attribuirà <strong>valore</strong> a tale restituzione proprio perché segnale di volontà di costruire insieme una relazione.</p>
<p>Donare significa <strong>instaurare relazioni</strong> costruite sulla dinamica della fiducia. Esattamente al contrario di quanto fa l’utilitarismo dominante, in cui il consumatore è considerato un soggetto che persegue i propri interessi, che paga per avere ciò che desidera o necessita.</p>
<blockquote><p>E che vive il dono nella sua errata equivalenza con il <strong>regalo</strong> o la donazione filantropica. Mentre questa fa <em>per</em> gli altri, laddove invece il dono fa<em> con</em> gli altri.</p></blockquote>
<h4><em><strong>L&#8217;ambiguità dei tempi contemporanei</strong></em></h4>
<p>L’uomo moderno si allontana sempre più dalla dimensione della <strong>comunità</strong>, non potendo più contare sulla presenza dell’aiuto solidale del gruppo né delle istituzioni. E vive ognun per sé, forte della fede riposta nel nuovo oggetto onnipotente che è il denaro. La moneta resta un segno – <em>aliud pro alio</em> – di quella (oramai perduta) fiducia nei confronti della società. Tale segno concreto, visibile e scambiabile apre un credito con il mondo esterno, dando a chi lo possiede la forza di credere in un <strong>futuro che è sicurezza</strong> anche nella propria quotidianità. Il denaro vuole oggi essere una riconquista del futuro. Ma lo fa sotto l’<strong>illusione capitalistica</strong> che lo ha ingannevolmente dipinto come tale.</p>
<blockquote><p>È proprio da qui che nasce e si sta affermando sempre più quella volontà condivisa di accumulare non denaro ma relazioni. Non beni e provviste in magazzini, bensì reti sociali e rapporti diretti.</p></blockquote>
<h3><em><strong>«La comunicazione è uno scambio di doni all’interno di mura comuni»</strong></em></h3>
<p>Così definiva la comunicazione Franco Fornari nel 1979. Anche le <strong>relazioni di scambio</strong> s’inseriscono in un terreno di condivisione di significati mirata al mantenimento della relazione stessa. <strong>Comunicare</strong> significa, infatti, dare e ricevere (<em>scambio</em>) significati e valori reciproci (<em>doni</em>) all’interno di un riferimento di senso condiviso (<em>mura comuni</em>) entro i cui confini le identità degli interlocutori stessi si confrontano e si affermano. Ogni singola parola può essere una porta per l’interpretazione della realtà o una prigione di lungo periodo (<em>cum moenia</em>, ‘mura di cinta’) entro cui condannare la propria visione del mondo.</p>
<blockquote><p>Le parole utilizzate – e ancor di più quelle taciute – hanno una forza di attrazione e repulsione che influenza il nostro com- portamento e la nostra capacità di cambiamento.</p></blockquote>
<p>Comunicare: da <em>cum munus</em> ‘mettere in comune dei doni’ creando un <strong>rapporto</strong>. Il dono si fa comunicazione nel momento in cui la rappresenta nella sua funzione più alta. La <strong>parola</strong> è per la comunicazione quello che il<strong> dono</strong> è per la relazione:</p>
<blockquote><p><strong>un valore che esiste nel momento in cui viene ceduto. </strong></p></blockquote>
<p>Ed è in tale momento che dono e parola obbligano chi li riceve a dover ricambiare.Come chi sente rivolgersi la parola <em>deve</em> rispondere (in modo che né chi ha parlato si senta svalutato né chi risponde si senta manchevole), così chi accetta un dono si <em>assume il dovere</em> di ricambiare. E si assume la libertà di farlo o meno. Con le <strong>conseguenze relazionali</strong> che la scelta finale comporta. Siamo così <strong>liberamente obbligati</strong> a ricambiare.</p>
<p>Non accettare il dono significa infatti rifiutare la <strong>generosità</strong> dell’altro e limitare la sua stessa <strong>libertà</strong>. Chiudendo per sempre il rapporto. E lasciando questo nel mondo dell’indifferenza e della non-reciprocità. Un <strong>peso</strong> così difficile da sopportare che l’uomo ha storicamente risolto con la <strong>moneta.</strong> Laddove il dovere di restituire diventa insopportabile per l’individuo ecco che lo stesso crea la moneta quale <strong>strumento di risoluzione</strong> e chiusura della catena di debito infinito che il dono ha aperto.</p>
<p>In questo si contrappongono <strong>dono e denaro </strong>ma ritrovandosi nella dinamicha della <strong>comunicazione</strong>. Il riconoscimento del gratuito che accompagna il dono dev’essere in qualche modo onorato nel momento in cui scaturisce dal riconoscimento dell’altro come mio <strong>interlocutore</strong>. Il grazie da lui agito e non solo verbalizzato deriva così dall’<strong>accettazione della gratuità</strong> che proprio nella sua origine esprime lo specifico valore della <strong>reciprocità</strong> e della <strong>fiducia</strong>.</p>
<p>Da: <a href="https://www.amazon.it/faccia-moneta-dinamiche-guidano-relazione/dp/8891762687/ref=sr_1_1?adgrpid=59458331024&amp;gclid=EAIaIQobChMIha6bse-U6AIVVeDtCh3OmACLEAAYASAAEgK2ZPD_BwE&amp;hvadid=255115079982&amp;hvdev=c&amp;hvlocphy=1008966&amp;hvnetw=g&amp;hvqmt=e&amp;hvrand=5977192808589842193&amp;hvtargid=kwd-426956540544&amp;hydadcr=18603_1822691&amp;keywords=la+terza+faccia+della+moneta&amp;qid=1584013846&amp;sr=8-1"><em>La terza faccia della moneta</em></a> (M. Bustreo, 2018)
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		<title>Prendersi cura della Relazione tra Doni, Regali e… la nostra Terza Metà</title>
		<link>https://www.massimobustreo.it/prendersi-cura-della-relazione-tra-doni-regali-e-la-nostra-terza-meta/</link>
		<pubDate>Sat, 15 Dec 2018 15:54:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Bustreo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Natale, tempo di regali. Oppure tempo di doni? O è solo una questione di termini?<br />
Il regalo compensa un debito verso qualcuno nei confronti del quale si debba manifestare riconoscenza.<br />
È uno strumento di pagamento da offrire perché si deve. E lo si rivolge a chi é ritenuto meritorio al di là della relazione esistente. Il dono invece riconosce l’importanza dell’interlocutore ed è un investimento di sentimenti nella relazione stessa. Ma qual è il "costo" di tale relazione?</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.massimobustreo.it/prendersi-cura-della-relazione-tra-doni-regali-e-la-nostra-terza-meta/">Prendersi cura della Relazione tra Doni, Regali e… la nostra Terza Metà</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.massimobustreo.it">Massimo Bustreo</a>.</p>
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					<p><em><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;"><strong>Del donare e del regalare</strong></span></em></p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Natale, tempo di regali. Oppure tempo di doni? O è solo una questione di termini? </span><br /> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Il verbo <em><strong>regalare</strong></em> proviene da “regale”, ciò che è offerto al o dal re. Rimanda all’idea della “regalità”, del “tributo” da riconoscere a chi ha un ruolo superiore, in quanto appunto “regale”, per merito o status. </span><br /> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Il <strong>regalo</strong> quindi <strong>compensa un</strong> <em><strong>debito</strong></em> verso qualcuno nei confronti del quale <em>si debba</em> manifestare <em>riconoscenza</em>. </span><br /> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Ecco che il regalo, in questa e simili ricorrenze simboliche, rappresenta uno <strong><em>strumento di pagamento</em></strong> oggettuale da offrire perché <em>si deve</em>. E lo si rivolge a chi, nella cerchia delle persone familiari o in quella professionale, é ritenuto meritorio <em>al di là</em> della relazione esistente. <strong>Al di là</strong> perché il regalo non presuppone un investimento affettivo ed emotivo nella dinamica della relazione ma serve a riconoscere <em>in quanto data</em> la relazione. Oppure, <strong>al di là</strong> quando il regalo va oltre l’investimento affettivo ed emotivo senza considerare questo o “colmandone” il vuoto con oggetti privati di significato relazionale nell’intento di riempire, appunto, le mancanze affettive di una relazione disattenta o disimpegnata.</span><br /> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Il <strong>dono</strong>, a differenza del regalo, è un investimento di sentimenti nella relazione stessa, che riconosce l’importanza dell’interlocutore verso cui si manifesta una volontà piena di relazione. </span><br /> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Il <strong>dono</strong> quindi <strong>apre un</strong><em><strong> credito</strong></em> verso qualcuno nei confronti del quale s’intende manifestare <em>conoscenza</em>, ovvero un’apertura relazionale, che al tempo stesso è promessa e minaccia di riconoscimento. </span><br /> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">E tale ambivalenza si ritrova fin dall’etimo della parola <a href="https://www.francoangeli.it/ricerca/scheda_libro.aspx?CodiceLibro=1243.50"><em>dono</em></a>. La lingua greca presenta una polisemia dei termini legati al dono: <em>dosis</em> indica infatti l’atto del donare come il dono stesso, ma anche la dose di una sostanza mortale. Nel termine tedesco<em> Gift</em> si riferisce egualmente a “dono” e “<strong>veleno</strong>”. Nella maggior parte delle lingue indoeuropee, “dare” è espresso da un verbo che presenta la radice <em>dō</em>, che è prossima al verbo ittita <em>dā</em> “<strong>prendere</strong>”. Ecco che il significato di “dare” o “prendere” espresso dai termini che contengono tale radice – come “dono” e molti altri che si riferiscono allo scambio – viene precisato dal contesto in cui essi sono inseriti. Tale duplice accezione si ritrova in altre lingue e culture: il verbo <em>nehmen</em> – “prendere” in lingua germanica – presenta la radice <em>nem</em> (comune anche al gotico <em>niman</em>) che si riferisce a “ricevere come parte che spetta di diritto” e non a “ottenere” nel senso di “afferrare”. Il tedesco <em>geben</em> “dare” ha la stessa origine dell’irlandese <em>gaibim</em> ovvero “prendere” e “avere”.</span><br /> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Da qui il significato profondo del <strong>dono</strong> come una richiesta di relazione, un “dare per avere”, per “<strong>conoscere</strong>” la disponibilità dell’altro a ricambiare e non per “riconoscere” all’altro una relazione già affermata.</span></p>
<p><em><strong><span style="font-family: Roboto Light;">Doni cha aprono e regali che chiudono</span></strong></em></p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Il regalo è un atto quantitativo. Si allinea alla dinamica di chiusura della relazione in quanto monetizzazione spinta di un atto valoriale che ha in sé un “prezzo”, un “costo”. L’atto del <strong>regalare</strong> spesso si configura come comportamento volto a riconoscere un’azione che ricompensa un debito nel tentativo di recuperare un’<strong>equivalenza</strong> relazionale. Una missione finalmente <strong>compiuta</strong> che <em>chiude</em> ogni “richiesta” di ulteriore relazione. </span><br /> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Il dono é un atto qualitativo. Il <strong>dono</strong> <em>apre</em> alla relazione, o meglio alla <em>possibilità</em> della relazione, proprio perché rispetta la volontà dell’altro a rispondere a tale richiesta di relazione privilegiata con sé. Viene dato senza necessariamente essere la risposta a una richiesta – per quanto implicita – ma mette in condizioni il beneficiario di dover, o meglio di poter, restituire la richiesta di relazione. Il dono infatti <strong>impegna</strong> entrambe gli interlocutori. Con tutto il “costo” affettivo e relazionale che ciò comporta: «Timeo Danaos et dona ferentes», ammonisce Laocoonte davanti al cavallo di Troia.</span><br /> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;"><strong><em>Regalare</em></strong> qualcosa non investe invece il soggetto di un impegno. Si possono regalare molte cose, con la poca fatica di uno shopping. <em><strong>Donare</strong></em> qualcosa, al contrario, è impegnativo: mette <em>in pegno</em> parte della propria persona, della fiducia, della relazione e con essa rischi e promesse. Per questo si fanno e si ricevono pochi doni: il dono richiede un investimento di tempo, di attenzione, di relazione. Apre una dimensione di empatia con l’altro. Di creatività, ovvero di <strong>attività creatrice</strong>. E rappresenta una <em>messa in gioco</em> della relazione, una sua verifica. E proprio per questo si espone alla possibilità dell’<strong>ingratitudine</strong>. Perché il dono non è mai <strong>gratuito</strong>: il dono contiene in sé la richiesta – implicita e molte volte inconsapevole – di una restituzione, nel rispetto della libertà dell’altro di restituire un contro-dono oppure no. </span><br /> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Il dono, proprio in forza di questo, apre una <strong>circolarità</strong> nella relazione. Al contrario, il regalo si può <em>ri-ciclare</em>. E anzi il riciclo dei regali soprattutto nei giorni seguenti al Natale diventa un segnale inconfutabile di come un regalo ricevuto non abbia alcun legame con la persona che lo ha regalato. Invero, un <strong>dono</strong> si cede – se accade – con moltissima sofferenza proprio perché porta con sé una parte importante che appartiene appieno al donatore – il suo <em>mana</em> o <em>hau</em> (spirito) – e che la lega al beneficiario in modo dedicato, univoco e affettivo. Il dono esprime tutta la sua spiritualità del sacrificio affettivo che l’atto della<strong> separazione</strong> comporta. Ecco che l’oggetto donato è <em>caro</em> non nell’accezione del costo bensì nel senso emotivo del <strong>legame affettivo e personale</strong> che in esso è insito.</span></p>
<p><em><strong><span style="font-family: Roboto Light;">Il costo di un dono e il prezzo di un regalo</span></strong></em></p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Se il regalo può entrare in un percorso di ri-ciclo in cui si perde completamente il legame con l’originale possessore, il dono in quanto <strong>simbolo</strong> ricorda la totalità cui appartiene: la relazione tra donatore e beneficiario. E in quanto tale, legandosi indissolubilmente con l’unità originaria – il donatore, il bene-fattore – non può subire una scissione di quel <strong>circolo magico</strong> che ha aperto con il suo passaggio da <strong>benefattore</strong> a <strong>beneficiario</strong>.</span></p>
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<p><em><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Pensa agli ultimi regali che hai comprato per qualcuno. Ricorda quanti più particolari possibili ti vengono in mente. E stimola quelli che fai fatica a recuperare alla memoria. Se ora hai ben in mente questi episodi, rispondi alle seguenti domande. </span></em><br /> <em><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">A chi hai fatto questi regali? In che rapporto relazionale eri con i destinatari? Che occasione era? Il regalo era inserito in un “gesto” dovuto (un invito, una ricorrenza o simili)? Ora pensa al valore economico dell’oggetto che hai regalato e al quale stai pensando. Ti ricordi il prezzo degli oggetti regalati?</span></em></p>
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<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Regalare e donare conservano qualcosa delle<strong> pratiche arcaiche</strong> delle “offerte” e dei “sacrifici” cultuali le prime e dei “patti sociali” le seconde. Oggi ne siamo sempre meno consapevoli, avendo iscritto quasi tutti i nostri comportamenti all’intero di una <strong>logica economica e commerciale</strong> secondo cui un oggetto messo a disposizione viene ricevuto e pagato, in una dimensione lineare e unidirezionale. Ma il <strong>denaro pagato</strong> per un bene, un servizio o un’interazione personale <em>chiude definitivamente</em> la relazione stessa: e nulla più è dovuto. Nello scambio che precede e non considera la dimensione economica, invece, la transizione <em>apre</em> una <strong>relazione</strong>. </span></p>
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<p><em><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Pensa a quella volta che hai ricevuto un dono da una persona per te importante. Ricorda quanti più particolari possibili ti vengono in mente. E stimola quelli che fai fatica a recuperare alla memoria. Se ora hai ben in mente l’immagine di tale episodio, rispondi alle seguenti domande. </span></em><br /> <em><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Cos’hai provato nel ricevere quel dono da quella persona? Hai contraccambiato il gesto a tua volta? E in che modo? O avresti voluto farlo? E perché non lo hai fatto? Ora pensa al valore economico dell’oggetto che hai ricevuto in dono e al quale stai pensando. Il valore del tuo contro-dono, nel caso ci sia stato, ha avuto un valore economico maggiore, eguale o minore?</span></em></p>
</blockquote>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Il <strong>dono</strong> è relazione. Chi dona si espone alla libertà di chi riceve il dono di contraccambiare con un <strong>contro-dono</strong>. Ciò alimenta la relazione: contribuisce a gestire le dinamiche di potere tra chi dà e chi riceve, in una <strong>dimensione circolare</strong> di scambio. Chi riceve, in realtà, condivide consapevolmente o meno la <strong>necessità profonda di ricambiare</strong>. Tale restituzione – non richiesta a chi riceve un <strong>regalo</strong> – si presenta esattamente come una <em><strong>re-istituzione</strong></em> di un legame. Ed è psicologicamente sostenuta dalla corrispondente necessità di rispondere alla condizione di debito in cui il dono proietta il beneficiario, mantenendo viva la relazione. E, dall’altro lato, chi dona si espone al rischio di non essere ricambiato, e quindi di non veder ricambiata la richiesta di relazione. Ma è proprio da questa dinamica in cui il dono si caratterizza per l’assenza di garanzia relazionale che emerge l’importanza della <strong>fiducia</strong> negli altri. Più <strong>chi riceve un dono è libero</strong> di ricambiare come, quando e quanto desidera e sente, più chi dona attribuirà <strong>valore</strong> a tale restituzione proprio perché segnale di volontà di costruire insieme una relazione. In tal senso lo scambio che sostiene la dinamica del dono costituisce il rapporto stesso che sta alla base della relazione interpersonale e sociale.</span></p>
<p><em><strong><span style="font-family: Roboto Light;">Liberamente obbligati</span></strong></em></p>
<p><span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;"><strong>Donare</strong> significa quindi instaurare relazioni costruite sulla dinamica della fiducia, esattamente al contrario di quanto fa l’utilitarismo dominante in cui il consumatore è considerato un soggetto che persegue i propri interessi, che paga per avere ciò che desidera o necessita. E che vive il dono nella sua errata equivalenza con il <strong>regalo</strong>. Mentre <strong>questo si fa per gli altri, il dono si fa con gli altri</strong>. All’interno delle relazioni di scambio il valore del dono attiene a una dimensione inter-soggettiva e relazionale, nella quale ci <em>sentiamo</em> – ma non sappiamo <em>razionalmente</em> – essere<a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.aspx?ID=24656&amp;Tipo=Libro&amp;vedi=ebook&amp;titolo=La+terza+faccia+della+moneta.+Le+dinamiche+che+guidano+la+nostra+relazione+con+il+denaro"><strong> liberamente obbligati</strong></a> a ricambiare (<em><a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?Id=24656">La terza faccia della moneta</a></em>, p. 66 e ss.). </span><br /> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Anche oggi, nella società dei consumi e della mercificazione dei rapporti professionali, l’oggetto donato obbliga colui che lo riceve in un <strong>rapporto di dipendenza asimmetrico</strong> col donatore. Questa condizione spiega come tutte le relazioni umane implichino in sé la dinamica del <strong>credito/debito</strong> in cui gli interlocutori coinvolti sono entrambi <strong>moralmente compromessi</strong> perché <em>colpevoli</em> di esser entrati in relazione tra loro. E da tale dinamica di debito/credito si torna all’idea che <strong>regalare e donare non sono sinonimi</strong>.</span><br /> <span style="font-family: Roboto Light; font-weight: normal;">Il dono è un bene relazionale, un atto dove il bene principale non è l’oggetto donato ma la <strong>relazione</strong> tra chi dona e chi riceve. Per questo nell’atto donatorio la forma conta più della sostanza. La relazione è curata non solo nel <em>cosa</em> viene donato ma anche nel <em>come, quando, dove</em>. Il <strong>rito della consegna</strong> del dono necessita di tempo, di attenzione, di contatto tra chi dona e chi riceve. L’<strong>accoglienza</strong> del dono è in sé un’accoglienza della relazione, potenzialmente reciproca, salutare per sé prima che per l’altro, molto spesso consolidante e riparatoria. E la cui cura passa per il prendersi cura della propria <a href="www.massimobustreo.it"><strong>terza metà</strong></a>: «A Natale non fare regali per essere più buono. Sii egoista: dona!».</span></p>
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<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.massimobustreo.it/prendersi-cura-della-relazione-tra-doni-regali-e-la-nostra-terza-meta/">Prendersi cura della Relazione tra Doni, Regali e… la nostra Terza Metà</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.massimobustreo.it">Massimo Bustreo</a>.</p>
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